Il paesaggio è da sogno. Nella luce di fine pomeriggio, sulla piccola isola di Nosy Ve, in Madagascar, decine di persone sono sedute di fronte al mare, ai piedi di un grande albero accarezzato dagli ultimi raggi del sole. Vicino ci sono tavolini traballanti con bottiglie di alcolici e altre bevande, un vecchio peschereccio bianco e verde e una capanna in miniatura fatta di tavole di legno chiamata “casa degli spiriti”. A poca distanza una capra aspetta paziente.
Natana Kipake, 76 anni, lo sciamano del villaggio, che passa gran parte del tempo seduto sulla spiaggia a fumare, si alza e comincia la cerimonia. In bermuda e maglietta esegue una curiosa coreografia scandita da borbottii e invocazioni. Alcune donne suonano il tamburo e intonano canti dai toni acuti. Poi Hosoanay, il figlio di Natana, prende la capra, la uccide e sparge il sangue sulla casa degli spiriti. L’animale sarà poi cotto sul fuoco e offerto agli abitanti. La cerimonia serve per chiedere agli spiriti degli antenati ricchezza e salute per il 2025. E da queste parti ricchezza è sinonimo di una pesca abbondante.
Lo sciamano Natana Kipake e suo figlio Hosoanay appartengono al popolo vezo, che vive nel sudovest del Madagascar, una delle zone più isolate e povere di un paese tra i meno sviluppati al mondo. Secondo le stime dell’ong di tutela del mare Blue ventures, i vezo sono poco più di quindicimila, distribuiti in un territorio tra le città di Tuléar (o Toliara) e Morombe. I vezo dipendono da quello che gli dà l’oceano: nel loro mondo, dalle case con i muri fatti di conchiglie frantumate alle reti da pesca custodite come fossero tesori, tutto riguarda il mare. Oggi questi maestri della sopravvivenza e dell’autosufficienza si sforzano di mantenere uno stile di vita ancestrale in un ambiente naturale sempre più fragile.
Con la forza del vento
Il viaggio per incontrarli comincia a Tuléar. Con una pianta a scacchiera e i viali intitolati a ex amministratori coloniali francesi, è l’unica grande città del sudovest del Madagascar. Il suo aeroporto la rende una tappa obbligata per avventurarsi nella regione. La strada verso nord, asfaltata solo nella prima parte, costeggia le acque brillanti del canale del Mozambico. Poi le opzioni sono due: seguire la costa o passare per l’interno attraverso un percorso che si snoda tra abitazioni in terra e mandrie di zebù. Avvicinandosi a Morombe la strada diventa più dissestata, tra i cactus e una vegetazione bassa.
In entrambi i casi ci vuole un giorno intero per raggiungere il villaggio vezo di Andavadoaka. Sono le 21 e le luci si spengono perché la sera viene interrotta la corrente. I rari passanti sono muniti di torce tascabili. La mattina, nello splendore dorato dell’aurora, le piroghe scivolano sul mare azzurro con le vele gonfiate dalla brezza. In trenta minuti raggiungiamo Nosy Ve, un’isola sabbiosa dove vivono seicento vezo appartenenti allo stesso clan. Hosoanay Natana e la moglie Soa Nomeny, entrambi di circa 45 anni (non conoscono la loro data di nascita) ospitano i visitatori in una capanna con il tetto erboso. In lontananza si sentono le chiacchiere dei bambini, in un’aria intrisa dell’odore del mare e del pesce essiccato.
Sull’isola ci sono pochi anziani; lo sciamano Natana fa eccezione. Per Hosoanay è colpa della magia nera: alcuni vicini gelosi gli lancerebbero il malocchio. Al suo fianco il nipote Michel Strogoff, detto Goff, un ex cacciatore di squali di 35 anni riconvertito in regista ed ecologista, che vive a nord sull’isola turistica di Nosy Be, avanza motivi più razionali, come l’accesso limitato alle cure mediche e il ricorso eccessivo alla medicina tradizionale. Senza contare gli imprevisti del mare: le barche che si rovesciano, gli incidenti durante le immersioni in apnea e gli attacchi degli squali. Nella sua famiglia non si contano più le persone scomparse negli abissi, dice Goff senza abbandonare il suo sorriso contagioso.
Ma il mare è soprattutto fonte di vita. Dopo qualche sorso di ranovola, una bevanda calda a base di riso tostato, è il momento per Hosoanay e i suoi di andare a pesca. Nella lunga imbarcazione di legno con la chiglia rossa e nera e un bilanciere sul lato, Hosoanay benedice la rete innaffiandola di rum nel quale ha immerso un amuleto. Poi lasciano la riva usando la forza del vento e le pagaie, finché non raggiungono una barriera corallina a un’ora di distanza, dove li aspetta un’altra barca. Subito comincia la pesca.
Nell’acqua due nuotatori sorvegliano i pesci e le correnti gridando istruzioni: “Getta la rete qui! I barracuda vanno in quella direzione!”. Le due piroghe individuano le prede e chiudono progressivamente la rete. Una volta intrappolati i pesci, i pescatori s’immergono in apnea a una decina di metri di profondità, li afferrano con le mani e li portano in superficie. L’energia, la velocità e il coordinamento dei vezo, tutti con corpi atletici, sono impressionanti. Cominciano a esercitarsi presto: mentre gli uomini tengono le reti, le pagaie sono nelle mani di due ragazzi di dodici anni, già esperti nelle manovre.
Con più di cento chili di pesce e una piroga piena, la pesca è andata bene. Ma i vezo sanno che in un giorno fortunato possono prendere il triplo dei pesci. Per questo prendono la fiocina. “Gli antenati ci hanno insegnato varie tecniche”, racconta Hosoanay. “Se una non basta, passiamo all’altra. Siamo abituati a sopravvivere nell’universo marino e abbiamo sempre qualcosa da mettere in tavola!”.
Di ritorno sull’isola è il momento di un pasto abbondante preparato dalle donne, a base di riso, pesce cotto nel suo brodo, fagioli bianchi, pomodori, aglio e olio. Le donne non siedono a tavola con gli uomini. Tra i vezo ogni sesso ha compiti ben definiti. Così, mentre gli uomini vogano sulle piroghe, le madri, figlie e mogli rimangono sulla terraferma a occuparsi dei bambini e delle faccende domestiche. Durante il giorno, però, vanno in cerca di polpi e ricci nelle acque basse. Nella punta meridionale dell’isola, Soa Nomeny entra in acqua fino alla vita e vede un polpo nella tana. “Di solito si nascondono qui”, dice indicandolo con la fiocina. Il polpo scompare in una nuvola nera. Per nulla scoraggiata, in un’ora Soa ne vede altri due. “Non abbiamo scelta, per mangiare dipendiamo da quello che ci offre l’oceano”, ricorda.
Oggi questa vita a stretto contatto con il mare è più difficile che in passato. Mentre prepara il pranzo, all’ombra di una piccola capanna che serve da cucina, Soa parla della preoccupazione che cresce nella comunità: “In passato il pesce era abbondante e lo trovavamo senza allontanarci troppo”. Fino a dieci o quindici anni fa i pescatori non avrebbero dovuto navigare un’ora per trovarlo.
“L’oceano non è più lo stesso”, conferma Hosoanay. “Prima i pesci più piccoli come le sardine e i varilava (simili alle acciughe) erano abbondanti vicino alla costa e attiravano altre specie più grosse. Ora si trovano solo nelle acque più profonde”.
La colpa è di uno sfruttamento della pesca eccessivo causato dall’aumento della popolazione e dal passaggio dei pescherecci industriali, malgasci o stranieri, che operano nelle acque frequentate dai vezo. Ma anche del cambiamento climatico, che riscalda l’acqua e rovina la barriera corallina, degradando l’habitat dei pesci.
Gestione sostenibile
Per adattarsi alcune famiglie fanno affidamento sull’indole nomade che ha sempre spinto i vezo a trovare nuove zone di pesca. Come nel caso degli abitanti di un minuscolo villaggio quaranta chilometri a sud di Andavadoaka, ai piedi delle dune di Bevohitse. Un luogo di una bellezza ipnotica, dove le colline di sabbia bianca scendono nell’acqua turchese dell’oceano Indiano.
Una fila di piroghe è allineata sulla spiaggia. È pomeriggio e i vezo rientrano dalla pesca. Qui, dicono, per ora riempiono le reti e le pance. Ma anche loro notano una riduzione dei pesci rispetto al passato. Per fortuna, se un giorno dovessero abbandonare questo angolo di paradiso, non resterebbero senza risorse: da marzo a novembre, prima della stagione dei cicloni, la metà di loro si sposta in piroga sulla costa occidentale del Madagascar, e vive per qualche giorno o qualche mese su isolotti e banchi di sabbia, a seconda delle risorse disponibili. Possono arrivare fino al nordovest dell’isola, a 1.100 chilometri di distanza. Oltre al pesce, cacciano squali (per le pinne), cetrioli di mare e altre creature che vendono a buon prezzo a intermediari per il mercato cinese.
◆Dietro la costa abitata dai vezo si espande il territorio dei mikea, gli ultimi cacciatori-raccoglitori del Madagascar. È una vasta zona arida dal terreno sabbioso su cui crescono arbusti spinosi, euforbie e altre piante adatte ai climi secchi. I mikea, ex agricoltori, si rifugiarono in quella zona tra il settecento e l’ottocento in un periodo di guerre e oppressione. Impararono a sopravvivere in un ambiente inospitale, senza sorgenti d’acqua, nutrendosi di tuberi, di miele selvatico e di piccoli animali come uccelli, lemuri e tenrec (mammiferi simili ai ricci), cacciati con bastoni, lance o cerbottane. I mikea venerano come alberi sacri alcuni baobab che si crede ospitino gli spiriti degli antenati.
La loro vita è stata sconvolta nel 2011, quando il territorio è diventato un parco nazionale per proteggerlo dal disboscamento e dagli incendi causati dagli agricoltori. I mikea, anche se non erano responsabili del degrado ambientale, sono stati cacciati. Oggi tra le mille e le tremila persone vivono in estrema povertà nei villaggi intorno al parco, dove continuano ad andare per raccogliere da mangiare. La loro vita quotidiana è diventata più sedentaria, organizzata intorno a piccole coltivazioni di mais e manioca, che affiancano alla caccia e alla raccolta di tuberi e altri prodotti. Molti mikea, però, si sono trasferiti sulla costa, dove convivono con i vezo e i masikoro, un popolo di agricoltori di cui sarebbero i discendenti.
Volker Saux, Geo, Francia
Grazie alle migrazioni, spiega Goff, i vezo possono mettere da parte un po’ di denaro per sistemare le loro case o mandare a scuola i figli. In cerca di una vita migliore, alcuni scelgono di lasciare il villaggio per trasferirsi a Tuléar in cerca di un lavoro “normale”. Anche se, come dice Goff, “se lavori la terra, di vezo ti rimane solo il nome”.
Ad Ambatomilo, a sud di Bevohitse, i vezo hanno cercato di dare una risposta concreta alla riduzione delle risorse ittiche. Nel 2010 hanno creato un’“area marina gestita localmente” (Lmma), un sistema di sfruttamento sostenibile delle risorse da parte della comunità locale, in pieno sviluppo negli ultimi vent’anni sulle coste malgasce. Nel frattempo, come alternativa alla pesca tradizionale, un numero crescente di pescatori si converte alla coltivazione di alghe. Il Madagascar ne esporta sempre di più, per soddisfare la domanda delle industrie alimentari, cosmetiche e farmaceutiche, interessate alle carragenine, gli agenti gelificanti contenuti in questi vegetali marini.
Fabricé e Olive, una coppia di giovani del posto, tolgono lunghe trecce di alghe dalla loro piccola imbarcazione per farle seccare su reti di plastica. “Continuiamo a vivere soprattutto della vendita di pesce”, precisano davanti a una casa dai muri di legno bianco. Ma le alghe, raccolte ogni una o due settimane, gli garantiscono fino a un milione di ariary (200 euro) di entrate supplementari all’anno.
Una somma importante in un paese in cui quattro abitanti su cinque vivono con meno di due euro al giorno. La coltivazione di alghe inoltre aiuta a proteggere la costa dall’erosione limitando l’energia delle onde, e a ridurre la pressione sui pesci che hanno il tempo di riprodursi. È abbastanza per far sperare ai vezo di vivere ancora a lungo delle risorse del mare, nonostante le difficoltà. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati