Varsavia, inizio gennaio. Il Wozownia, un bar hipster in piazza delle Tre croci, nel centro della città, è strapieno, l’atmosfera elettrica. Quasi ci si dimentica di essere nel cuore di un paese dove, secondo i mezzi d’informazione, non solo l’indipendenza della magistratura, ma anche la libertà dell’arte e della cultura sono a rischio. Basta però ascoltare una ragazza con i capelli corti rosa e il piercing al naso che racconta della sua vita professionale di creativa per capire che il quadro non è così semplice. “Ovviamente molti artisti si sentono minacciati”, dice, “ma altrettanti pensano che l’esistenza di un partito come Diritto e giustizia (Pis, destra nazionalista, al governo dal 2015) sia un bene: finalmente c’è un po’ di fermento, qualcosa contro cui ci si può ribellare”.

La realtà polacca è più complessa rispetto a quella raccontata dai giornali occidentali. Il paese è diviso, attraversato da interessi contrastanti. Per il mondo dell’arte di orientamento liberale e progressista questo caos è allo stesso tempo un fardello e un’ancora di salvezza. In Polonia è in corso, a tutti i livelli, uno scontro culturale tra destra e sinistra, liberali e conservatori, Pis e opposizione. L’esempio più recente riguarda il Centro d’arte contemporanea del castello di Ujaz­dów (Csw), a Varsavia, un museo che ha ospitato mostre come la retrospettiva di Karol Radziszewski, le cui opere – pop e coloratissime – sono dedicate alla storia degli omosessuali nella Polonia comunista. Temi del genere sono poco in linea con i gusti artistici del ministro della cultura, il conservatore Piotr Gliński, ma non è detto che siano state mostre come questa a spingerlo a licenziare Małgor­zata Ludwisiak, per anni direttrice del Csw. In fondo Lud­wisiak era un bersaglio facile, visto che da tempo giravano voci su quanto i dipendenti fossero scontenti dei suoi metodi. Gliński deve aver intuito che un licenziamento non avrebbe suscitato proteste.

Vanità e ideologia

Di questo scontro ha approfittato soprattutto il nuovo direttore, Piotr Bernato­wicz, esperto di Picasso ed ex direttore della galleria Arsenal di Poznań, dove si era distinto per una mostra sui manifesti omofobi e antifemministi. Per Gliński il nuovo direttore è stato un colpo di fortuna: intelligente e colto, Bernatowicz vuole dimostrare che l’arte patriottica, di destra e nazionalista esiste ed è in grado di tener testa a quella di sinistra, con tutte le sue ciance sui diritti della comunità lgbt. Una volta, dopo aver cancellato un workshop sull’antifascismo, Bernatowicz ha detto che l’élite culturale di Varsavia aveva perso il senso dell’identità nazionale. Lui, invece, vuole purificare i musei dall’influenza di Theodor Adorno e impegnarsi per un’arte che non abbia nulla a che vedere con le idee femministe e di sinistra. La consacrazione di Bernatowicz è uno di quei segnali – tanti – che portano l’occidente a farsi sempre le stesse domande: la libertà artistica in Polonia è in pericolo? E il ministro Gliński punta davvero a epurare le istituzioni culturali da tutti i direttori progressisti e apprezzati a livello internazionale? Nonostante le proteste, il contratto del progressista Dariusz Stola, direttore e fondatore del Polin, il museo della storia degli ebrei polacchi, non è stato rinnovato. Gliński ha cacciato anche un altro intellettuale liberale, Krzysztof Mieszkowski, dalla guida del teatro Polski di Breslavia. E dal 2017 a dirigere il vecchio teatro nazionale di Cracovia c’è un conservatore senza esperienza internazionale. Il ministero della cultura, inoltre, sta stanziando grandi somme per creare nuove istituzioni culturali, come l’Istituto della libertà, e diffondere idee e contenuti conservatori.

Gliński, insomma, sostiene l’arte sacra e affossa i progetti culturali di ispirazione liberale e di sinistra. Finanzia fogli propagandistici di destra e ignora le ong progressiste. E fonda nuovi istituti storici, come il Pilecki-Institut, che ha una sede anche a Berlino. Prossimamente è prevista l’apertura di un museo dedicato al periodo tra le due guerre mondiali e intitolato al leader della destra polacca di quegli anni, Roman Dmowski, che era un antisemita. Ed è in cantiere anche un museo “del ricordo e dell’identità”, dietro al quale c’è Tadeusz Rydzyk, direttore e fondatore di Radio Maryja, prete ultraconservatore e imprenditore nel settore delle comunicazioni. Con la nuova struttura Rydzyk vuole dimostrare che durante l’olocausto i polacchi ebbero un comportamento esemplare. Le istituzioni create da Gliński sono perfettamente legittime, considerato che il governo di cui fa parte è stato scelto democraticamente. Ma quanta tolleranza ci sarà per le idee e le espressioni artistiche e culturali non conservatrici né nazionaliste?

In una giornata di marzo, prima che scoppiasse la crisi del covid-19, abbiamo fatto visita a Witold Mrozek, 36 anni, uno dei maggiori conoscitori della politica culturale del paese, critico teatrale di Gazeta Wyborcza, il più importante giornale della sinistra liberale polacca. Mrozek ha una gamba fratturata e ci riceve in sedia a rotelle. Per prima cosa tira fuori il libro I verdi polacchi, scritto da Gliński in persona. Sulla copertina sono raffigurate folle festanti che sventolano striscioni con simboli hippy. “Non è certo un caso”, racconta. “Prima di ergersi ad arbitro delle politiche culturali, Piotr Gliński è stato tra i fondatori del partito verde in Polonia. Il suo libro parla dell’importanza dei movimenti della società civile. Se non fosse stato per la questione dell’aborto, sarebbe stato di sinistra. Lui era antiabortista, mentre la maggioranza dei verdi era favorevole alla libera scelta”.

L’aneddoto serve a Mrozek per evidenziare un elemento centrale, utile a cogliere le dinamiche dello scontro culturale in atto: “Gliński non è Goebbels e la Polonia non è la Germania del 1933. Nonostante le molte critiche legittime che si possono avanzare, bisogna considerare la situazione in tutte le sue sfumature: Gliński è un conservatore? Certo. Un ultracattolico? Anche. È incredibilmente vendicativo? Sì. È fascista e antisemita? No, questo no”.

Il ministro della cultura incarna perfettamente la situazione del paese. Il suo comportamento impulsivo è emblematico di tutte le contraddizioni che attraversano la Polonia. “Gli attacchi di Gliński sono soprattutto questione di vanità”, spiega Mrozek. “Non sopporta di non essere preso sul serio. E quando si sente offeso abbandona bruscamente le interviste”. Ha una moglie molto più giovane di lui, da cui ha avuto un figlio, e si atteggia a macho, a novello Putin. Ma non intende eliminare tutti i progressisti dalla scena culturale polacca.

Prendiamo il caso del regista Jan Klata. Nel 2017 la sua rimozione dalla guida del vecchio teatro nazionale ha suscitato grande scandalo a Cracovia. In realtà, se non avesse criticato Gliński subito dopo la sua nomina nel governo, il ministro lo avrebbe lasciato al suo posto. Anche in altri casi le scelte di Gliński sono state dettate da vecchie ruggini personali, che però a un primo sguardo potevano sembrare motivate ideologicamente. “Lo scontro culturale di cui tutti parlano c’è davvero”, dice Mrozek, “ma non è una guerra sistematica, è un conflitto episodico e non pianificato”.

Il vero problema per Gliński è che spesso mancano contenuti e dirigenti adeguati per portare avanti una politica culturale conservatrice. Per il Pis occuparsi di un museo dedicato all’insurrezione di Varsavia è facile, ma gestire un museo di arte contemporanea è molto più complicato: un’arte conservatrice seria e gradita al mercato non esiste. E scarseggiano anche registi, artisti e conservatori museali.

Il teatro Juliusz Słowacki di Cracovia, 28 maggio 2020 (Dawid Zielinski)

La linea che Bernatowicz imprimerà al Csw di Varsavia costituirà un precedente per capire come potrebbe essere un museo di stampo conservatore e di rilevanza europea. Che tipo di opere sceglierà il direttore? Esibirà le foto della catastrofe di Smoleńsk, dove nel 2010 morirono il presidente Lech Kaczyński e decine di dirigenti dello stato polacco? Pitture sacre contemporanee? Oppure opere dedicate alla seconda guerra mondiale? La scelta è limitata. Intanto la chiusura dei musei per il covid-19 ha dato tempo al nuovo direttore per elaborare meglio la sua strategia.

Per Witold Mrozek un punto importante riguarda la struttura complessa dello stato polacco. “Governare un paese come la Polonia con metodi autoritari è incredibilmente difficile, soprattutto per via del suo sistema federale. Molte istituzioni culturali dipendono dai comuni, spesso guidati dall’opposizione”. In realtà il ministero della cultura ha potere decisionale solo su poche istituzioni, e non sempre interviene. E poi diverse strutture riescono ad andare d’accordo con Gliński nonostante il loro orientamento progressista. È il caso del Museo di arte moderna di Varsavia, grazie alla strategia della direttrice Joanna Mytkowska. Per evitare conflitti basta non criticare esplicitamente il ministro e ospitare di tanto in tanto una mostra che sia accettabile agli occhi del governo.

Oasi di libertà

La situazione dei teatri è ancora diversa. Come spiega Mrozek, queste istituzioni dipendono generalmente dai comuni, e forse proprio per questo negli ultimi anni la scena teatrale ha vissuto un periodo di fermento. Mrozek, che è anche drammaturgo in un teatro d’avanguardia, conferma la teoria avanzata all’inizio: da quando è al potere il Pis, chi fa teatro ha ben chiaro qual è il nemico da combattere. Questo fa crescere un sentimento di solidarietà. E i finanziamenti comunali mettono le istituzioni al riparo dagli attacchi del ministero. “Certo, alcune realtà sono minacciate. Molti fondi vanno esclusivamente a teatri di destra. E se sei di sinistra non trovi lavoro alla radio o alla tv pubblica né in molte grandi istituzioni. Ma delle strade sono ancora aperte”.

C’è poi la questione della litigiosità interna al Pis. Molti non sanno che Gliński è una figura discussa anche dai suoi compagni di partito: per i più radicali non è abbastanza conservatore. Dopo le elezioni politiche del 2019 a quanto pare doveva essere licenziato, ma sembra che a impedirlo sia intervenuto il leader del partito, Jarosław Kaczyński, suo vecchio amico. Eppure Gliński continua a subire attacchi, da destra e da sinistra. “Una volta ho assistito a una conferenza stampa davvero paradossale”, racconta Mrozek. “Un giornalista, nazionalista e di destra, ha posto a Gliński una domanda antisemita. Voleva sapere perché sul sito del museo Polin era scritto che il poeta nazionale polacco, Adam Mickiewicz, aveva radici ebraiche. La reazione del ministro è stata indicativa: non ha stigmatizzato la domanda anche se sottintendeva che, in quanto ebreo, Mickiewicz non poteva essere un vero polacco. Ha tergiversato, come se non volesse pestare i piedi a nessuno” (le origini della madre di Mickiewicz non sono mai state chiarite).

Da sapere
Il nodo della giustizia

◆ Negli ultimi anni il principale motivo di contrasto tra

l’Unione europea e la Polonia è stato la riforma del sistema giudiziario voluta dal governo ultraconservatore di Varsavia, guidato dal partito Diritto e giustizia (Pis) di Jarosław Kaczyński. Il braccio di ferro è cominciato nel 2015, quando il Pis è tornato al governo e ha avviato il processo di riforma della corte costituzionale, arrivando di fatto a controllarla. Il governo ha poi assunto il controllo anche del consiglio giudiziario nazionale, l’organo di autogoverno dei magistrati. Di recente i contrasti si sono concentrati sulla corte suprema, la cui composizione è stata modificata grazie a una legge sul pensionamento anticipato dei giudici, che ha consentito la nomina di magistrati vicini al Pis. Parallelamente è stata istituita la camera disciplinare, incaricata di occuparsi dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei giudici. L’Unione europea ha più volte criticato l’erosione dello stato di diritto e gli attacchi all’indipendenza della magistratura in Polonia, avviando diverse procedure d’infrazione. L’8 aprile scorso, su richiesta della Commissione europea, la corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha ordinato l’immediata sospensione della camera disciplinare, giudicata non imparziale né indipendente. Il caso è ancora aperto, ma un altro recente evento politico potrebbe far pendere la bilancia a favore di Varsavia: nella sentenza del 5 maggio sul programma di acquisto di titoli pubblici della Banca centrale europea, la corte costituzionale tedesca ha messo in discussione il principio dell’esclusiva competenza della Cgue nelle questioni di diritto europeo. Non a caso la sentenza è stata definita “uno dei più importanti pronunciamenti nella storia dell’Unione” dal premier polacco Mateusz Morawiecki. Lo scontro tra Varsavia e Bruxelles sulla riforma della giustizia non è quindi ancora risolto. L’essenziale, scrive Osteuropa, è capire che “non si tratta di un conflitto su semplici dettagli tecnici, ma sui valori fondanti dell’Unione europea”.


Che il ministro della cultura non segua sempre una strategia ideologica lo conferma anche Paweł Płoski, professore all’accademia d’arte drammatica di Varsavia, un’istituzione finanziata direttamente dal governo. “Gli attacchi da destra sono in buona parte una controrivoluzione portata avanti da persone che sono a un passo dalla pensione”, spiega. “Nel mondo della cultura, soprattutto nei mezzi d’informazione, stanno tornando in voga personaggi che erano celebri vent’anni fa, soprattutto in tv”. Spariti dai radar per anni, ora sono ricomparsi, conquistando di nuovo posizioni di primo piano.

La loro aggressività verso gli ambienti di orientamento progressista ha più di una spiegazione. “C’è chi vuole vendicarsi di un’élite che lo ha lungamente ignorato, chi invece vuole solo dimostrare di saperla più lunga degli altri”. Il messaggio che arriva ai polacchi è semplice: “Non avete bisogno di conoscere le lingue, di studiare, di sentirvi in colpa. Abbiamo passato gli ultimi decenni a inseguire l’Europa. Ora basta. Voi polacchi andate bene così come siete”. L’impressione che il Pis voglia imporre un’idea anti-intellettuale dell’arte si rafforza parlando con chi lavora al ministero della cultura. Konrad Szczebiot, un esperto di teatro che per un anno ha avuto un incarico dirigenziale, conosce personalmente Gliński ed è convinto che voglia davvero aiutare il popolo e sia mosso da un autentico zelo riformatore. Szczebiot, 34 anni, non è un ideologo della destra, è un intellettuale che crede negli ideali etici e sociali del Pis. È convinto che Kaczyński incarni gli interessi della maggioranza proletaria del paese e ritiene che anche la politica culturale del suo partito sia un tentativo di ridistribuzione culturale dal centro alla periferia, un processo trasformativo dall’avanguardia elitaria all’arte popolare.

Secondo Szczebiot, prima i teatri mettevano in scena solo opere incomprensibili che parlavano della decostruzione dei generi e delle identità. “Ma la Polonia non ha mai avuto il tempo di discutere della propria identità, di farsi un’idea positiva e consapevole del proprio ruolo. Abbiamo saltato questo passaggio, approdando direttamente a un teatro d’avanguardia iperintellettuale”. Per questo oggi il governo vuole sostenere i teatri regionali e l’arte popolare. “Fa parte della nostra cultura. I contenuti progressisti non scompaiono, continuano a essere presenti, nei teatri comunali, per esempio. È solo che ora c’è qualcosa di diverso a integrarli”.

E la riforma della giustizia voluta dal Pis, che tanti contrasti ha creato con l’Unione europea? E le ferite inflitte alla democrazia? Secondo Szczebiot il governo sta solo cercando di far funzionare un sistema marcio: “Non ci sono esponenti del governo intenzionati davvero a trasformare il paese in una dittatura. Jarosław Kaczyński non ha tutto il potere che gli attribuiscono i giornali occidentali. Il partito è attraversato da conflitti interni, ogni ministro è una specie di piccolo sovrano con il proprio seguito. E questo alla fine crea una situazione di equilibrio”.

Intanto, le elezioni presidenziali che dovevano tenersi il 10 maggio sono state rinviate all’estate. Kaczyński ha cercato in tutti i modi di far svolgere il voto e far rileggere il presidente Andrzej Duda. Ma alla fine ha dovuto cedere. Per il mondo culturale di orientamento progressista la conferma di Duda sarebbe un grande problema. Significherebbe altri cinque anni di concentrazione del potere, altri cinque anni di aspri scontri culturali. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati