Fino a pochi anni fa Moerdijk era un tranquillo villaggio di poco più di mille abitanti, al confine che divide la provincia del Brabante Settentrionale da quella dell’Olanda Meridionale, non lontano da Rotterdam, sede del porto più grande d’Europa. Oltre al ricco passato con città fortificate e strutture militari, a splendide aree naturali, ad ampi canali d’acqua e ai polder (aree di terra pianeggiante situate sotto il livello del mare, prosciugate artificialmente e protette da dighe e argini), l’area distrettuale di Moerdijk, che conta circa 36mila abitanti, è nota anche perché ospita uno dei più importanti poli industriali olandesi ed europei.

La Shell vi gestisce un grande impianto petrolchimico; il colosso tedesco dell’energia Rwe vi possiede una centrale elettrica; la francese Air Liquide fornisce gas agli impianti industriali della regione; l’olandese Attero si occupa di smaltimento sostenibile dei rifiuti e produzione di energia pulita. Ora però Moerdijk vede una vera e propria spada di Damocle pendere sulla sua testa: più di un anno fa il governo olandese ha deciso che la cittadina deve sparire per fare spazio a nuovi impianti industriali e soprattutto a infrastrutture che soddisfino il crescente fabbisogno di elettricità dei Paesi Bassi.

Nel novembre del 2025 il consiglio comunale di Moerdijk ha annunciato che non c’era più niente da fare, che bisognava farsi da parte per consentire l’arrivo di nuove strutture produttive deciso nel giugno precedente dal governo nazionale. Da allora, racconta il quotidiano olandese Nrc Handelsblad, “innumerevoli podcast, trasmissioni radiofoniche, programmi televisivi e articoli di giornale sono stati dedicati alla questione”. Gli abitanti del villaggio sono divisi: alcuni non vogliono cedere e intendono combattere per preservare le loro case; altri hanno già deciso di andare via incassando i risarcimenti promessi dallo stato.

Il problema è il progetto Moerdijk powerport, che prevede il potenziamento della zona industriale e delle infrastrutture energetiche. Per realizzarlo è necessario “reperire” un’area di settecento ettari, travolgendo, tra l’altro, anche il piccolo villaggio. Come spiega Bloomberg, dietro il progetto c’è la necessità di accelerare la transizione energetica per ridurre drasticamente la dipendenza dei Paesi Bassi dagli idrocarburi. La svolta, però, richiede un consumo più massiccio di elettricità e quindi infrastrutture più solide per soddisfare la domanda crescente.

La situazione si è aggravata con la diffusione dei data center, strutture ormai indispensabili per il funzionamento di molte nuove tecnologie (innanzitutto quelle dell’intelligenza artificiale) ma allo stesso tempo grandi divoratrici di elettricità: alla fine del 2025 risultavano ancora inevase più di quindicimila richieste di aumento della potenza offerta dalla rete olandese; alcune domande sono in attesa da dieci anni.

Aziende e famiglie olandesi sono sempre più frustrate dall’incapacità della rete di adeguarsi alla domanda e spesso rinunciano a investire. Secondo il Boston Consulting Group, la congestione costa ai Paesi Bassi dai dieci ai 35 miliardi di euro all’anno in termini di “benefici economici mancati”. L’operatore di rete nazionale, la Tennet Holding, di recente ha avvertito che il paese potrebbe “non essere capace di soddisfare in pieno la domanda di elettricità a partire dal 2030”. È necessario quindi andare avanti con l’ammodernamento, e Moerdijk dovrebbe esserne uno degli “effetti collaterali”.

Nrc Handelsblad racconta che “l’imminente chiusura del villaggio ha già paralizzato tutto”. A gennaio i residenti hanno ricevuto una lettera dalla Kpn, la principale azienda olandese nel settore della banda larga e in quello della telefonia mobile, in cui si affermava che i cavi in ​​fibra ottica non sarebbero più stati posati a causa “dell’incertezza” sul futuro. Di fronte alla piazza del villaggio, inoltre, dovevano sorgere sette nuovi appartamenti per giovani coppie, ma il costruttore ha sospeso il progetto perché non ne vede più “il potenziale”. Secondo il quotidiano locale Bn/De Stem, il medico di base del villaggio vicino sta riscontrando un numero crescente di residenti di Moerdijk con disturbi legati allo stress.

Intanto molti abitanti, scrive il quotidiano Volkskrant, si sono rassegnati ad accettare il loro destino, ma solo perché in questo caso “destino” significa la possibilità d’incassare una cospicua somma di denaro grazie all’esproprio. Alcuni residenti hanno ingaggiato gli avvocati Geert-Jan e Carry Knoops, perché li assistano nelle trattative e strappino il prezzo più alto possibile: secondo i legali, si può “ottenere il 350 per cento del valore dell’immobile”. Finora, però, non è stata presa alcuna decisione: sia il governo centrale sia le autorità locali continuano a rimandare un pronunciamento definitivo sugli espropri, in attesa “che la situazione sia più chiara”. L’unico effetto, tuttavia, è stato quello di far aumentare l’incertezza e il malcontento.

Ne hanno approfittato gli abitanti di Moerdijk contrari alla demolizione del villaggio. Avvertono che la cittadina potrebbe essere il classico “canarino nella miniera”, cioè un posto minuscolo che fa da cavia per un esperimento che, se funziona, potrebbe essere ripetuto in centri più grandi, e perfino in stati più grandi dei Paesi Bassi. Tra i leader del movimento del no c’è uno dei due impiegati comunali di Moerdijk, Jos Schalke, 65 anni, che ha aderito a un tavolo comune sulla questione: De Dorpstafel. A proposito della sua battaglia ci tiene a sottolineare che “se la demolizione è davvero inevitabile per tutelare l’interesse nazionale sono anche pronto ad accettarla. Ma immaginate cosa succederebbe se tra dieci o quindici anni si scoprisse che alla fine il villaggio poteva restare lì dov’era. Come funzionario pubblico me ne vergognerei profondamente. Ma naturalmente tra dieci anni i politici responsabili di tutto questo non saranno più in carica. E la questione non sarebbe più un loro problema”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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