A dieci giorni dal primo di una recente serie di rapimenti di massa in Nigeria, il 27 novembre il governo del presidente Bola Tinubu è corso ai ripari: ha proclamato lo stato d’emergenza in tutto il territorio nazionale e ha ordinato il reclutamento di ventimila nuovi poliziotti. Inoltre ha approvato l’uso delle guardie forestali per dare la caccia ai gruppi armati che si nascondono nel fitto della vegetazione di aree isolate dai centri urbani.

Questi provvedimenti seguono una drammatica sequenza di attacchi attribuiti a gruppi jihadisti o a semplici bande criminali, concentrati nel nord del paese (negli stati di Kebbi, Borno, Zamfara, Niger, Yobe e Kwara), in cui decine di civili sono stati uccisi e rapiti. Nell’ultima settimana sono state sequestrate 25 studenti di una scuola frequentata principalmente da ragazze musulmane, ma anche 38 fedeli in una chiesa, 315 studenti e insegnanti di una scuola cattolica, 13 ragazze che camminavano vicino a una fattoria nello stato di Borno e altre dieci donne e bambini.

Tinubu ha ringraziato le forze di sicurezza per aver salvato le 24 studenti sequestrate dalla prima scuola (una era riuscita a fuggire) e i 38 fedeli. Ha promesso inoltre che sarà fatto tutto il possibile per liberare i 265 bambini e insegnanti del collegio cattolico rimasti in ostaggio dei rapitori dopo che cinquanta erano riusciti a fuggire.

Se si escludono i fatti avvenuti nelle parti del paese dov’è attivo il gruppo jihadista Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale (Iswap), la maggior parte dei sequestri non è stata rivendicata, ma è stata attribuita genericamente alle bande criminali che negli ultimi anni hanno reso i rapimenti di massa un attività redditizia. La causa del loro diffondersi quindi non è la presunta persecuzione dei cristiani di cui ha parlato recentemente il presidente statunitense Donald Trump, che è arrivato a minacciare un intervento militare nel paese.

Gli attacchi alle scuole hanno avuto come conseguenza la chiusura di numerosi istituti in vari stati, compresa la cinquantina di collegi gestita dal governo federale. Questo aggrava la povertà educativa in questa parte della Nigeria, dove già vive l’80 per cento dei 18,5 milioni di bambini nigeriani che non vanno a scuola. Secondo l’Unicef le ricadute della situazione di pericolo sulla scuola si sentiranno per generazioni: tra il 2009 e il 2022, sono stati uccisi 2.295 insegnanti e più di 19mila sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Almeno 1.500 scuole hanno chiuso e 910 sono state distrutte.

Movente economico

Dopo il clamoroso rapimento nel 2014 di 276 ragazze in una scuola a Chibok, nello stato di Borno, e la grande campagna di sensibilizzazione che ne seguì sui social media con l’hashtag #BringBackOurGirls, le cose non sono molto cambiate per quanto riguarda la sicurezza di ragazzi e ragazze. L’Unicef stima che solo un terzo delle scuole del nord della Nigeria si sia dotato di sistemi di allerta precoce per prevenire gli attacchi.

Dieci anni fa la minaccia più evidente era quella dei miliziani jihadisti del gruppo Boko haram, convinti che “l’istruzione occidentale fosse un peccato”, mentre oggi i pericoli assumono forme diverse in un contesto d’insicurezza generalizzata dove si sommano diverse crisi (jihadismo, banditismo, conflitti tra comunità nomadi e stanziali). Secondo un rapporto dell’Unicef del 2023, nove anni dopo i fatti di Chibok nel solo nordest della Nigeria si registravano più di 2.400 gravi violazioni dei diritti dei bambini, ai danni di circa 6.800 minori. Tra le più diffuse, il reclutamento in gruppi armati, rapimenti, uccisioni e menomazioni.

E se oggi queste violenze continuano, il movente è principalmente economico, anche perché le autorità e i privati spesso pagano dei riscatti per ottenere la liberazione degli ostaggi. Anche dopo gli ultimi fatti la presidenza nigeriana ha difeso la decisione di assecondare le richieste dei rapitori per assicurare l’incolumità delle vittime.

Il sito nigeriano The Cable cita un rapporto della società di consulenza Sbm Intelligence, secondo cui nel paese ci sono stati 735 rapimenti di massa dal 2019, con più di 15.398 ostaggi in tutto il paese. “Queste cifre non sono semplici statistiche”, commenta il sito, “sono il simbolo di un paese che ha perso il controllo del proprio territorio. L’Ufficio nazionale di statistica stima che i nigeriani abbiano pagato la sbalorditiva cifra di 2,23 trilioni di naira (1,3 miliardi di euro) in un solo anno. È un’emergenza nazionale, perché queste somme rappresentano la linfa vitale di un’economia criminale in espansione”.

Per la stampa nigeriana è ora che il governo affronti la situazione con determinazione, in particolare la minaccia terroristica nel nordest. “Da quindici anni persone innocenti vengono uccise, sequestrate a centinaia, le loro case rase al suolo, le loro comunità devastate, i loro mezzi di sussistenza distrutti. Migliaia sono costretti ad andare a vivere nei campi profughi”, scrive il quotidiano nigeriano The Guardian. “Nonostante le rassicurazioni dei governi che si sono succeduti nel corso del tempo, compreso quello del presidente Tinubu, non è stata sferrata una controffensiva in grado di mettere fine a questo problema. Il governo non ha mostrato la volontà politica di stanare i terroristi e i loro finanziatori. Né ha cercato di spiegare perché l’esercito nigeriano abbia fallito. Invece i fuorilegge sono diventati sempre più letali e sfrontati”.

Il giornale è pessimista: “Tinubu deve darsi da fare o dimettersi. L’alternativa è assistere alla disintegrazione della Nigeria. Ormai chi paragona la nostra situazione a quella dell’Afghanistan non sbaglia completamente: sta semplicemente dando voce a un timore che il governo si rifiuta di riconoscere”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.

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