La notte del 12 giugno Donald Trump ha annunciato sul suo social media Truth che il Comando sud degli Stati Uniti ha condotto un attacco militare “rapido e letale” per uccidere Héctor Rusthenford Guerrero Flores, noto come il Niño Guerrero. Il presidente statunitense ha aggiunto che l’operazione è stata realizzata con la collaborazione del governo del Venezuela, senza specificare né la data né il luogo in cui è avvenuta.

Il post includeva anche un video in cui si vede quello che probabilmente è un missile colpire un edificio facendolo saltare in aria. Trump ha aggiunto che “ora i terroristi del Tren de Aragua non hanno nessun rifugio sicuro, né in Venezuela né in nessun altro luogo. Sotto la mia leadership troveremo questi assassini e boss della droga in qualsiasi momento e luogo, per mandarli nelle profondità dell’inferno, a cui appartengono”.

Successivamente il governo di Caracas, guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, ha reso noto che il leader criminale era stato ucciso nello stato di Bolívar, nel sudest del paese, come risultato di una collaborazione coordinata tra i due paesi.

Il Tren De Aragua è l’organizzazione criminale più potente del Venezuela e l’unica ad aver allargato il suo potere all’estero. Da semplice gruppo nato all’interno di un carcere – quello di Tocorón, nello stato di Aragua – si è trasformato in una minaccia internazionale che gestisce un ampio ventaglio di attività illecite in vari paesi del Sudamerica.

Il Niño Guerrero era fuggito da Tocorón nel 2012 (era accusato di traffico di droga, omicidio e furto) e poi arrestato nuovamente l’anno dopo. Doveva scontare una pena a 17 anni ma quando, a settembre del 2023, il governo di Caracas aveva lanciato un’operazione per riprendere il controllo della prigione, lui non c’era. Da allora non si è più saputo nulla, fino all’annuncio della sua uccisione la scorsa settimana.

Secondo Luis Izquiel, docente di criminologia all’università centrale del Venezuela, il Tren de Aragua è un’organizzazione nata più di dieci anni fa all’interno di un sindacato che controllava un tratto in costruzione della ferrovia destinata ad attraversare lo stato di Aragua, nella zona centrosettentrionale del paese. I suoi affiliati estorcevano denaro agli appaltatori, vendevano posti di lavoro nei cantieri e cominciarono a essere conosciuti come “quelli del Tren de Aragua”.

Quando il Niño Guerrero è rientrato in carcere, nel 2013, il gruppo criminale era ancora piccolo, circoscritto a Tocorón. Ma sotto il suo comando ha cominciato a crescere e a rafforzarsi. L’organizzazione ha allargato le attività in altre regioni venezuelane, “controllando una miniera illegale nello stato di Bolívar e un corridoio per il traffico di droga verso Trinidad e Tobago, situato nel nord”.

Poi è avvenuto il processo di internazionalizzazione, prima verso la Colombia e poi verso altri paesi latinoamericani, tra cui Perù, Cile, Ecuador, Brasile e Panamá, seguendo la rotta migratoria dei venezuelani che lasciavano il paese per la crisi economica, sociale e politica. Oggi il Tren de Aragua, accusato di traffico di esseri umani, omicidio, sequestro di persona, rapina, traffico di droga ed estorsione, è considerato dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica.

L’operazione congiunta in cui è stato ucciso il boss è un ulteriore esempio del riavvicinamento tra Washington e Caracas dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores lo scorso 3 gennaio. A marzo i due paesi hanno ripreso le relazioni diplomatiche, interrotte nel 2019, e gli Stati Uniti stanno procedendo alla riattivazione della loro ambasciata a Caracas.

Nel frattempo Trump sta gradualmente allentando le sanzioni contro il Venezuela, che ha approvato delle leggi sugli idrocarburi e sul settore minerario, aprendo agli investimenti privati nel paese, che ha le più grandi riserve petrolifere al mondo.

Rivendicazione aperta

Ma l’azione militare di Washington è anche l’ennesimo esempio di come la Casa Bianca stia cercando di imporre il suo controllo in America Latina. Dopo l’intervento per prelevare Maduro, gli Stati Uniti hanno minacciato di condurre operazioni simili anche a Cuba e hanno imposto un pesantissimo embargo petrolifero all’isola, che ha conseguenze soprattutto sulla popolazione alle prese con la mancanza di elettricità, benzina e generi di prima necessità.

Poi hanno condotto 63 attacchi illegali nei Caraibi e nel Pacifico contro navi accusate senza prove di trasportare droga, provocando più di duecento morti. L’obiettivo di tutte queste operazioni sembra piuttosto chiaro: dare la priorità agli interessi statunitensi e impadronirsi delle risorse locali.

Di fronte alla principale potenza mondiale e alle sue minacce di sanzioni, la maggior parte dei paesi, anche quelli non politicamente allineati con l’amministrazione Trump, si sta adeguando. Per pragmatismo o per convinzione, come l’Argentina di Javier Milei, il Cile di José Antonio Kast o l’Ecuador di Daniel Noboa, 17 stati hanno aderito a marzo all’iniziativa Scudo delle Americhe.

Questa coalizione, ha detto Trump, si impegnerà a usare la forza militare letale per distruggere i cartelli e le reti terroristiche una volta per tutte ”. Solo i tre paesi più grandi della regione governati da leader sinistra, cioè Messico, Colombia (domenica ci sarà il secondo turno delle elezioni presidenziali e il candidato di estrema destra potrebbe vincere) e Brasile, per ora sono assenti dalla lista.

Le Monde ha sottolineato che “la regione non ha certo aspettato l’elezione di Donald Trump per imporre lo stato di emergenza o militarizzare la propria sicurezza, come dimostra l’esempio del presidente salvadoregno Nayib Bukele e la sua guerra alle bande criminali” condotta commettendo violazioni gravi dei diritti umani. “Tuttavia la pressione di Washington ha accelerato questa tendenza: diversi stati hanno seguito l’esempio degli Stati Uniti designando alcuni gruppi criminali come organizzazioni terroristiche, e perfino paesi non allineati con Washington, come il Messico e la Colombia, hanno intensificato le loro azioni militari”.

Come ha scritto il quotidiano El País in un editoriale, “Washington interviene in America Latina da decenni, ma la novità è che oggi questa politica estera è rivendicata come legittima. L’amministrazione Trump ha costruito una dottrina basata sull’idea che le sfide alla sicurezza del suo paese possono essere affrontate in qualsiasi parte del mondo e con qualunque mezzo necessario”. La conclusione è una constatazione preoccupante: “Quello che è successo in Venezuela ha l’aria di un banco di prova generale per capire fino a che punto possa spingersi una dottrina sulla sicurezza che sta smettendo di essere una semplice dichiarazione politica per diventare pratica quotidiana”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Sudamericana.

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