Negli Stati Uniti c’è un termine che indica la pratica di cambiare i confini di un collegio elettorale per favorire un partito alle elezioni: è gerrymandering, dal nome del governatore del Massachusetts Elbridge Gerry, che nel 1812 approvò una mappa elettorale con un collegio dalla forma simile a una salamandra (in inglese salamander). Una storia raccontata in un breve video del New York Times, che mostra come questo metodo può discriminare le minoranze, riducendone il potere elettorale.

In realtà la costituzione statunitense prevede la possibilità di ridisegnare delle mappe elettorali, perché lega la rappresentanza alla popolazione: ogni dieci anni si svolge il censimento federale, e in base ai nuovi dati i 435 seggi della camera sono riassegnati tra i cinquanta stati (con un procedimento che si chiama reapportionment). Gli stati che sono cresciuti di più guadagnano seggi, quelli che sono cresciuti meno o si sono spopolati ne perdono.

Dopo la riassegnazione ogni stato deve ridisegnare i confini interni dei propri collegi elettorali per riflettere i nuovi equilibri demografici e garantire che ogni collegio abbia più o meno lo stesso numero di abitanti (secondo il principio del one person, one vote stabilito dalla corte suprema negli anni sessanta).

National Geographic

Questo compito spetta quasi sempre ai parlamenti statali, salvo nei pochi stati che lo hanno affidato a commissioni indipendenti o bipartisan. È proprio in questo passaggio, tecnicamente necessario ma lasciato nelle mani di chi controlla il parlamento statale, che si inserisce il gerrymandering: la maggioranza di turno approfitta della necessità di ridisegnare i collegi per avvantaggiare il proprio partito, invece di limitarsi a bilanciarli in base alla popolazione.

Le nuove mappe elettorali create nel 2025 non seguono però il censimento decennale, visto che il prossimo sarà nel 2030: si tratta di un processo intermedio, voluto da Donald Trump e dai repubblicani, per correggere le mappe a proprio favore in vista del voto di metà mandato del 2026, un intervento possibile solo dove la legge statale lo consente.

Secondo l’Economist quest’anno però a guadagnare dal gerrymandering potrebbero essere i democratici, anche se sono stati i conservatori a cambiare le mappe: nel primo collegio del North Carolina, ridisegnato per favorire Trump di quasi dodici punti, il deputato democratico uscente Don Davis ha comunque sei punti di probabilità in più di essere rieletto. In Florida, il democratico Darren Soto ha una possibilità su due di tenere il suo seggio nel nono collegio, nonostante i nuovi confini includano aree favorevoli a Trump per 18 punti.

Le stime dell’Economist indicano che le nuove suddivisioni dovrebbero garantire al partito repubblicano un vantaggio medio di 6,5 seggi rispetto ai vecchi confini. Questo significa che i democratici per conquistare la maggioranza alla camera dovranno vincere il voto popolare nazionale con un margine di quattro punti percentuali, e non più due come si pensava fino a poco tempo fa.

Ma la rivista calcola che potrebbero avere un vantaggio di circa otto punti, un distacco sufficiente a compensare l’effetto del gerrymandering. E il crollo della popolarità di Trump, soprattutto tra gli elettori ispanici, sta avendo un effetto che i legislatori repubblicani non avevano previsto: in Texas il vantaggio costruito a tavolino (creando cinque nuovi collegi in territori che nel 2024 avevano votato per Donald Trump con un margine di almeno dieci punti) vale ormai in media tre seggi, non cinque.

Come funziona il gerrymandering

Per cambiare i confini elettorali si usano in genere due tecniche: la prima si chiama cracking (frammentazione) e consiste nel disperdere gli elettori di un partito in più collegi, in modo che restino sempre in minoranza. La seconda è il packing (accumulo), che funziona al contrario, cioè concentra gli elettori avversari in pochissimi collegi, dove vinceranno con margini larghissimi ma sprecati dal punto di vista strategico, lasciando gli altri collegi al partito che controlla il disegno delle mappe.
Un terzo elemento indicativo del gerrymandering è la forma stessa dei collegi: quelli tracciati secondo criteri neutrali tendono a essere “compatti”, cioè relativamente regolari e senza appendici artificiali, mentre i collegi manipolati presentano spesso sagome tortuose e frastagliate, studiate apposta per includere o escludere determinate aree.

Per mostrare quanto sia semplice applicare queste tecniche, il New York Times ha creato uno stato immaginario, Hexapolis, con un gioco interattivo in cui bisogna ridisegnare i collegi elettorali per far vincere il proprio partito.

The New York Times

E in Italia?

A differenza degli Stati Uniti, i confini dei collegi elettorali in Italia non sono decisi direttamente dal parlamento in carica, ma disegnati da una commissione tecnica di esperti indipendenti. La commissione lavora sulla base di criteri fissati dalla legge e il risultato è poi confermato con un decreto legislativo, che il parlamento può solo approvare o respingere in blocco.

Il senato però ha approvato una riforma della legge elettorale che elimina i collegi uninominali, estende a tutto il territorio nazionale i collegi plurinominali e introduce un premio di governabilità calcolato sul risultato nazionale, oltre a prevedere fino a tre preferenze per i candidati diversi dal capolista. Un gruppo di geografe e geografi ha pubblicato un appello-manifesto, curato dal geografo Angelo Turco, che chiede di valutare gli effetti della riforma sui territori prima che il testo arrivi al voto definitivo.

Quando si traccia il confine di un collegio elettorale, spiegano, si decide che alcune popolazioni “appartengono” alla stessa unità politica e altre no. Questo può tenere insieme realtà che ha senso siano unite (una città e la sua cintura, per esempio) oppure spezzarle arbitrariamente. O, ancora, unire zone che non hanno niente in comune solo per questioni di numeri.

In un paese fatto di realtà molto diverse tra loro – metropoli, aree interne spopolate, zone montane, isole, territori di confine con minoranze linguistiche – lo stesso sistema elettorale può funzionare bene in un posto e malissimo in un altro, a seconda di come sono disegnate le linee.

Le firmatarie e i firmatari dell’appello non sono contrari alla riforma per principio, ma chiedono che siano pubblicati i criteri territoriali usati per tracciare i nuovi collegi, le cartografie, i dati demografici e le alternative scartate, e che accanto alle figure giuridiche e statistiche già previste siano coinvolti esperti ed esperte indipendenti in materie geografiche. ◆

Questo articolo è tratto dalla newsletter Numeri.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it