“Trentacinque studenti, un prof. Trentacinque gradi, un ventilatore”, diceva un cartello in uno dei cortei che da settimane attraversano le città francesi. Il 5 ottobre i sindacati studenteschi hanno tradotto questo e altri slogan in una petizione con “dieci misure urgenti”, che in pochi giorni ha superato le 75mila firme. È la risposta ai “cinque cantieri prioritari” annunciati il 2 ottobre dal primo ministro Sébastien Lecornu e liquidati dai sindacati come parole vuote.
Le richieste sono molto concrete: un piano straordinario per riqualificare gli edifici; assumere più personale; alleggerire il tempo scuola; aprire le università a tutte e tutti; dare più peso a ragazze e ragazzi negli organi collegiali; punire i poliziotti responsabili di violenze. Vediamone meglio alcune.
Ristrutturare le scuole
È una delle rivendicazioni più sentite. Le associazioni degli studenti chiedono “un piano d’emergenza” per le strutture “fatiscenti e insalubri”, che tenga conto degli effetti del cambiamento climatico – quindi aria condizionata e sistemi di raffreddamento contro le ondate di calore, isolamento e riscaldamento contro il freddo –, bagni puliti e funzionanti.
Già nel 2023 un rapporto del senato descriveva edifici inadatti al caldo. A complicare le cose c’è la divisione delle responsabilità: le scuole superiori sono gestite dalle regioni, le medie dai dipartimenti (l’equivalente delle nostre province), le elementari dai comuni, mentre lo stato paga gli insegnanti. Questo spiega perché le differenze tra territori sono così marcate, e perché il governo scarica la colpa sugli enti locali e viceversa.
Assumere di più
Servono insegnanti di ruolo e non precari, per “mettere fine alle disuguaglianze tra istituti” e risolvere la questione delle cattedre vacanti, si legge nella petizione. Un’infermiera, una psicologa e una consulente sull’orientamento ogni cinquecento studenti (oggi, se va bene, il rapporto è di una ogni mille).
E serve uno statuto per gli accompagnants des élèves en situation de handicap (Aesh). Queste figure, che affiancano in classe gli alunni con disabilità, sono quasi tutte precarie e part-time, e sono un elemento ricorrente nelle proteste. La legge finanziaria per il 2027 prevede 1.300 Aesh in più, ma anche il taglio di 1.588 posti di insegnante, giustificato dal governo con il calo demografico, cioè con il fatto che ci sono meno studenti.
La parte più critica, forse, sono le supplenze mancate: secondo dati del ministero, nell’anno scolastico 2023-2024 non si sono svolte 19,4 milioni di ore di lezione nelle medie e nei licei, il 9 per cento del totale, e nella maggior parte dei casi per insegnanti assenti non sostituiti.
Ripensare gli orari
Le associazioni vogliono rivedere il tempo scuola, la pausa pranzo (che deve arrivare ad almeno un’ora e mezza) e la riforma delle superiori firmata nel 2019 dal ministro Jean-Michel Blanquer. La riforma ha abolito i tre indirizzi del liceo (scientifico, economico-sociale e letterario) e introdotto materie a scelta. Gli studenti la contestano perché ha frammentato orari e gruppi, costringe a fare scelte precoci, con un’offerta che cambia molto da istituto a istituto, e mette una pressione continua.
Università aperte
Per gli universitari i sindacati fanno varie richieste. La prima è abolire la selezione all’ingresso, affidata a due piattaforme online (Parcoursup e Mon Master per le lauree magistrali) e creare 250mila posti in più. Secondo il comitato etico di Parcoursup, nel 2025 l’11 per cento dei neodiplomati della regione parigina non ha ricevuto nessuna opzione dalla piattaforma, contro il 5,8 per cento nel resto del paese.
Le altre proposte sono alzare le borse di studio e fissare un “assegno di autonomia” di 1.337 euro al mese (per tutte le studenti e gli studenti universitari, indipendentemente dal reddito delle loro famiglie); garantire il pasto a un euro nelle mense universitarie; abolire le tasse più alte per gli iscritti che provengono da paesi non europei e costruire 15mila nuovi alloggi a partire dal 2027.
Dove finiscono i soldi?
Viste dall’estero, le denunce di degrado e le carenze delle scuole sembrano stridere con altri numeri. La Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano tedesco di orientamento conservatore, osserva che la Francia spende per l’istruzione circa 90 miliardi all’anno, più che per la difesa, e le regioni ne investono circa 8 nelle scuole superiori. L’Île-de-France, dov’è cominciata la mobilitazione, dal 2017 ha speso 6,6 miliardi in un piano d’emergenza decennale per gli edifici delle superiori, secondo la presidente Valérie Pécresse; e nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, al centro degli scioperi, ha riqualificato 53 istituti e ne ha rifatti tre da zero.
Ma in Seine-Saint-Denis un terzo dei professori delle medie e dei licei ha meno di due anni di esperienza, ribatte il giornalista Antoine Tricot su Libération. E i soldi non sono comunque abbastanza perché il dipartimento è uno dei più giovani della Francia: bisogna costruire scuole nuove, e ne restano pochi per ristrutturare quelle vecchie.
Un altro giornale tedesco, la Tageszeitung, spiega dove finiscono quei 90 miliardi: un quarto è destinato alle pensioni, il 70 per cento del resto se ne va per gli stipendi degli insegnanti, comunque bassi, e 8-9 miliardi per il personale delle scuole private.
L’economista Élise Huillery completa questa lettura: è vero che le superiori sono l’ordine meglio finanziato, l’unico in cui la Francia spende più degli altri paesi, ma le differenze tra un istituto e l’altro sono enormi. Gli insegnanti evitano le scuole più difficili e appena possono si fanno trasferire. Queste disuguaglianze sono stabili da una ventina d’anni. Per rimettere in piedi tutto il sistema, stima Huillery, servirebbero 12 miliardi in più all’anno.
Che è un altro modo per dire che, finché le risorse non arriveranno nelle scuole che ne hanno bisogno, resteranno un prof per 35 studenti, e un ventilatore per aule con 35 gradi.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Doposcuola.
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