Pierpaolo Capovilla è seduto al tavolino di un bar che si trova nel cortile fuori dallo studio della trasmissione Propaganda live. Siamo a Roma, dalle parti di via Tiburtina. Il cantante si esibirà in diretta tra un paio d’ore insieme a Vinicio Capossela. Capovilla – il musicista e fondatore, tra gli altri, del Teatro degli Orrori, ma più di recente noto soprattutto per il suo ruolo da coprotagonista nel film di Francesco Sossai Le città di pianura – ha di fronte un bicchiere di vino bianco. È vestito di nero dalla testa ai piedi, con una giacca sopra la maglietta e le scarpe eleganti. Mentre parla, fuma una sigaretta dopo l’altra.

Da qualche mese Capovilla e Capossela formano una coppia creativa: prima hanno registrato Tutti bodyguard, versione aggiornata del brano Bodyguard, e poi hanno cominciato a lavorare a E morte non avrà dominio, uno spettacolo a cavallo tra musica e teatro in scena il 3 e 4 ottobre a Roma al Romaeuropa festival e poi nel resto d’Italia, ispirato alla vita dell’amico di Capossela Renato Striglia e all’opera di Dylan Thomas Sotto il bosco di latte (a cui Capossela ha dedicato anche un radiodramma). Un incontro tra due artisti che hanno diversi riferimenti culturali comuni, ma che fino a oggi non si erano mai incrociati. A farli incontrare è stato proprio Le città di pianura.

“Un giorno Vinicio ha visto il film al cinema e se ne è innamorato. Mi ha individuato come sua vittima sacrificale: sul palco di E morte non avrà dominio interpreto la parte di Renato Striglia, l’amico di Vinicio morto nel 2020 che nello spettacolo piano piano resuscita. Capossela mi ha scelto per questa parte del rock’n’roll loser, e mi ci sento a mio agio”, racconta Capovilla dopo il primo sorso di vino.

Gli faccio notare che, vista la sua lunga carriera nella musica alternativa italiana, e il successo clamoroso delle Città di pianura, presentato a Cannes e trionfatore ai David di Donatello, la sua vicenda artistica non si può certo definire un fallimento. “Io sono un fallito assoluto. Ho 58 anni e non pensavo di ritrovarmi in un mondo così. Noi perdenti del rock’n’roll facciamo musica per tutti, ma soprattutto per i ragazzi. Non ho figli, ma è come se le persone che vengono ai concerti fossero tutti figli miei. Mi sento di averli delusi, mi guardo intorno e mi chiedo: ‘A cosa è servito lottare?’”, dice. E, dopo essersi tolto la giacca, prosegue: “Al tempo stesso penso che sia giusto credere nelle idee. A me piace incazzarmi, contestare. Certo, oggi, c’è la tentazione di cedere al pessimismo. Ma non bisogna arrendersi al sistema capitalistico che ci vuole tutti l’uno contro l’altro. Come insegnava Karl Marx, bisogna diffidare della competizione e credere nella cooperazione”.

Quando parli con Capovilla, capita spesso che, oltre a Marx, citi Lenin. Per lui – che fino ai primi anni dieci del duemila oltre al musicista ha fatto il cameriere, il cuoco, il benzinaio o il portiere d’albergo – l’ideologia comunista è ancora una lente efficace attraverso cui leggere la realtà. Ma cosa significa resistere, per lui? Anche l’arte può essere una forma di resistenza? “Certo che lo è. Guai agli artisti che non prendono posizione. La vita non va vissuta nel privato, ma nel consorzio umano. Tu puoi avere tutti i soldi che vuoi, ma se i tuoi figli ascoltano Tony Effe o Sfera Ebbasta sarai comunque una persona infelice. Io preferisco altri rapper più impegnati: per esempio i nordirlandesi Kneecap”.

Per Capovilla, insomma, resistere significa anzitutto fare canzoni. “Scrivo canzoni d’amore per esprimere la mia vicinanza al prossimo. Del resto sono figlio di una suora mancata. Mia madre studiava da novizia ma poi non prese i voti, mentre mio padre voleva farsi prete. Sono laico, sono comunista, ma mi sento vicino alle posizioni della chiesa, insomma sono cattocomunista e me ne vanto”, dice mentre svuota il bicchiere.

Poi gli viene in mente Majakovskij, e lo recita, con quel tono vagamente alla Carmelo Bene che lo contraddistingue: “Credo nella grandezza del cuore umano! Sulla polvere sbattuta dalle battaglie, su tutti quelli che si azzuffano, disperando nell’amore, adesso l’impossibile diventa realtà”. E poi commenta: “Senti che bello? Sembra Gesù! L’hanno crocifisso per questo, del resto”.

“Beh, non solo per questo veramente”, dice qualcuno dal tavolo accanto. È Vinicio Capossela, che si è seduto a bere una birra e ascolta la nostra conversazione. “Dai Vinicio, siediti con noi”, gli fa Capovilla. Ma il cantautore resta al suo posto, e per il momento si limita ad ascoltare.

Capovilla torna sul tema dell’impegno politico, che per lui è quasi un chiodo fisso. “Ed Sheeran, che non ha fatto niente per fermare il boicotaggio del rapper Macklemore, è un vile. E per questo gli altri musicisti l’hanno lasciato solo, e hanno fatto bene”. Gli chiedo cosa ne pensa dell’intervento di Francesco De Gregori, che a maggio aveva dichiarato: “Provo sempre imbarazzo quando un uomo di spettacolo si schiera in maniera netta su questioni internazionali”. “Faccio fatica a commentare a causa del disgusto. Non nei confronti di Francesco De Gregori, che ho sempre amato e di cui conosco le canzoni a memoria. Ma disgusto per il suo punto di vista. Quelle canzoni a questo punto cercherò di disimpararle, come quelle di Nick Cave o dei Radiohead. Quello che non accetto da De Gregori sono le bugie: lui sostiene che non vuole fare proclami perché la sua opinione conta quanto quella di tutti gli altri. Questa è una menzogna. Un artista può comunicare la sua idea da una posizione privilegiata, su un palco”.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Ordino anche io un bicchiere di vino e gli chiedo a cosa sta lavorando. “Sono sempre impegnato, sto scrivendo anche un romanzo. Ho composto nuove canzoni per la mia band attuale, i Cattivi Maestri”. E il Teatro degli Orrori? Torneranno? “Nel 2027 succederà qualcosa. Abbiamo pronto un pezzo che parla della Palestina e qualche inedito che era rimasto nel cassetto, probabilmente uscirà un singolo o qualcosa del genere”.

Arriva la cameriera. “Un altro bicchiere di vino”, dice Capovilla. “E io un’altra birra”, gli fa eco Capossela, che nel frattempo si è avvicinato con la sedia.

È inevitabile, a un certo punto, parlare delle Città di pianura, forse il lungometraggio italiano più sorprendente del 2025, che ha trasformato il concetto di “bere l’ultima” in un piccolo tormentone. “Un film gentile”, lo definisce Capovilla. La pellicola racconta l’incontro tra uno studente universitario e due perditempo con il vizio dell’alcol e si trasforma pian piano in un road movie nella provincia veneta, con la crisi economica e la deindustrializzazione sullo sfondo. “Per me è stato facile calarmi nella parte di Doriano. È un alcolista cronico, come me. Un certo Vinicio Capossela mi ha definito un bevitore consapevole, del resto”. “Guarda che sei stato tu stesso a definirti così, Pierpaolo. L’hai detto in un’intervista qualche anno fa”, dice Capossela.

Capovilla ride, e prosegue: “Il complimento più bello che ho ricevuto per Le città di pianura è quello che mi ha fatto un mio vicino di casa, un signore molto anziano, al supermercato a Venezia. È andato a vedere il film due volte alla multisala Rossini. A piedi da casa sua ci avrà messo due ore ad arrivare. Un giorno in fila alla cassa mi squadrava, finché mi ha detto in dialetto veneto: “Ma tu sei l’attore? Che bravi che siete, è tutto vero, siamo noialtri”.

A quel punto la chiacchierata diventa definitivamente un’intervista a tre, e ne approfitto per chiedere a Capossela qualcosa su E morte non avrà dominio: “L’abbiamo chiamata ballad opera perché dentro ci sono 15 canzoni, quelle che faranno parte del mio prossimo disco. Un giorno ho scritto una lettera a Pierpaolo in cui gli raccontavo il rapporto tra me e Renato. Il tema dell’amicizia maschile del resto è anche al centro delle Città di pianura. Quello è un film sulla fratellanza e la compassione reciproca tra persone che sbagliano. Anche i protagonisti del Bosco di latte di Dylan Thomas sbagliano, ma a differenza di quelli dell’Antologia di Spoon River i loro errori non li portano dritti verso la tomba. Nel Bosco di latte i vivi convivono con i morti grazie al sogno, il regno dell’innocenza”.

Capovilla annuisce, compiaciuto. Aggiustandosi il cappello, Capossela aggiunge: “Come cantava Tom Waits, siamo tutti innocenti quando sogniamo. Nel Bosco di latte la morte viene superata perché la vita di Renato prosegue grazie alla memoria, che è una delle forme più alte di compassione e amore universale. Salute!”.
“Salute!”, rispondiamo.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it