Questo articolo è stato pubblicato il 13 luglio 2018 nel numero 1264 di Internazionale.

Frida, la stronza impenitente. Frida, l’artista disabile. Frida, il simbolo del femminismo radicale. Frida, la vittima di Diego. Frida, l’icona chic, sessualmente fluida, bellissima e mostruosa. Borse di Frida, portachiavi di Frida, magliette di Frida, quest’anno perfino la Barbie di Frida (senza sopracciglia unite). In tutto il mondo, Frida Kahlo è da sempre oggetto di attenzione e di sfruttamento commerciale. Se ne sono appropriati curatori, storici, artisti, attori, attivisti, consolati messicani, musei e Madonna.

Nel corso degli anni, questa valanga ha banalizzato l’opera di Frida Kahlo a uso e consumo di una “fridolatria” vuota e superficiale. E se una parte della critica ha provato a smontare le argomentazioni che descrivono la pittrice messicana come un’artista naïf, infantile, quasi inconsapevole, molti continuano a etichettarla come una pittrice geograficamente marginale: una delle tante artiste dei paesi in via di sviluppo che aspettano di essere “scoperte”, una delle tante voci inascoltate che aspettano di essere “tradotte”.

Nel 1938 Frida Kahlo dipinse Lo que el agua me dio (Quel che l’acqua mi ha dato), l’opera che all’estero contribuì probabilmente più di ogni altra a lanciare la sua carriera, ma anche ad alimentare una serie di equivoci. In questa sorta di autoritratto, vediamo i piedi e i polpacci di Kahlo immersi in una vasca da bagno e in superficie un collage di immagini che sembrano emanare dai vapori: un vulcano in eruzione da cui spunta un grattacielo, un uccello morto su un albero, una donna strangolata, un vestito tehuana steso in modo teatrale, una coppia di donne su un sughero galleggiante.

Kahlo stava finendo Lo que el agua me dio quando il surrealista francese André Breton andò a farle visita in Messico, restandone folgorato. Definì Kahlo una “surrealista innata” e pochi mesi dopo, nella brochure che accompagnava il debutto di Kahlo alla galleria Julien Levy di New York, scrisse: “La mia sorpresa e la mia gioia sono state sconfinate quando ho scoperto, al mio arrivo in Messico, che nei suoi ultimi dipinti la sua opera era sbocciata in puro surrealismo, per quanto concepita senza alcuna conoscenza precedente delle idee che motivano le mie attività e quelle dei miei amici”.

Quella di “surrealista innata” è un’etichetta che Kahlo rifiutò sempre, anche se innegabilmente la aiutò a far conoscere la sua opera al pubblico europeo e nordamericano. La definizione di “surrealista” era soprattutto un modo di renderla più accessibile e più digeribile in Europa, dove la critica la presentava come un’artista messicana, ma con un gusto e uno stile internazionali. Allo stesso tempo, la trasformò agli occhi del pubblico in una specie di selvaggia inconsapevole del suo talento e ignara della sua maestria.

Dopo il suo debutto, un critico della rivista Time scrisse che le sue opere avevano “la delicatezza delle miniature, i rossi e i gialli vividi della tradizione messicana e la fantasia giocosa e sanguinaria di una bambina priva di sentimenti”. In realtà, Kahlo era tutt’altro che inconsapevole di ciò che faceva e di ciò che era, e sfruttava sapientemente gli elementi della sua vita privata e del suo retroterra culturale, coltivandoli e usandoli per costruire il suo personaggio pubblico.

Era una meticcia nata a Città del Messico, ma aveva uno stile tradizionale zapotec-tehuana. Suo padre, Carl Wilhelm “Guillermo” Kahlo, nato in Germania, era un famoso fotografo, e la sua famiglia abitava in una villa neocoloniale a Coyoacán, la famosa Casa Azul. L’artista, insomma, era perfettamente consapevole della complessa “politica del sé” che lei per prima contribuiva a creare e manipolare.

In una fotografia scattata nel 1939 durante l’inaugurazione della sua prima mostra a Parigi, è in posa davanti a Lo que el agua me dio. Indossa un abito tehuana e ha le sopracciglia unite accentuate dalla matita nera: è Frida che rappresenta Frida, e non si capisce quale delle due sia l’opera d’arte. Il modo in cui l’opera e la figura di Kahlo erano viste in Messico, naturalmente, era assai diverso da come venivano tradotte in altri ambienti culturali.

Se Breton le appiccicò addosso l’etichetta di “surrealista innata” inserendola in un dibattito di cui lei non si sentiva parte, molti altri fecero lo stesso con vari aspetti della sua vita pubblica e privata. Un esempio interessante da questo punto di vista è la casa-studio a Città del Messico dove Kahlo e Diego Rivera vissero e lavorarono negli anni trenta, il loro periodo più produttivo. La casa fu progettata da Juan O’Gorman, il giovane architetto all’avanguardia dei cambiamenti architettonici che avrebbero investito Città del Messico dopo la rivoluzione.

Prima della rivoluzione messicana (1910-1920) a Città del Messico dominava l’architettura neoclassica e coloniale ottocentesca. Le ville in stile francese sparse per la città erano come omaggi solitari a una classe nobiliare europea in rapido disfacimento, e la vita familiare della borghesia messicana si svolgeva negli spazi sontuosi e bui di quegli interni, tra tendaggi pesanti e ornamenti eccessivi. Ma dopo la rivoluzione cominciarono a farsi largo in città nuove idee sull’igiene, la ventilazione, il comfort, l’efficienza e la semplicità.

Le case, e con loro la vita quotidiana, si trasformarono in modo rapido e radicale. Sensibili ai cambiamenti ideologici e architettonici in corso, Rivera e Kahlo chiesero a O’Gorman di progettare per loro uno studio e una casa. L’architetto creò per la coppia uno spazio al tempo stesso separato e collegato, pensato specificamente per due pittori. La casa fu la prima struttura in Messico ad essere progettata secondo specifiche puramente funzionali: era abitazione, laboratorio e spazio espositivo.

Nel 1933, pochi anni dopo il matrimonio, la coppia si trasferì nella nuova struttura. La parte di Rivera era più ampia, con più spazio per lavorare. Quella di Kahlo era più “casa”, con uno studio che all’occorrenza si trasformava in camera da letto. Dal suo studio, una rampa di scale portava a una terrazza collegata con un ponte alla zona di Rivera. Oltre che un luogo di lavoro, la casa diventò uno spazio per le relazioni extraconiugali della coppia: nel caso di Rivera, con modelle e segretarie; in quello di Kahlo, con uomini famosi e talentuosi, dallo scultore e designer Isamu Noguchi a Lev Trockij.

Forse senza saperlo, O’Gorman progettò una casa la cui funzione fu quella di facilitare le relazioni di una coppia aperta. La casa era un emblema della modernità e una specie di manifesto, un esempio solitario di un nuovo funzionalismo in una città che stava ancora cercando un linguaggio architettonico nazionale che rispecchiasse il suo programma rivoluzionario. Non c’erano valori o messaggi tradizionali codificati: la casa risolveva semplicemente le necessità pratiche dei suoi inquilini, rispettando il criterio dell’efficienza dei materiali (la casa era costruita quasi tutta in cemento armato), del progresso sociale e dell’economicità.

Con il tempo, però, nonostante la presunta neutralità della sua concezione architettonica, la struttura diventò parte del patrimonio culturale messicano, soprattutto quello legato all’artigianato indigeno. Rivera e Kahlo ospitavano schiere di visitatori illustri che venivano ad ammirare le loro opere (finite e non) e le loro collezioni di manufatti tradizionali: Lev Trockij, Nelson Rockefeller, Pablo Neruda, John Dos Passos, Sergej Ėjzenštejn, André Breton. O’Gorman fornì alla coppia una macchina in cui vivere, per dirla alla Le Corbusier, ma anche una macchina traduttrice.

La casa studio era un ricettacolo di esotismo e multiculturalismo e al tempo stesso una piattaforma capace di proiettare nel mondo una particolare idea del Messico. Soprattutto, era il palcoscenico di una coppia famosa e influente che incarnava la modernità messicana: cosmopolita, sofisticata, ben inserita e più messicana del Messico. Il capolavoro supremo ovviamente, era la coppia stessa. Kahlo e Rivera furono probabilmente i primi performance artist messicani e la casa-estudio era la loro galleria d’arte.

Nel 1934 il fotografo Martin Munkácsi andò in Messico e documentò riccamente la casa e gli studi dei due artisti. Il servizio fotografico fu commissionato da Harper’s Bazaar, rivista newyorchese di moda rivolta a un pubblico femminile di ceto elevato, soprattutto statunitense, ma anche francese e britannico. Nel numero di luglio 1934 della rivista, una doppia pagina intitolata “Colors of Mexico” mostra tre foto di Munkácsi: una di Kahlo che attraversa il ponte da una casa all’altra, una di Rivera che lavora nel suo studio e una di Frida che sale le scale verso la terrazza.

Al centro dell’impaginato c’è una grande foto della coppia che cammina accanto a una siepe di cactus; nella didascalia si legge “Diego Rivera con la señora Frida [sic] Kahlo de Rivera davanti alla siepe di cactus della loro casa a Città del Messico”. La struttura era progettata per incarnare un’ideologia proletkult: ricordava una fabbrica o un complesso industriale, con i cassoni dell’acqua, i materiali e i pilastri di sostegno a vista. I cactus che circondavano la struttura, presi in questo contesto, contribuivano all’ambientazione industriale.

Per il suo servizio, però, Harper’s scelse la foto in cui i cactus erano più decontestualizzati, presentandoli come un elemento folcloristico e decorativo. A destra di quell’immagine c’era una serie di foto di contadini messicani a piedi nudi che vendevano oggetti di artigianato in sella ai muli. Nell’articolo a fianco del servizio, Harry Block – un giornalista di New York – descriveva la sua ricerca dei perfetti sandali messicani: “In Messico camminano tutti sugli huaraches (che significa sandali)”.

Accanto al ritratto di Rivera e Kahlo – lui vestito come un dandy europeo, con un bel paio di scarpe di cuoio, lei con gli stivali neri a punta – l’ode di Black allo huarache sembra un po’ forzata. Il pezzo di Harper’s è un esempio di come il Messico venisse ancora rappresentato come un luogo marginale dove i pochi barlumi di modernità erano l’eccezione alla regola. Block raccontava il Messico come un paese totalmente esotico, ma lo rendeva più accessibile al suo pubblico attraverso una serie di cliché.

Una forma di traduzione che semplificava le operazioni complesse che si svolgevano nella casa di Rivera e Kahlo: “Una casa messicana funzionalista dove si mettono in mostra opere d’arte postrivoluzionaria? Impossibile! Usiamo solo la foto con i cactus”. La prassi d’inserire una narrazione coloniale nelle traduzioni culturali sarebbe continuata.

Nel 2002, quando la casa di produzione di Harvey Weinstein ha distribuito il film Frida, con Salma Hayek, ha preteso una Kahlo più sexy – più scene di nudo, niente ciglia unite – ed è stata accontentata. Nel 2016, durante un concerto, Madonna ha invitato sul palco una spettatrice che somigliava a Frida e le ha detto di essere “molto emozionata e felice” di conoscerla, e poi le ha dato una banana.

Lo scorso anno, a halloween, mia nipote di 21 anni è stata trascinata da un’amica a una festa universitaria a New York. Non si era mascherata perché non era dell’umore adatto. A un certo punto è arrivato un trio di Wonder Women: stivali rossi al ginocchio, mutande con le stelline, busti senza spalline, fasce dorate legate intorno a lunghi capelli biondi. Una delle tre ha bevuto da una bottiglia ed è quasi caduta a terra vedendo mia nipote alle sue spalle. Si è voltata e l’ha guardata dritta negli occhi, studiandola da vicino. Come molte donne della famiglia di mia madre, mia nipote ha ereditato delle belle sopracciglia unite, folte e scure. “Oddio, è Frida Kahlo!”, ha esclamato Wonder Woman.

(Traduzione di Fabrizio Saulino)

Questo articolo è stato pubblicato il 13 luglio 2018 nel numero 1264 di Internazionale.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it