Secondo gli organizzatori delle proteste antiglobalizzazione, a Genova sono arrivate duecentomila persone da tutta Europa per la gigantesca manifestazione del 21 luglio. Rispetto a venerdì la giornata di sabato è sembrata abbastanza tranquilla, almeno fino alla sera. Verso le undici, mentre io e altri giornalisti stavamo finendo i nostri articoli, la polizia ha fatto irruzione nel centro stampa del Genoa Social Forum alla ricerca di “anarchici”.
“Stampa, stampa”, gridavamo con le braccia alzate mentre, brandendo i loro manganelli, i carabinieri ci spintonavano e ci ordinavano di stare seduti a terra. Siamo rimasti così per almeno un’ora, ma le cose sono andate anche peggio nella scuola lì accanto, che serviva da alloggio di fortuna per chi era arrivato in città senza sapere dove dormire. Nell’edificio hanno fatto irruzione, come nazisti, circa duecento poliziotti in assetto antisommossa per rastrellare una ventina di giovani sospettati di essere anarchici.
Gli sforzi dei pacifici
Comunque la situazione era meno caotica del giorno prima, un venerdì che non dimenticherò mai.
Il furgone della polizia scendeva accelerando lungo via Giovanni Tomaso Invrea e sbandava paurosamente da un lato all’altro della stradina all’inseguimento dei manifestanti. Io mi sono schiacciato contro il muro e mi ha mancato di mezzo metro. Altri dieci centimetri e avrebbe falciato l’uomo che era davanti a me. “Assassini, assassini”, gridava la gente quando il veicolo si è fermato a qualche metro di distanza. Un carabiniere calvo ha aperto lo sportello e ci ha fissato.
È successo tutto molto rapidamente. Solo mezz’ora prima, verso le due e un quarto, un corteo di circa otto o diecimila persone guidate dalle tute bianche, note per le azioni di disobbedienza civile, stava percorrendo via Tolemaide, con i capicorteo che annunciavano attraverso i megafoni: “Questa è una manifestazione non violenta. Noi crediamo nella non violenza”. Il loro obiettivo era di raggiungere la grata di ferro alta sei metri che le autorità avevano eretto intorno alla zona dove si teneva la riunione del Gruppo degli Otto in piazza Ducale, a circa due chilometri da lì.
Non l’hanno mai raggiunta. Ai piedi della collina, all’incrocio con via Corsino, i carabinieri appostati in un vicolo hanno cominciato a usare i lacrimogeni lanciando un attacco che nessuno aveva provocato e che ha fatto sparpagliare la testa del corteo, dove si trovavano anche giornalisti e troupe televisive.
Genova libera
Nelle quattro ore successive, la battaglia si è svolta negli stretti vicoli e nelle piazzette della zona di corso Torino. Il fronte si spostava continuamente: la polizia attaccava con lacrimogeni, furgoni e blindati; i manifestanti battevano in ritirata, poi tornavano alla carica con sassi e pietre staccate dal selciato. Rovesciavano i cassonetti per costruire barricate. “Genova libera! Genova libera!”, gridavano ogni volta che i poliziotti venivano respinti.
Alle quattro e venti ho visto il primo ferito portato via dal personale di pronto soccorso delle tute bianche. È stato più o meno nel momento in cui una persona è rimasta uccisa da un colpo di pistola sparato dai carabinieri nella stessa zona. Le sirene delle ambulanze ululavano in continuazione. Più tardi avrei scoperto che nel corso della giornata erano rimaste ferite circa centocinquanta persone. Quasi cinquanta di loro erano giornalisti.
Avrei scoperto anche che c’erano stati numerosi atti di disobbedienza civile. Sembra che il più drammatico sia stato quello di una donna del cosiddetto pink bloc (blocco rosa), che aveva cercato di scalare la parete di acciaio per agganciarci dei rampini ed era stata brutalmente tirata giù dalla polizia con gli idranti quando era arrivata quasi in cima.
Purtroppo erano in circolazione anche gli anarchici – quelli del cosiddetto black bloc. Nonostante i tentativi dei manifestanti pacifici di fermarli a forza di appelli alla non violenza, sono andati in giro a bruciare macchine e cassonetti. Hanno scorrazzato lungo corso Italia, il bellissimo lungomare di Genova, rompendo vetrine selezionate – banche e autosaloni sì, quelle dei ristoranti no – e scrivendo sui muri “Il capitalismo uccide” insieme al simbolo dell’anarchia.
Molti manifestanti sono rimasti sconvolti da quello che hanno potuto combinare poche centinaia di violenti in una manifestazione di più di centomila persone. Fabio Bellini, un ragazzo genovese di 25 anni, mi ha detto: “È giusto manifestare contro i G8. È giusto lottare per un mondo migliore, è per questo che sono qui. Ma non capisco le vetrine rotte. Mi dispiace per Genova”. Pam Foster, che coordina la Halifax Initiative in Canada, si è chiesta “perché la polizia ha attaccato dei manifestanti pacifici ma se l’è presa comoda con gli anarchici”.
Quando alla sera i manifestanti sono ritornati al centro di raccolta di piazza Kennedy, le imprese dei black bloc sono state al centro delle discussioni. Ascoltando una di queste, Han Soeti di Indymedia Belgio, ha commentato: “Dicono che invece di arrestare gli anarchici la polizia li abbia scortati verso le zone più critiche. Ho sentito dire la stessa cosa a Praga e a Barcellona”.
La verità
Ma i manifestanti, sia italiani sia stranieri, riservano la loro rabbia soprattutto al nuovo primo ministro italiano, Silvio Berlusconi. Durante gli scontri di corso Torino Gino Pierantoni, un altro genovese, mi ha detto: “Non so come riuscirete a tirar fuori la verità da questa confusione. Ma sono sicuro che la responsabilità sia soprattutto sua: non è assolutamente capace di governare questo paese”.
Berlusconi è considerato il responsabile della militarizzazione della città, realizzata malgrado l’opposizione dell’amministrazione locale, che aveva cercato di organizzare l’accoglienza per il movimento di protesta.
Un generale italiano in pensione che negli anni Settanta ha guidato le forze di pace delle Nazioni Unite in Libano, ha riassunto i sentimenti di molti italiani quando ha dichiarato che non capiva perché Berlusconi avesse mandato a Genova ventimila carabinieri quando a lui erano bastati 2.500 soldati per mantenere la pace in tutta Beirut.
Come a Seattle, Washington e Praga, gli organizzatori delle manifestazioni di Genova temono che gli scontri e le spacconate degli anarchici mettano in secondo piano il messaggio che volevano far arrivare ai G8.
Con un lavoro di diversi mesi il Genoa Social Forum è riuscito a raccogliere circa 600 gruppi sotto la bandiera della non violenza. Ha anche sponsorizzato una settimana di seminari con esperti internazionali e su temi come “A chi serve la liberalizzazione del commercio”, “I meccanismi della democrazia globale” e “Alternative alla globalizzazione”. Tra gli oratori c’erano Susan George, un’autorità sull’antiglobalizzazione e accesa critica del neoliberismo, e José Bové, meglio noto come l’uomo che ha smantellato un ristorante McDonald’s in Francia.
Berlusconi “addolorato”
I G8, tuttavia, sono sembrati sordi alle proteste della piazza. Con una dichiarazione ben studiata Berlusconi ha detto di essere “addolorato” per la morte del manifestante, ma anche che questa non aveva nulla a che vedere con il G8.
Per aggiungere l’insulto al danno, la sera del 20 luglio il G8 di Genova ha rilasciato una dichiarazione in cui auspicava l’organizzazione di un nuovo giro di consultazioni commerciali in Qatar. E questo malgrado il fatto che a richiamare migliaia di persone a Genova da tutto il mondo sia stata proprio la protesta contro questo nuovo vertice e contro l’Organizzazione mondiale del commercio. ◆ bt
Kirsten Wagenschein è una giornalista tedesca. È stata arrestata a Genova con l’accusa di detenzione illegale di armi e di appartenere al black bloc. È stata rilasciata dopo cinque giorni. Heike Kleffner del quotidiano tedesco Die Tageszeitung l’ha intervistata.
Quando è stata arrestata?
Ero nella scuola di fronte al Genoa Social Forum e stavo parlando con i manifestanti delle loro impressioni sulla giornata appena trascorsa. Improvvisamente abbiamo sentito gridare: “La polizia!”. Tutti hanno cominciato a scappare, in preda al panico. Io mi sono chiusa in un ripostiglio, ho sentito grida e colpi e ho avuto paura. Poi tre agenti mi hanno trascinata fuori dal mio nascondiglio. Ho mostrato loro il mio accredito e il mio tesserino di giornalista, ma hanno fatto finta di niente.
Ha subìto violenze?
Io non sono stata picchiata, ma la metà dei settanta arrestati erano feriti. Molti erano a terra, rantolavano, coperti di sangue, con ferite alla testa, non riuscivano neanche a muoversi. C’era sangue dappertutto. Gli agenti hanno fratturato la mandibola a una ragazza con un colpo di manganello, facendole saltare gli incisivi. Gli immigrati di colore hanno subìto maltrattamenti molto gravi.
È stata trattenuta fino a lunedì 23 luglio in una caserma di polizia. Com’era la situazione?
Nella caserma regnava un’incredibile clima di terrore psicologico, violenza e arbitrio. Siamo dovuti restare per ore con le mani alzate, le gambe divaricate e la faccia rivolta al muro. Fra noi c’erano anche donne e uomini con braccia e gambe fratturate: gli agenti li hanno costretti a rimanere in quella posizione a furia di manganellate e calci. Quando sono andata al gabinetto, ho visto in un’altra cella un uomo che veniva riempito di botte: quando crollava a terra, l’agente continuava a colpirlo con il manganello all’altezza dello stomaco, poi lo tirava su e riprendeva a picchiarlo. L’uomo gridava senza sosta. Non avevamo alcun contatto con l’esterno. Quando mi hanno trasferito in un carcere femminile, è stato un sollievo, perché lì tutto è stato fatto secondo le regole.
Ci saranno conseguenze penali?
Mercoledì 25 luglio, in occasione dell’interrogatorio (in presenza di interprete e avvocati), mi sono stati addebitati tre capi d’imputazione: adesione all’organizzazione internazionale del black bloc, detenzione di armi e resistenza all’arresto. Sono accuse ridicole, ma l’ultima è particolarmente cinica. Nessuno si è ribellato, perché tutti avevano una paura mortale. È difficile dire se si arriverà veramente al processo. Intanto mi è stato vietato di tornare in Italia per i prossimi cinque anni. pb
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati