All’inizio di ottobre l’esercito israeliano ha pubblicato sul suo sito ufficiale in lingua inglese una lista di 170 giornalisti e operatori dell’informazione palestinesi uccisi durante la guerra nella Striscia di Gaza e considerati come “terroristi”. The press files, questo il nome della pubblicazione, si presenta come “un’indagine approfondita basata su un’ampia gamma di fonti d’intelligence, tra cui informazioni open source, documenti raccolti sul campo, interrogatori di agenti militari da parte dei servizi segreti israeliani e altro”. L’obiettivo è dimostrare che queste persone si dichiaravano giornalisti, ma ricoprivano invece ruoli “all’interno delle ali militari di organizzazioni terroristiche”.
Ogni nome, accompagnato da una fotografia, è seguito da numeri identificativi, dall’organo di stampa per cui la persona “a quanto pare lavorava come giornalista”, dall’“organizzazione terroristica” di cui faceva parte (Hamas o la Jihad islamica palestinese) e dalla posizione ricoperta al suo interno. In realtà, come dimostra un’analisi del giornalista ed esperto di Gaza Muhammad Shehada su +972 Magazine, le prove usate per accusare i giornalisti comprendono pagine vuote, documenti modificati e frammenti non verificabili.
Nei 49 casi più eclatanti le prove consistono in necrologi attribuiti direttamente a Hamas o alla Jihad islamica, che rivendicano le persone morte come loro affiliati. Ma anche questo “è lungi dall’essere conclusivo”, commenta Shehada. Di questi 49, infatti, 19 non sono mai stati inseriti nella lista dei giornalisti uccisi a Gaza compilata dal Committee to protect journalists (Cpj), di cui fanno parte 191 persone. Altri 21 sono stati rimossi dopo che è stato stabilito che non erano operatori dell’informazione o che avevano svolto un ruolo attivo nei combattimenti. Solo 78 nomi sui 170 nella lista dell’esercito israeliano compaiono anche nell’elenco del Cpj e nella grande maggioranza non sono accompagnati da foto incriminanti né da altre prove a sostegno delle accuse.
Le 59 schede relegate alla fine della lista sono prive di qualunque tipo di prova o documentazione e sono integrate semplicemente da un asterisco seguito dalla dichiarazione: “sulla base di diverse fonti di intelligence”. È il caso di Anas al Sharif, noto giornalista di Al Jazeera di 28 anni, ucciso il 10 agosto 2025 in un attacco aereo israeliano mirato contro una tenda di giornalisti all’esterno dell’ospedale Al Shifa; del suo collega Ahmed al Louh, cameraman di 39 anni ucciso nel campo profughi di Nuseirat; o di Hassan Sammour, della radio Sawt al Aqsa, morto insieme a undici componenti della sua famiglia quando una bomba israeliana ha centrato la sua casa a Khan Yunis.
L’esercito israeliano considera terroristi anche i giornalisti che sono entrati in Israele il 7 ottobre 2023, durante gli attacchi condotti da Hamas, senza considerare il fatto che molti di loro si sono precipitati nei dintorni della barriera che separa i due territori per documentare quello che stava succedendo. La scheda di Mohammed Abd al Aziz al Najjar, per esempio, contiene solo una foto di lui con le dita alzate in segno di vittoria e quello che sembra un veicolo in fiamme sullo sfondo. Quanto basta per etichettarlo come “agente militare” di Hamas.
In 19 casi le prove dell’esercito israeliano consistono in foto degli individui in posa con armi o con indosso uniformi militari, oppure in immagini riprese da video pubblicati dai gruppi estremisti palestinesi. “Inutile dire che essere ritratti in divisa militare o in posa con delle armi non significa automaticamente che una persona sia un militante”, nota Shehada. Che ricorda le foto pubblicate Lizzy Savetsky, in cui l’influencer filoisraeliana è vestita con la divisa militare, ha un fucile in mano ed è circondata dai soldati israeliani. Inoltre dei 19 palestinesi solo quattro sono inclusi nella lista del Cpj, in seguito a indagini approfondite che hanno qualificato come “infondate” le accuse israeliane.
Oltre a essere privo di credibilità, questo tentativo israeliano di diffamare l’intera categoria dei giornalisti che continuano a raccontare al mondo quello che succede dentro la Striscia di Gaza va anche contro ogni logica, conclude Shehada. Perché mai un militante pericoloso e ricercato dovrebbe mostrarsi in pubblico, rivelare la sua posizione pubblicando aggiornamenti sui social media e trasmettere in diretta davanti a una telecamera con il rischio di essere colpito da un momento all’altro? E comunque, se proprio è convinto che tutti i giornalisti di Gaza sono legati a Hamas, Israele ha una soluzione facile per risolvere il problema: far entrare i reporter stranieri nella Striscia.
I leader israeliani, però, preferiscono di gran lunga infangare il lavoro di chi si oppone alla loro narrazione dei fatti e denuncia le atrocità commesse a Gaza. E per farlo non esitano a ricorrere a mezzi oscuri e scorretti, quasi al limite del ridicolo. È quello che sta succedendo con Naza: the real story, un film online promosso dal governo israeliano che è una specie di imitazione all’inverso di Naza, il documentario che dopo tre anni di genocidio raccontato dai giornalisti palestinesi finalmente sta facendo aprire gli occhi del mondo sui crimini dell’esercito israeliano a Gaza.
Proprio come il vero Naza, girato dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, anche il finto documentario si basa su interviste anonime fatte sui tetti di Tel Aviv. Ma invece di raccontare come il sistema di intelligenza artificiale viene usato dai militari israeliani per uccidere i civili a Gaza, le fonti si lanciano nella difesa dell’“esercito più morale del mondo”. Riproducendo anche lo stesso stile visivo, l’obiettivo è “rivelare nel dettaglio il sistema dietro l’uccisione di massa calcolata da parte di Israele dei terroristi a Gaza”, come si legge nella sinossi ufficiale, a sua volta una distorsione del senso dell’originale. Il progetto è ospitato sul dominio nazadocumentary.com, registrato il 16 settembre, sei giorni dopo la proiezione di Naza alla Mostra del cinema di Venezia, dove ha vinto il premio speciale della giuria.
I registi di Naza. The real story sono Ariel Averbuch, avvocato e riservista dell’esercito israeliano, e Roi Danino, candidato alle prossime elezioni con il partito di destra Israel first. L’8 ottobre il governo israeliano ha annunciato che i due registi saranno premiati con uno speciale documento chiamato “certificato di riconoscimento” per il loro “contributo alla diplomazia pubblica israeliana”. Abraham e Szor invece continuano a essere attaccati e demonizzati sui mezzi d’informazione e sulla scena politica israeliana.
L’11 ottobre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto l’apertura di un’inchiesta contro gli esponenti delle forze di sicurezza che hanno testimoniato anonimamente in Naza, in modo da poterli perseguire penalmente per avere “danneggiato gli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele”. Il Guardian, che ha prodotto il documentario, ricorda che “la protezione delle fonti giornalistiche costituisce un pilastro fondamentale della libertà di stampa secondo gli standard internazionali in materia di diritti umani e gli ordini di divulgazione sono ammessi solo a condizioni rigorose”. Secondo un portavoce del giornale britannico, tutte queste mosse sono un tentativo per “distogliere l’attenzione dalle questioni urgenti sollevate dal film riguardo alle uccisioni di massa di civili palestinesi a Gaza”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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