I Mondiali di calcio maschile del 2026 cominceranno l’11 giugno. Ma, prima ancora del calcio d’inizio, ci stanno già dicendo tutto quello che dobbiamo sapere sul mondo in cui viviamo. Nessuna edizione è stata così carica di tensione dal 1934, quando Benito Mussolini usò il torneo giocato in Italia come palcoscenico per il fascismo. È significativo, allora, che proprio un marxista italiano – Antonio Gramsci, che scriveva dal carcere in quegli stessi anni – abbia fornito le parole a cui molti ricorrono per descrivere questo momento: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Ma fermarsi lì rischia di essere semplicistico. Perché quello che nel nord globale viene percepito come una rottura, per il resto del mondo rappresenta una resa dei conti attesa da tempo.
Per il torneo ospitato da Stati Uniti, Canada e Messico, la Fifa prevede ricavi per 14 miliardi di dollari. Lo spettacolo sarà immenso, ma le contraddizioni ancora di più
Il poeta francese d’origine martinicana Aimé Césaire scrisse una volta che il fascismo non era altro che il colonialismo che tornava a casa. Oggi potremmo aggiornare la sua intuizione: quello che sta tornando a casa non è il calcio, ma la logica dell’estrattivismo, dell’usa e getta e dell’eccezione imperiale, una logica sotto la quale il sud globale ha sempre vissuto. È questo il mondo in cui Stati Uniti, Canada e Messico si apprestano ad accogliere il più grande evento sportivo della storia. E i suoi effetti si stanno già facendo sentire.
Il 30 aprile, al 76° congresso della Fifa a Vancouver, si sono svolte due scene che nessuno sfarzo corporativo è riuscito a smussare.
La prima: il presidente della federazione calcistica palestinese, Jibril Rajoub, si è rifiutato di posare accanto al vicepresidente della federazione israeliana su invito del presidente della Fifa Gianni Infantino, un uomo che ha costruito la sua eredità sulla coreografia della riconciliazione simbolica. Come ha spiegato la rappresentante della federcalcio palestinese, Susan Shalabi, dopo che Rajoub aveva passato quindici minuti sul palco illustrando le violazioni commesse contro il calcio palestinese – squadre israeliane che giocano negli insediamenti illegali della Cisgiordania, la scelta della Fifa di non intraprendere alcuna azione contro Israele – il gesto di Infantino, fatto di strette di mano costruite a tavolino, “annullava il senso” di quello che era stato appena detto.
La seconda scena riguarda l’Iran. Il presidente della federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj, è stato trattenuto per tre ore all’aeroporto di Toronto, interrogato e infine autorizzato a entrare nel paese. La delegazione ha comunque scelto di tornare indietro in segno di protesta. In seguito Taj ha detto al segretario generale della Fifa: “Siete intimiditi dagli Stati Uniti e dite ‘sissignore’ a qualunque cosa vi venga chiesta”. Dal canto suo, Infantino si è offerto d’inviare un jet privato per portare la delegazione a Vancouver. Offerta rifiutata. Eppure Infantino è salito sul palco della conferenza per dichiarare che naturalmente l’Iran giocherà ai Mondiali. Resta da vedere se i giocatori e lo staff iraniano riusciranno a entrare nel paese. Il segretario di stato statunitense ha detto che i calciatori saranno i benvenuti, ma che lo stesso potrebbe non valere per gli accompagnatori.
Ecco il vero volto dei Mondiali del 2026: un torneo che si svolge sullo sfondo della guerra in Iran, del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania, in un momento di collasso dell’ordine internazionale fondato sulle regole e in un clima politico che negli Stati Uniti ha trasformato la migrazione in una questione violenta.
Per questo torneo la Fifa prevede ricavi per 14 miliardi di dollari. Lo spettacolo sarà immenso, ma le contraddizioni ancora di più. Ed è proprio per questo che è così difficile limitarsi a condannare lo spettacolo e voltarsi dall’altra parte. I Mondiali continuano a esercitare una forte presa sull’immaginario globale. Offrono qualcosa che appare autenticamente collettivo, autenticamente umano. Ma questo torneo arriva dopo aver spinto il gioco quasi oltre ogni riconoscibilità: prezzi dei biglietti che escludono proprio le comunità che hanno costruito la cultura del calcio, un format guidato dalla logica commerciale più che dal merito sportivo, un organismo dirigente che ha dimostrato di subordinare qualsiasi principio agli interessi del potere. I Mondiali arrivano in un momento che sembra per molti versi un referendum sulla modernità e il capitalismo, sull’idea che le frontiere aperte servono il mercato mentre quelle chiuse servono la nazione, che lo sport unisce mentre la politica divide, che le regole non valgono per tutti.
A Giovanni Paolo II viene attribuita la frase “tra tutte le cose non importanti, il calcio è la più importante”. L’attuale pontefice, Leone XIV, il primo papa statunitense, di recente scherzando ha affermato che, in un’ipotetica partita tra Stati Uniti e Perù, tiferebbe Perù. Forse questo ci dice una cosa: il calcio può anche essere non importante. Ma è sempre stato lo specchio delle cose importanti. ◆ gim
Questo articolo è uscito sul giornale online Africa is a Country.
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati





