In Italia l’introduzione delle carrozze “silenziose” nei treni ad alta velocità Frecciarossa è stata accolta con un misto di sollievo e ironia. Tra i numerosi stereotipi sugli italiani, infatti, uno dei più duri a morire è quello secondo cui sono rumorosi.
L’Italia si è guadagnata la reputazione di paese chiassoso: uno studio del 2015 sull’inquinamento acustico a livello globale posiziona l’Italia al secondo posto nella classifica del frastuono. Tuttavia molti italiani sono convinti che questo stereotipo, come tutti gli stereotipi, sia assurdo. Gli italiani sono percepiti come persone rumorose solo a causa della loro lingua: l’italiano, incentrato sulle vocali, richiede la vibrazione delle corde vocali, da cui deriva anche la sua melodiosità così adatta all’opera. A differenza dell’inglese, l’italiano non ha una vocale debole (chiamata scevà nella linguistica), ed è una lingua in cui la durata di ogni sillaba è uguale (isosillabica), mentre in inglese è uguale la durata tra le sillabe accentate (isoaccentuale). Dicono che noi mangiamo le parole, raggruppiamo le consonanti, loro no. In realtà la lingua italiana non è necessariamente più rumorosa dell’inglese. Semplicemente è l’orecchio anglosassone a percepirla in questo modo, perché non è abituato a tante sillabe. Alcuni studi recenti suggeriscono che l’italiano sia una lingua ad alta velocità e bassa densità. La quantità d’informazioni trasmesse da ogni sillaba è inferiore rispetto all’inglese, dunque l’italiano viene parlato più rapidamente. E come sanno i musicisti, quando si accelera, a volte si diventa più rumorosi.
Ci sono anche ragioni storiche per cui l’italiano è, o appare, esuberante. Stefano Jossa, autore di un volume sulla lingua italiana (La più bella del mondo, Einaudi 2018), sottolinea che “in Italia un atto linguistico è sempre una performance”. Dato che la lingua è stata inventata dagli scrittori – da Dante ad Alessandro Manzoni – è “artificiale, ingegnosa, fatta per la bellezza. È costruita in modo astuto”. Basta seguire per qualche minuto un talk show per cogliere quanto sia apprezzato e usato quello che Pirandello chiamava “il guardaroba dell’eloquenza”, dove si vestono i “pensieri nudi”.
Terrore semantico
Questo elemento performativo conferisce importanza all’acustica. Un mio amico dice sempre che gli “italiani parlano per i suoni, non per i significati”. Nel suo libro, Jossa scrive che l’italiano è “come un clavicembalo”. Questa centralità del suono è il motivo per cui la rima – così fuori moda altrove – è ancora molto presente in Italia nella poesia, nella pubblicità e negli striscioni allo stadio. I rintocchi lessicali fanno parte di questa estetica che piaceva tanto a lord Byron. L’italiano, disse il poeta inglese, “suona come se dovesse essere scritto sul raso”. Siccome l’italiano non è mai stato la lingua delle strade, ma dei salotti, lo scrittore Italo Calvino sosteneva che i suoi connazionali provassero un “terrore semantico”. Spesso si è detto che il volume elevato della lingua parlata in Italia è una rivincita della strada, una ribellione verbale contro un idioma raffinato ed erudito. Un tamburo per coprire il clavicembalo.
Ma in Italia c’è anche un atteggiamento diverso nei confronti del rumore. Glen, un mio amico che studia linguistica applicata e vive in Italia da quarant’anni, è convinto che nel paese il rumore sia “considerato conviviale e attraente. Produce un senso di condivisione e partecipazione, significa che qualcosa funziona come dovrebbe”. Inoltre il rumore è ammesso anche come reazione all’ansia. Wallis Wilde-Menozzi, una scrittrice di Parma il cui prossimo libro s’intitola Silence and silences, dice che “il volume elevato è accettabile o comprensibile quando è una risposta allo stress. Non trovo che questa tolleranza esista nella cultura borghese anglosassone”. Questa tolleranza si estende ai bambini: in Italia mangiare fuori con i propri figli è fantastico, perché sono sempre i benvenuti, capricci compresi. Il silenzio spesso è considerato più imbarazzante del rumore. “Una pizzeria piena di persone silenziose”, scherza Glen, “susciterebbe diffidenza”.
Questo apprezzamento per la vivacità fa sì che nella conversazione in Italia le voci si accavallino perché non c’è una stigmatizzazione sociale verso chi interrompe gli altri. Spesso l’unico modo per “prendere la parola” è alzare la voce. Inoltre non esiste un’etichetta sull’uso del telefono cellulare. Irene, un’italiana che vive a Londra, non crede che gli italiani siano più rumorosi di altri. “Però c’è qualcosa tra gli italiani e i telefonini. Non è solo la mancanza di rispetto per le altre persone. Sui treni gli italiani sembrano non avere idea che la persona seduta accanto sta ascoltando tutto quello che dicono. Forse siamo talmente legati alla conversazione che dimentichiamo il resto”.
Magari è questa la chiave per capire lo stereotipo. Gli italiani non sono rumorosi, è solo che raramente parlano sottovoce nelle situazioni in cui uno straniero si aspetterebbe che lo facessero: in chiesa, in classe, nelle riunioni d’affari o sui mezzi di trasporto pubblico. C’è una certa autenticità in questo rifiuto di cambiare registro in base al contesto. Ma di sicuro non promette bene per la battaglia, a bordo dei vagoni, tra suoni e silenzi. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati