Ruwaida Amer è una giornalista, produttrice e regista nata a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. In una vita passata era insegnante di scienze. Dall’inizio dell’operazione militare israeliana il 7 ottobre 2023, ha raccontato il dramma della popolazione palestinese su vari mezzi d’informazione internazionali. Abbiamo tradotto alcuni suoi articoli anche su Internazionale. Nel primo, scritto subito dopo l’inizio dei bombardamenti israeliani, dice che gli abitanti di Gaza non sanno dove fuggire perché nessun luogo è sicuro. Poi ha raccolto le voci del campo profughi di Khan Yunis, ha denunciato il rischio di un’epidemia di poliomielite e ha descritto i suoi sentimenti in occasione dell’anniversario della guerra.
Il 21 luglio sul sito indipendente +972 Magazine ha scritto un articolo dal titolo “Stiamo morendo di fame”. Ne pubblichiamo un estratto nel numero 1624 di Internazionale, in edicola dal 25 luglio. Amer racconta cosa significa vivere provando costantemente fame: “Il nostro corpo si sta rompendo. Ci sentiamo sempre deboli, con la mente confusa e agitata. Ci irritiamo facilmente, ma il più delle volte restiamo in silenzio. Parlare consuma troppa energia”.
Ascolta | A Gaza si muore di fame
Amer vive nella casa bombardata di una zia nel campo profughi di Khan Yunis, sovraffollato, desolato e soffocante, dove ogni mattina ci si sveglia pensando solo a una cosa: trovare qualcosa da mangiare. Ma ormai nei mercati non si vende più nulla e il poco che c’è ha prezzi esorbitanti. E così gli adulti sopravvivono con un solo pasto al giorno, di solito pane fatto con la farina che si riesce a trovare. Il resto si tiene da parte per i malati, i feriti, gli anziani e i bambini. Amer a volte li osserva dalla porta di casa: “Trascorrono la maggior parte del tempo seduti per terra, con lo sguardo assente sui passanti”.
Ormai quasi nessuno va più in giro, per paura non solo delle bombe israeliane, ma anche che le gambe possano cedere. È successo alla sorella di Amer: mentre era per strada a cercare qualcosa da mangiare per i suoi figli è crollata a terra priva di forze. Amer ha solo trent’anni, ma non è più la donna energica che era un tempo, dice: “Da quasi un mese non riesco a seguire le notizie. Non riesco a concentrarmi, il mio corpo non regge. Non riusciamo a fare le cose più elementari che le persone di tutto il mondo fanno ogni giorno. La fame ci ha privato di tutto”.
Settantadue ore
In questi giorni molti giornali regionali e internazionali hanno pubblicato articoli, testimonianze e denunce sulla diffusione senza precedenti della fame in tutta la Striscia di Gaza. Pochi giorni fa Mohammed Abu Salmiya, direttore dell’ospedale Al Shifa di Gaza, ha fatto sapere che nelle 72 ore precedenti 21 bambini erano morti di malnutrizione o di fame.
E il 23 luglio più di cento organizzazioni umanitarie hanno avvertito che nella Striscia di Gaza si sta diffondendo una “carestia di massa”. Le ong, tra cui Medici senza frontiere, Amnesty international e Oxfam international, hanno lanciato un appello per un cessate il fuoco immediato, l’apertura di tutti i valichi di terra e la libera circolazione degli aiuti umanitari.
In un comunicato la redazione dell’agenzia France-Presse ha avvertito che “senza un intervento immediato gli ultimi giornalisti di Gaza moriranno”. L’agenzia ha dieci collaboratori all’interno della Striscia, che negli ultimi ventuno mesi hanno contribuito a diffondere le poche notizie che arrivano al mondo sulle sofferenze della popolazione e gli orrori compiuti da Israele nel territorio palestinese. “Da mesi assistiamo, impotenti, al deterioramento drammatico delle loro condizioni di vita”, si legge nel comunicato. “La loro situazione è oggi insostenibile, nonostante un coraggio, un impegno professionale e una resilienza esemplari”.
Anche Al Jazeera si è rivolta ai giornalisti di tutto il mondo, alle organizzazioni per la libertà di stampa e agli organismi legali chiedendo di “agire in modo deciso per fermare la riduzione alla fame e i crimini commessi contro i giornalisti e gli operatori del settore a Gaza”. Dall’ottobre del 2023 l’esercito israeliano ha ucciso cinque giornalisti di Al Jazeera: Samer Abudaqa, Hamza Dahdouh, Ismail al Ghoul, Ahmed al Louh e Hossam Shabat. Secondo Reporters sans frontières sono più di duecento i giornalisti uccisi da Israele nella Striscia di Gaza.
Eppure, nonostante i rischi, hanno continuato a fare il loro lavoro, cercando di fare un po’ di luce sul buco nero dell’informazione che è diventata la Striscia di Gaza, dove Israele impedisce l’ingresso della stampa straniera dall’inizio della sua operazione militare. Ma ora non ce la fanno più. Anas al Shariff, corrispondente del canale arabo di Al Jazeera, ha scritto: “Non ho smesso di lavorare per un momento in ventuno mesi, e oggi lo dico apertamente… e con un dolore indescrivibile. Sto annegando nella fame, tremo da quanto sono esausto e resisto alla possibilità di svenire che mi segue ogni momento… Gaza sta morendo. E noi moriamo con lei”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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