Le forze armate yemenite hanno annunciato il 3 ottobre il lancio di un’offensiva sulla capitale Sanaa con la copertura aerea della coalizione saudita. La manovra fa parte dell’operazione Yemen dawn per “ripristinare le istituzioni statali, liberare la capitale e mettere fine al colpo di stato della milizia huthi”, riassume il giornale yemenita Al Sahwa.
Le forze governative sostengono di aver preso il controllo dello stretto di Bab al Mandab, il corridoio marittimo che collega il mar Rosso al golfo di Aden, e della città di Dhubab, nel governatorato sudoccidentale di Taiz.
I ribelli huthi sostenuti dall’Iran hanno conquistato molti territori nell’ultimo mese, occupando ampie zone della costa del mar Rosso. Fra il 3 luglio e il 26 settembre in Arabia Saudita sono stati colpiti almeno 37 siti, scrive il settimanale saudita Al Majalla: 33 attacchi compiuti dagli huthi e quattro dall’Iraq. Dopo quattro anni di tregua, da luglio gli attacchi huthi contro l’Arabia Saudita si sono moltiplicati.
Le incursioni di droni dall’Iraq all’inizio di settembre hanno interrotto temporaneamente il funzionamento dell’oleodotto Est-ovest, che trasporta quattro o cinque milioni di barili di greggio al giorno, cioè il 4-5 per cento della fornitura mondiale.
Gli huthi, cioè il gruppo zaidita Ansar Allah, negano di aver ceduto Bab al Mandab, scrive il corrispondente da Sanaa del sito qatariota Al Jazeera, secondo il quale è ancora troppo presto per capire cosa stia realmente succedendo sul campo. L’unica cosa certa sono gli enormi e disperati spostamenti di popolazione da un governatorato all’altro.
Dal 1 al 18 settembre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato lo spostamento di circa 119mila persone, salite a 174mila alla fine del mese. Più di tremila sono fuggite via mare verso Gibuti. L’Unicef conferma il quadro: il 16 settembre l’agenzia dell’Onu calcolava che più di centomila persone, tra cui almeno 57mila bambini, hanno dovuto lasciare la propria casa in due settimane, durante i combattimenti nella parte occidentale di Taiz, a sud di Hodeidah, a Marib e in altre aree. Questo ritmo rapidissimo è anche un segnale diretto di quanto il conflitto si stia intensificando.
Il sito yemenita News Yemen traccia un quadro terribile della situazione umanitaria, ricordando che spesso gli sfollati sono già dovuti fuggire più volte. E aggiunge che “la concentrazione di più della metà degli sfollati a Taiz, poi a Hajjah e Aden rivela che la prossima equazione non sarà solo militare: la geografia della popolazione si sovrapporrà a quella militare ed economica, con pressione su tutti i servizi, dalla scuola alla sanità, fino alle risorse e all’acqua”.
Mentre le truppe avanzano sul terreno, centinaia di migliaia di famiglie si muovono nella direzione opposta in cerca di sicurezza e senza la certezza di poter tornare, un movimento che potrebbe diventare uno dei nodi più importanti del dopoguerra.
Banco di prova
Fuori dallo Yemen si teme che il conflitto si allarghi: è diventato una prova per la nuova alleanza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, scrive il giornale Al Araby. I tre paesi del patto della Mecca, firmato ad agosto, si sono riuniti d’urgenza a Riyadh il 3 ottobre per discutere della situazione yemenita, ora che il conflitto ha toccato il territorio saudita.
È il primo banco di prova per il patto di difesa congiunto, che punta ad agire senza il sostegno degli Stati Uniti, e i ministri degli esteri e della difesa di Pakistan e Turchia hanno concordato con l’Arabia Saudita l’invio di forze militari nel regno.
Gli Stati Uniti hanno dunque abbandonato il loro alleato, si chiede Al Majalla?
Visto da Riyadh, anche se “non è la prima volta che gli Stati Uniti lasciano soli i loro alleati”, il ritiro statunitense è stato particolarmente rapido: “Mentre la scorsa settimana Washington si affrettava a contenere le conseguenze della drammatica avanzata degli huthi lungo la costa yemenita sul mar Rosso, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance confermava di essere impegnato in conversazioni dirette con gli huthi”.
Tra le persone incontrate, ha riferito l’agenzia Reuters, c’era Mohammed Abdulsalam, uno dei più alti funzionari politici degli huthi, colpito dalle sanzioni statunitensi. Abdusalam ha assicurato che non ci saranno attacchi contro le navi statunitensi nel conflitto con l’Arabia Saudita.
“C’è un’evidente ironia della sorte”, conclude il giornale saudita. “Donald Trump aveva rimesso gli huthi nella lista statunitense delle organizzazioni terroristiche nel gennaio 2025, ma la sua amministrazione ora negozia con loro, dopo che hanno notevolmente migliorato la posizione sul campo di battaglia nelle ultime settimane”. ◆
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