Il 20 settembre 2026, durante la festa di Gioventù nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia, la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha parlato davanti a decine di ragazzi. Al centro del discorso, accolto con ovazioni e applausi, c’era il tema della scuola che, come sempre, a settembre riaccende gli animi e l’attenzione dell’opinione pubblica. Quest’anno anche per via di un tredicenne che ha accoltellato un’insegnante in una scuola media di Centocelle, a Roma, e delle dichiarazioni successive della professoressa a favore della remigrazione.
Tra le altre cose, Meloni e il suo governo immaginano e intendono proporre una legge per stabilire il numero massimo di studenti stranieri in ogni classe. Uno scenario tanto inverosimile quanto desiderato da chi ha così paura degli studenti stranieri che non li vuole neanche incrociare per sbaglio.
Sarebbe così facile consigliare a chi vive di questo terrore di leggere Frantz Fanon, bell hooks, Paulo Freire, Angela Davis, Houria Bouteldja, Françoise Vergès. O ancora Angelo Boccato, Igiaba Scego, Oiza Queens Day Obasuyi, Marilena Umuhoza Delli, Andreea Simionel, Michele Arena e Christian Raimo, se vogliamo restare in Italia. Eppure le parole non sempre bastano per superare la paura di una scuola non bianca.
Conoscere le aule
Cosa significa scegliere una percentuale esatta di chi deve stare in classe, senza conoscere quelle aule? Perché sono tante e cambiano da nord a sud, dal centro alle isole, e sono diverse per dialetti, culture, religioni, ma anche per accessibilità, fondi, biblioteche, infrastrutture e insegnanti. Soprattutto insegnanti. Coloro che davvero abitano l’aula, che ci costruiscono dentro giornate, lezioni, legami e notano, nelle soddisfazioni e nella fatica, come crescono i bambini, le ragazze e i ragazzi, a prescindere dalle origini.
Alla scuola italiana non manca niente per diventare ciò che è già, anche se a volte non lo si riconosce. Ci sono le vite pulsanti e diverse che la riempiono; c’è l’intersezione di storie lontanissime che ogni giorno si incontrano e si scontrano; i luoghi in cui mostrarsi, rifugiarsi, trovare confronto e conforto; e poi ci sono i corpi dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze.
Corpi con colori, abilità, intelligenze, lingue, esperienze e possibilità economiche che troppo spesso però non somigliano a quelle di chi ogni giorno li saluta e dietro una cattedra o davanti a una lavagna insegna loro matematica, storia, italiano, arte, educazione civica e, in qualche modo, la vita.
Viene da chiedersi, allora, che scuola è una scuola che ai suoi studenti dice che per essere accolti devono “imparare la nostra lingua, conoscere la nostra cultura, rispettare le nostre regole”. Ma poi, una volta fatto tutto questo, crescendo, i corpi di quei bambini e di quelle ragazze spariscono: dalle cattedre, dalle banche, dalle corsie degli ospedali, dagli studi legali, dal cinema, dalle redazioni dei giornali. E si dice che succede per una questione di merito e non di razzismo, di classismo, di pregiudizi e discriminazioni molto riconoscibili, poco denunciabili.
Il tema è vasto, plurale come le voci delle studenti che negli ultimi trent’anni, nonostante una legge sulla cittadinanza che dopo più di trent’anni andrebbe finalmente cambiata, continuano a provare a parlare di sé, anche se ora sono grandi e hanno finito di studiare da un bel po’. Come Naomi Kelechi Di Meo e Fatima El Mouh, che hanno creato un questionario per studenti ed ex studenti italiani razzializzati, con l’obiettivo di costruire un vero e proprio archivio collettivo delle esperienze di razzismo a scuola.
Le lezioni dei bambini
Gli studenti e le studenti con cittadinanza straniera in Italia nell’anno scolastico 2024-2025 erano più di 900mila, l’11,6 per cento del totale. Ma la politica parla di loro senza saperli vedere, ascoltare o comprendere. Eppure le cose straordinarie che questi bambini e ragazze possono insegnare sono tante. A partire da ciò che non sanno.
Non hanno idea che a un certo punto il colore della loro pelle, il paese di origine di una madre, il proprio nome o la situazione burocratica della propria famiglia diventeranno un ostacolo. Non se lo immaginano, non lo credono possibile perché la scuola – come la legge – è uguale per tutte e per tutti.
Inoltre, bambini, bambine e ragazzi sanno cose che noi dimentichiamo spesso. Sanno che, anche se non lo trovano sui libri di testo o nelle cartine appese al muro, il colonialismo europeo ha a che fare con alcune delle storie dei loro antenati, e ha ancora conseguenze su di loro. Sanno che diverso è un aggettivo neutro fino a quando un adulto o un coetaneo non lo associa a parole come sbagliato, stupido, inferiore, straniero o pericoloso.
Ha ragione la presidente del consiglio a dire che “non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati minoranza”.
Sarebbe bello capire se sta parlando di R., nato a Imola nel 2004, che ama il calcio, la MotoGp, odia la Coca-Cola e la carne di agnello, e ogni volta in cui segna un gol cerca sua madre negli spalti. Si riferisce a Rui, Rayan, Radu, Riccardo, Romario, Redion, Raffaele o Rashid?
Oppure sta parlando di S., che vive a Torino dal 2018, fa atletica, è brava in scienze, ama il sushi, uscire con le amiche e ogni estate fa un viaggio di sei ore per andare a trovare i nonni, e che quando parla nel sonno lo fa nel dialetto che ha imparato da piccola. Ma si riferisce a Sara, Safa, Salimata, Serena, Stela, Shiqpe, Sania, Saily o Suxin?
Come un brutto voto
Chi è italiano? Che significa essere italiani? Cosa vuol dire esserlo a scuola? Come lo si riconosce? Da cosa dipende? Dalle lingue parlate, dalle origini dei genitori e dalle loro performance nelle comunicazioni scuola-famiglia, dalle attività extrascolastiche, dai documenti ottenuti? E se non lo sei per davvero, che cosa succede? Se non lo si è da bambini, da adulti si può rimediare? L’identità è qualcosa che si recupera come un brutto voto a scuola? Come la condotta?
Tra i tanti insegnamenti di questo presente, tenere a mente che le domande saranno sempre tante e le risposte molte meno può essere un esercizio utile per non farsi sopraffare dalla paura. Specialmente se si trasforma in odio e comincia ad applaudire a slogan di propaganda come se fossero verità inoppugnabili.
La scuola italiana è aperta, plurale e bellissima. Non c’è bisogno di distruggerla, né di pensare che poi ripararla sarà compito solo delle generazioni future. Noi adulti, comunità educante dentro e fuori la scuola, abbiamo l’unico compito di metterci in ascolto, capire cosa ci stanno dicendo bambini, ragazze e ragazzi, e al massimo proporre idee nuove e pulite. Ne avremo tutti bisogno. Soprattutto quei giovani che hanno applaudito la presidente del consiglio alla festa di Gioventù nazionale. Perché altrimenti andranno a dire ai loro compagni di sempre che, qualcuno che non li conosce nemmeno, vuole tenere il loro futuro luminoso dentro un buio passato.
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