In Emilia-Romagna molti ricordano bene il fine settimana del 22 febbraio. All’inizio erano state solo voci, poi era arrivata la conferma: tutte le scuole della regione sarebbero rimaste chiuse per una settimana. La decisione era per molti aspetti sconcertante. All’epoca in Italia i morti per covid-19 erano solo tre e i contagiati 152. Sembrava strano che la scuola fosse la prima attività a essere sacrificata. Forse perché non è considerata economicamente produttiva, mi ero detto. Campi da calcio, bar, negozi e stazioni sciistiche erano aperti e nessuna scuola in Europa aveva ancora chiuso.

Tuttavia per i nostri tre figli Benny, Emma e Leo – che hanno quindici, tredici e nove anni – l’idea di una settimana senza scuola suonava meravigliosa. Siamo tornati a Parma dal Regno Unito tre anni fa e qui in Italia l’istruzione sembra un impegno senza sosta: normalmente molti alunni vanno a scuola sei giorni alla settimana e non ci sono vacanze di metà quadrimestre. Ma io e mia moglie Francesca, che è italiana, eravamo preoccupati. Lei lavora con i rifugiati siriani e a me era appena stato offerto un posto fisso, dopo ventun anni da freelance. Come tutti i nostri amici, non sapevamo chi si sarebbe occupato dei nostri figli.

L’annuncio era stato così improvviso che le scuole si sono trovate impreparate e con poche risorse per far partire l’insegnamento a distanza. L’Italia spende per l’istruzione meno di quasi tutti gli altri paesi occidentali. Secondo uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la spesa per studente (scuola primaria e secondaria) è di 8.966 dollari all’anno, rispetto agli 11.028 del Regno Unito e agli 11.502 della Svezia.

Inoltre molti docenti sembravano non sapere come affrontare questo nuovo mondo. In Italia la formazione degli insegnanti è variabile. I laureati vengono spesso messi in classe senza nessuna conoscenza pedagogica e nessuna esperienza pratica. Le valutazioni sulla qualità dell’insegnamento sono molto rare. L’istruzione italiana è sicuramente più inclusiva che nel Regno Unito, ma è anche, spesso, conservatrice e paternalistica: l’allievo è visto come un vaso vuoto da riempire di nozioni, che poi rigurgiterà agli esami.

Trovare rapide soluzioni

Le scuole italiane sono poco informatizzate, hanno pochi fondi e, secondo l’Ocse, hanno gli insegnanti più anziani del mondo: il 59 per cento ha più di cinquant’anni. I ragazzi ogni giorno portano avanti e indietro tra casa e scuola una decina di libri in enormi zaini, come Obelix con il suo menhir. Tutti elementi che non giocano a favore dell’insegnamento a distanza. 

Ovunque genitori e insegnanti hanno dovuto escogitare in fretta soluzioni che permettessero ai ragazzi di continuare a studiare. Ma in questi due mesi è successo qualcosa d’inaspettato: come gli studenti, anche noi genitori e insegnanti stiamo imparando.

Bologna, Italia, 1 aprile 2020. Durante una lezione a distanza (Michele Lapini)

La prima settimana senza scuola è stata la quiete prima della tempesta. Sembrava una vacanza. Da genitori pragmatici e leggermente puritani, durante la settimana non permettiamo ai nostri figli di guardare la tv, e a noi di bere alcolici. Una volta saputo che le scuole sarebbero state chiuse abbiamo revocato i divieti. Quando il 1 marzo la chiusura è stata prorogata di una settimana siamo andati in montagna, a mezz’ora di distanza dalla città, per piantare alberi e giocare a carte. Il 4 marzo, con un nuovo decreto, il governo ha annunciato che in Italia ogni attività scolastica sarebbe stata sospesa dal giorno successivo.

Sentirsi inadeguati

In quei primi giorni era tutto divertente. Lasciavo i compiti dei ragazzi sotto i piatti o i cuscini, e se volevano guardare la tv dovevano prima imparare gli elementi della tavola periodica o le ossa dello scheletro umano. Sembrava che fossimo, finalmente, dal lato giusto dell’antica dicotomia tra otium e negotium. L’otium era il momento del riposo creativo in cui potevi seguire le tue fantasie, mentre il negotium era il lato serio e pratico della vita.

Avevamo alcuni vantaggi: l’età dei nostri figli ci risparmiava i problemi dei capricci o dell’alcol o dei fidanzati. Ho passato gran parte della mia vita a insegnare. Ho insegnato dappertutto, dalle scuole elementari alle carceri. In casa per anni a tavola abbiamo fatto quiz. Un Natale Benny ha perfino regalato alla famiglia tre campanelli come quelli che si usano negli alberghi, in modo che potessimo davvero tenere “la mano sul pulsante”.

Le poche teorie pedagogiche che conosco derivano dal pediatra e psicanalista britannico Donald Winnicott, secondo cui il gioco è la chiave della crescita e del benessere di un bambino. I giochi offrono ai bambini la possibilità di prendere decisioni da soli e l’opportunità di essere spontanei, divertirsi, imbrogliare e calcolare. Quindi per quelle prime due settimane abbiamo giocato incessantemente a giochi da tavolo come Perudo (i dadi dei bugiardi), a carte, a backgammon, ci siamo sfidati in epici tornei di ping-pong con vari handicap. I ragazzi non stavano imparando molto, ma almeno il povero Leo stava imparando a saper perdere. Dato che è il più piccolo, aveva bisogno di un po’ di divertimento, e visto che a quel punto la sua classe non aveva ancora organizzato una lezione, ho chiesto alla sua maestra se potevamo fare lezioni d’inglese da dieci minuti per i suoi compagni. L’obiettivo era più che altro tirarli su di morale: indossavamo parrucche e ripetevamo i nomi inglesi delle parti del corpo segandole e usando un sacco di sangue finto. Facevamo grammatica coniugando verbi scurrili. Emma montava i video e li inviavamo al gruppo WhatsApp della classe.

Nonostante le buone intenzioni, era difficile non sentirsi inadeguati, perfino ansiosi. Tra i genitori più volonterosi circolavano messaggi su quali musei, teatri, acquari e zoo avevano aperto le loro porte virtuali. Molti postavano foto dei loro bambini che esploravano il Guggenheim a colpi di clic, mentre i nostri guardavano la serie Dr. House su Amazon. Ci siamo sentiti sopraffatti dall’enorme volume di offerte e in colpa perché non condividevamo quelle delizie culturali con i nostri figli.

Il fine settimana successivo, l’8 marzo, il governo ha annunciato che le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto sarebbero state isolate dal resto del paese e che le scuole sarebbero rimaste chiuse per almeno un altro mese. Tre giorni dopo, l’11 marzo, le misure per il contenimento del contagio sono state estese a tutta l’Italia.

Intanto ci rendevamo lentamente conto di come la situazione stesse peggiorando. Il 12 marzo in Italia si superavano i mille morti e solo quattro giorni dopo si è arrivati a duemila. È stato a quel punto che gli insegnanti hanno caricato di compiti gli allievi. Con quindici giorni a disposizione per pianificare la didattica durante la crisi, molti avevano deciso che il modo migliore era inviare ai ragazzi interi capitoli da studiare e centinaia di esercizi da fare. Dopo due settimane di libertà, gli studenti erano pieni di compiti.

L’altra cosa che cambiava era il mio lavoro. Per la prima volta in questo secolo avevo dei capi, delle riunioni e delle responsabilità. Ho interrotto bruscamente i miei giochetti educativi. All’improvviso nessuno in famiglia aveva più tanto tempo e anche il buon umore sembrava sparito. Gli insegnanti si dovevano inventare da zero un nuovo tipo di lezioni. Non c’erano linee guida ministeriali né siti di riferimento ufficiali. “Questa nuova forma di insegnamento online”, ha detto Daniele Martino, che insegna in una scuola media di Torino, “è stata tutta inventata da noi professori all’ultimo minuto”.

Berlino, Germania, 20 aprile 2020. Prima di un esame (Axel Schmidt, Reuters/Contrasto)

Poco digitalizzati

L’inizio è stato caotico. C’era poco coordinamento tra insegnanti all’interno di una stessa scuola, figuriamoci tra scuole diverse, e i genitori dicevano di essere sbalorditi dall’enorme quantità di piattaforme: Meet, Classroom, Zoom, Jitsi, Edmodo. Il problema non era solo che siti e server si bloccavano quando quasi otto milioni di studenti erano online: molti ragazzi non riuscivano proprio a collegarsi.

Nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi) l’Italia è al 24° posto su 28 paesi europei. Nel 2019 l’Istat ha dichiarato che il 23,9 per cento delle famiglie italiane non ha accesso a internet. Come mi ha detto un insegnante, “abbiamo scoperto quanto sono democratiche carta e penna”. Il tentativo di molti insegnanti di far avere agli studenti meno privilegiati un computer portatile e una connessione internet è una delle storie meno conosciute di questa crisi. Il 19 marzo il ministero dell’istruzione ha affermato di aver distribuito 46.152 tablet in tutto il paese. Una settimana dopo sono stati stanziati 70 milioni di euro per permettere alle scuole di comprare i dispositivi e farli avere a chi non ce li ha. Ma anche con gli strumenti necessari, le lezioni online non funzionano per i bambini con bisogni speciali: “Chi andava bene a scuola, ora va anche meglio”, mi ha spiegato un insegnante di sostegno. “Ma chi aveva delle difficoltà rimane ancora più indietro”.

Avevo la sensazione che nessuno sapesse davvero come fare quella che stava diventando nota come Dad, la didattica a distanza. Quando gli insegnanti erano in difficoltà con le piattaforme, spesso erano gli allievi ad aiutarli. “Ho avuto un eccezionale consulente digitale”, mi ha confidato Claudio Dionesalvi, un insegnante di lettere in Calabria. “Ha 11 anni ed è uno dei miei studenti. È come una versione junior di mister Wolf nel film Pulp fiction”. Anche l’equilibrio tra insegnante e alunno è cambiato. In una classe online gli studenti poco interessati possono nascondersi molto più facilmente. Possono fingere problemi tecnici, spegnere la telecamera, silenziare il microfono. Ho tenuto lezioni online per varie scuole e ho visto il problema da vicino: quando gli alunni non erano coinvolti si allontanavano e non riuscivi a recuperarli.

Gli insegnanti hanno dovuto imparare nuovi modi per coinvolgere i loro studenti. “Non potevo più fare la classica lezione frontale”, ha spiegato Betta Salvini, un’insegnante di storia di Parma. “Ho cominciato a coinvolgerli sempre, a capovolgere la lezione in modo che fossero loro i protagonisti, per sentire le loro voci”.

Taiwan, 13 marzo 2020. Una scuola elementare di Taipei (Ann Wang, Reuters/Contrasto)

Ma gli insegnanti si stanno reinventando anche perché il tradizionale “bastone” della scuola non c’è più. Di solito gli alunni sono sottoposti a numerose interrogazioni e, se alla fine dell’anno la media dei loro voti non è sufficiente, sono bocciati e devono ripetere l’anno. I professori hanno capito che ora non si può più impedire agli studenti d’imbrogliare durante le interrogazioni. Quelli più tradizionalisti non sono a loro agio. Un genitore mi ha raccontato che un’insegnante era uscita infuriata dall’aula virtuale quando aveva scoperto quanti alunni stavano copiando. Poi la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina ha fatto capire che, date le circostanze, nessun alunno avrebbe dovuto ripetere l’anno. Tra gli imbrogli e la promozione automatica, gli insegnanti che avevano bisogno del bastone si sono ritrovati disarmati.

“Molti dei miei colleghi sono in difficoltà”, ha ammesso Riccardo Giannitrapani, insegnante di matematica in una scuola superiore di Udine. Secondo lui questi due mesi sono serviti a rieducare più gli insegnanti che gli alunni. “Prima discutevamo degli studenti durante gli scrutini assegnandogli dei numeri, anche fino ai decimali: 5,4; 5,5”. Questi voti, ha detto, sono l’unica cosa a cui si pensa, e creano ansia non solo nei ragazzi ma anche nei genitori.

In Italia c’è sempre stata una battaglia tra gli intransigenti e i riformatori come Maria Montessori, che mettono il bambino e la bambina al centro. Ora sembra che i secondi stiano avendo la meglio. Salvatore Giuliano, preside a Brindisi ed ex sottosegretario al ministero dell’istruzione, mi ha detto: “Un ragazzo di 15 anni è molto più creativo di noi. Ogni volta che gli dai la libertà e gli strumenti per creare qualcosa, ti stupirà”. Giuliano mi ha descritto alcune presentazioni memorabili degli studenti viste nelle ultime settimane. La sua preferita era quella di una famiglia al completo – genitori, fratelli e nonni – tutti vestiti da pianeti che si muovevano in giro per la stanza.

Fluidità di confini

Molti insegnanti hanno ammorbidito i loro metodi, anche considerando quello che gli alunni stavano passando. “Alcuni ragazzi hanno perso un nonno”, ha ricordato Paola Lante, insegnante di scuola primaria a Milano. “Ci sono genitori che rischiano di perdere il lavoro, altri litigano di continuo. Un insegnante deve essere una presenza costante, come un assistente sociale o uno psicologo”.

Quando le scuole hanno chiuso Giannitrapani ha pubblicato una lettera aperta ai suoi allievi dicendo che non doveva essere lui a sovraccaricarli, ma viceversa: dovevano esser loro a bombardarlo di domande. A Napoli Sara Scotellaro ha 120 alunni in varie classi: “Non hanno più un orario e devi essere costantemente disponibile”, ha detto. “Hanno bisogno di essere rassicurati, devi dirgli che hai ricevuto il loro lavoro, che va bene, che sei contenta di loro”.

Questa fluidità di confini ha vantaggi e svantaggi. Durante le lezioni online alcuni alunni si vergognano di mostrare i loro spazi personali, le loro stanze e sullo sfondo i genitori. Molti insegnanti hanno ammesso di aver scoperto un nuovo lato dei loro studenti. “Non c’è più l’intimidazione del gruppo”, ha detto un insegnante, “e questo fa venir fuori cosa sanno davvero. Ho un alunno  di 13 anni, figlio di due ex detenuti, che ha scritto alcuni diari di straordinaria profondità”. Lante mi ha parlato di un bambino molto timido che non parlava mai in classe ma che ora si sta rivelando eccezionale nelle lingue straniere. “Ti fa capire che abbiamo bisogno di una forma molto più diversificata di insegnamento”.

Alla terza settimana di marzo, dopo un mese senza scuola, anche Francesca e io abbiamo cominciato a vedere i nostri figli sotto una nuova luce. Come la maggior parte dei ragazzi, quando gli chiedi come è andata a scuola, rispondono a monosillabi. Ma in questa situazione eccezionale, con le lezioni che si svolgono quasi sempre in cucina, siamo in classe con loro. Possiamo vedere quello che succede.

È stato straziante e al tempo stesso divertente. Ci siamo resi conto che uno dei nostri figli, che a casa è esuberante e sicuro di sé, quando durante la lezione gli fanno una domanda spesso si blocca. A nostra figlia, di solito coscienziosa e sincera, l’insegnante aveva chiesto di mostrare un disegno che avrebbe dovuto copiare come compito; il disegno non le era venuto troppo bene, così ha appoggiato il suo foglio alla finestra e ci ha messo sotto l’originale perché il suo apparisse ben fatto.

Un’insolita calma

Un’altra conseguenza delle lezioni a casa è che il più grande problema in classe – i ragazzi che disturbano – improvvisamente si è ridimensionato. Uno dei nostri figli ha compagni di solito molto rumorosi: i ragazzi si comportano male e gli insegnanti urlano, così si finisce per fare a gara a chi urla più forte. Ora, con gli studenti tenuti a freno dalla presenza dei genitori e gli insegnanti consapevoli che i genitori possono sentire, durante le lezioni c’è spesso un’insolita calma. Ma le lezioni dei nostri figli non hanno un orario prestabilito, sono sparse durante il giorno: a volte la mattina presto e a volte a metà pomeriggio. I nostri vecchi portatili e wifi sono spesso inadeguati e quindi ci scambiamo gli unici apparecchi funzionanti. Nelle nostre giornate non c’è nessuna scansione regolare o un momento di relax. Francesca e io stavamo ancora cercando di prendere il ritmo con il nostro lavoro, ma quando da marzo siamo passati ad aprile, le nostre energie iniziali sono diminuite.

Tecnologia
Famiglie e computer

◆ Nel periodo 2018-2019 il 38 per cento delle famiglie italiane non aveva un computer in casa. Nelle famiglie con almeno un minore, la quota scende al 14 per cento. Quelle in cui ogni componente ha a disposizione un computer o un tablet sono solo il 22 per cento. Nel sud il 41,6 per cento delle famiglie non possiede un computer (nelle altre aree dell’Italia la media è del 30 per cento) e solo il 14 per cento ha un pc o un tablet per ogni componente. Il 12,3 per cento dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni – quasi il 20 per cento nel meridione (470mila ragazzi) – non ha computer o tablet a casa. Più di un quarto degli italiani – il 41,9 per cento dei minori – vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo. Istat


In Italia si erano superati i diecimila morti, e pochi giorni dopo i 15mila. I ragazzi sembravano diventati se non agorafobici, certamente disinteressati a uscire. Non facevano neanche il giro dell’isolato. Si alzavano ogni giorno più tardi e anche quando erano in piedi, era difficile convincerli a togliersi il pigiama.

Come spesso succede, quando smetti di fare qualcosa improvvisamente ti chiedi perché prima la facevi. Benny, che è stata ossessionata dal balletto per tutta la vita e frequenta un’accademia di danza, è entrata crisi. Ha detto che vuole smettere di ballare. Perfino Leo, che è un fanatico del calcio, non parla quasi più del pallone e ci gioca raramente. Sembra che le loro passioni siano evaporate.

È difficile da genitore (e scrittore) non sentirsi frustrato nel constatare che i tuoi figli non leggono mai libri. Ogni volta che esco dal mio studio, li vedo con le cuffie in testa curvi su uno schermo. Le lezioni sono indistinguibili dal relax. Nonostante tutti i discorsi idealistici sull’apprendimento digitale, mi sembra molto passivo.

Istruzione
Chi spende di più
Spesa per studente dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, migliaia di dollari per studente, dati 2016 o ultimi dati disponibili. (Fonte: Ocse)

Ho provato a prendere in mano la situazione. I pasti erano burrascosi per le tante energie represse, quindi ho pensato: “Se non vogliono leggere, leggerò io per loro”. Ho cominciato a portare un libro a tavola, senza rendermi conto che stavo diventando proprio come uno di quegli insegnanti conservatori. Stavo cercando di imporgli le mie passioni, usando la conoscenza per calmarli e sottometterli. Loro ridacchiavano e mi prendevano in giro. “Non capisco la poesia”, brontolava Emma.

Fortunatamente hanno una madre saggia. Non abbiamo un giardino, ma quattro balconi, e quando è arrivata la primavera, Francesca si è messa a piantare e a sistemare i vasi. Ai bambini il giardinaggio è piaciuto, forse perché è quello che la loro scuola non riesce a essere: all’aperto e manuale. Emma ha moltiplicato le sue piante grasse, quindi aveva bisogno di scaffali extra, ed è andata in garage per fare un po’ di falegnameria. Hanno cominciato a cucire e a cucinare cappelletti e cornetti. È difficile dire quanto questo abbia a che fare con la psicologia, più che con il tempo libero, ma tutti hanno cominciato a riordinare le loro camere, spostando letti e scrivanie. Era come se stessero riorganizzando il loro arredamento interno ed esterno. Alcuni quadri, libri e foto sono stati eliminati e sostituiti da altri. Volevano nuovi tagli di capelli. Francesca e io abbiamo osservato la situazione e cercato i modi per continuare a tenerli fuori dalle loro camere e dai loro mondi privati.

Favorire l’inclusione

Ho cambiato strategia. So che nell’insegnamento la teatralità qualche volta aiuta, quindi una sera, mentre leggevo una poesia, ho messo una piccola scatola lucida sul tavolo. Fingevano di ascoltare ma in realtà stavano tutti guardando quella scatola, chiedendosi quale fosse il gioco. Ho scelto Digging di Seamus Heaney. È una poesia sulla difficoltà che ha uno scrittore a sentirsi degno degli antenati agricoltori, perché la penna non è nulla in confronto alla profondità di una vanga. Ma riguarda anche la necessità che i figli seguano la loro strada senza sentirsi inadeguati. Appena ho finito di leggere gli ho passato la scatola. Dentro c’erano tutte le parole della poesia ritagliate. “Dai”, ho detto, “riscrivetela a modo vostro”.

Improvvisamente si erano appassionati alla poesia. Si strappavano le parole di mano, le provavano qua e là. Mentre ridevano, i sottili pezzi di carta volavano intorno al tavolo. Con il suo linguaggio contadino, la poesia ora sembrava più terrosa che erudita. Invece di sentirsi dire da qualcuno di ammirare un’urna greca, ora avevano l’argilla in mano.

Internet
Famiglie connesse
Famiglie italiane con una connessione a internet di almeno 30 megabit al secondo, percentuale per provincia (fonte: Agcom, unesco)

Mentre scoprivano il loro nuovo ruolo ibrido di allievi e insegnanti, abbiamo deciso che potevano darsi un voto sia per il contenuto sia per l’impegno. Ovviamente era solo un modo per fargli capire che i voti non sono una questione di approvazione (degli altri) ma di onestà (perso­nale).

Più si riflette sul problema dell’istruzione nell’Italia del lockdown, più emergono le vulnerabilità di tutti. Molti insegnanti si sentono insicuri: perché l’istruzione sembra essere l’ultima priorità del governo e perché temono, con l’apprendimento digitalizzato, di essere sostituiti dagli schermi. Anche quelli che apprezzano la tecnologia, come l’insegnante calabrese Claudio Dionesalvi, sono preoccupati: “L’apprendimento a distanza è uno strano videogioco”, ha detto, “ma alla fine è una tortura. Davanti a uno schermo un insegnante non può nascondersi. Rischia di diventare bidimensionale: un personaggio televisivo”.

Molti genitori sono ansiosi, non solo perché i loro figli stanno perdendo mesi di apprendimento, ma anche perché non hanno alcuna misura dei progressi dei figli. Chiara Esposito, un’insegnante di scuola media, mi ha detto che “i genitori sono l’elemento più conservatore nell’ecosistema scolastico. Diventano paranoici se il loro bambino non ottiene un otto o non ha completato il libro. Sono loro che abbiamo davvero bisogno di educare”. 

Sorprendentemente anche le aziende che promuovono le piattaforme per l’apprendimento a distanza sono preoccupate. Lorenzo Benussi, della Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo, che ha come obiettivo favorire l’inclusione e la creatività nell’istruzione, teme che i docenti stiano usando le nuove tecnologie per riprodurre gli stessi metodi d’insegnamento, invece di cogliere questa opportunità per forme completamente nuove. “Quando a marzo si è cominciato a parlare di apprendimento digitale ero molto preoccupato, perché non si trattava di tecnologia. La tecnologia è solo un mezzo. La sua efficacia dipende interamente dal metodo didattico che si usa”, ha spiegato Benussi.

Edoardo Montenegro, dell’azienda Betwyll, che a settembre lancerà una nuova app di social reading per le scuole italiane con la casa editrice Pearson, ha detto qualcosa di molto simile: “Una videochiamata su WhatsApp o una riunione su Zoom non sono apprendimento digitale. Questi incontri possono essere altrettanto frontali e retorici di una lezione vecchio stile”.

Inventarsi nuovi ruoli

Nessuno sa quando riapriranno le scuole e, quando succederà, nessuno sa quale sarà il ruolo di ciascuno. Secondo Loris Malaguzzi, che è stato un pedagogista e un insegnante, l’incertezza è un ingrediente vitale per l’apprendimento inclusivo e collegiale. Solo “la volontà di mettere in discussione tutte le tue capacità e conoscenze”, spiegava nel 1992, “porta all’umiltà e all’ascolto”. Che “è il modo in cui ci educhiamo a vicenda”.

Sono passati più di due mesi dalla chiusura delle scuole in Emilia-Romagna. Forse sarebbe successo comunque, ma è cambiato il modo in cui ci vediamo. La ragazza che voleva diventare una ballerina sembra piangere la fine di quel sogno. La perfezionista ha intravisto obiettivi più profondi di un dieci in pagella. Il ragazzo che sembrava scatenato si è rivelato uno studente ansioso. L’insegnante è diventato un accompagnatore e l’appassionata di giardinaggio la nostra guida. E in questi cinque mesi che mancano prima del (probabile) ritorno a scuola avremo ancora molto da imparare. ◆ bt

Tobias Jones _ è un giornalista e scrittore inglese. Ha scritto Il cuore oscuro dell’Italia _ (Rizzoli 2003) e _Sangue sull’altare _ (Il Saggiatore 2012). Il suo ultimo libro, Ultrà_, uscirà in Italia a giugno. _

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati