Le barche dei cocomeri provenivano per lo più dalla zona di Songkeng, chi viveva sul fiume le sapeva riconoscere: erano più grandi di quelle con la copertura scura della gente di Shaoxing, più lunghe e sottili, con lo scafo di legno e il ponte inferiore, più vicino all’acqua, rivestito di una lamina di ferro; la copertura era molto particolare, non usavano un tessuto impermeabilizzato, ma una stuoia di paglia fittamente intrecciata montata su quattro bastoni, sembrava più uno di quei rifugi che si costruiscono dopo un terremoto.

L’arrivo del periodo più caldo dell’anno, alla fine di luglio, faceva da pubblicità ai cocomeri. Le persone che abitavano a nord della città sceglievano una sera, all’ora del tramonto, quando erano meno occupate e faceva fresco, per inforcare la bicicletta e andare a comprarli sotto la rampa del ponte Tiexin portandosi appresso sacchi e retine di nylon. Le barche dei cocomeri provenienti da ­Songkeng si fermavano sempre lì. Quando spuntavano, facendosi strada tra le altre barche ammassate al molo della fabbrica del vino, i ragazzini golosi e dallo sguardo acuto, avvistandole dalle finestre che davano sul fiume, si mettevano a gridare pestando i piedi impazienti: “Le barche dei cocomeri sono arrivate! Andiamo a comprare i cocomeri!”. C’erano anche molti impiccioni, come lo scemo Guang Chun, che seguivano le barche correndo lungo la riva e strillavano: “Sono arrivati i cocomeri! Sono arrivati i cocomeri!”. Le barche di Songkeng venivano ogni anno, più o meno numerose. Anche i bambini le riconoscevano al primo sguardo, per via delle coperture di paglia e dei fornelli a prua, racchiusi tra mattoni impilati, dai quali al crepuscolo saliva il fumo: non sembravano tanto una flottiglia, quanto un insieme di rifugi non autorizzati costruiti sull’acqua.

Gabriella Giandelli

I venditori erano uomini di Songkeng, vecchi e giovani, tutti grandi lavoratori, eppure, arrivati sotto il ponte Tiexin, si mostravano inspiegabilmente indolenti. Se non c’erano clienti, giocavano a carte o schiacciavano un sonnellino accoccolati sui mucchi di cocomeri, ma se qualcuno saltava sulla barca, si svegliavano subito e uscivano piano piano da sotto la copertura. Indossavano camicie bianche a maniche lunghe e pantaloni blu o grigi, non avevano cinture di cuoio, si chiudevano i pantaloni con fasce di stoffa blu; i più anziani non si curavano dell’aspetto, spesso lasciavano la patta aperta mostrando le mutande variopinte. Portavano con sé le scarpe, principalmente scarpe da ginnastica verdi dell’esercito, calosce, scarpe di pezza, qualche giovane le aveva perfino di pelle, però le lasciavano tutte sulla barca e si muovevano scalzi. Nel complesso indossavano più abiti della gente di città, ma erano tutti in disordine. Erano molti anni che vendevano i cocomeri sotto il ponte, alcuni di loro venivano ogni estate, la gente li riconosceva e li chiamava calorosamente per nome, poi saliva a bordo e gli dava pacche sulle spalle, sulla schiena, la maggior parte per ingraziarseli e risparmiare qualche soldo. Alcuni arrivavano anche a comprargli gelati di fagioli di soia da quattro fen nel negozio di bevande fresche. All’affabilità interessata degli abitanti del quartiere Xiangchunshu, i venditori rispondevano a tono, sorridevano, ma i loro sguardi furbi denotavano circospezione. “Affrettatevi a sceglierne un po’, quest’anno ha piovuto molto, il raccolto non è stato buono, siamo venuti in pochi, tra due giorni avremo finito il carico e ce ne andremo”.

Le barche non avevano bilance a bascula, usavano il vecchio tipo a sospensione. Nel caso di una grossa vendita, per pesare i cocomeri servivano due uomini che sollevassero il cesto con il bilanciere: se a bordo la forza lavoro non era sufficiente, venivano a dare una mano quelli delle altre barche. Quando venditori e compratori contrattavano il prezzo sugli scafi beccheggianti, i loro dialoghi a volte somigliavano a battibecchi furiosi, altre invece sembravano negoziati di politica estera tra due paesi, ciascuno diceva la sua, poi trattavano fino a raggiungere un accordo. Così, uno dopo l’altro, i cocomeri lasciavano le barche di Songkeng e prendevano strade diverse. Uno di questi trovò rifugio nel cestino di Chen Suzhen.

Chen Suzhen comprava un cocomero alla volta, quasi uno ogni due giorni, era estremamente scrupolosa nello sceglierlo e nel contrattare il prezzo, e solo quando quelli di Songkeng le assicuravano che era maturo e dolce battendosi il petto, si decideva a pagare. Li comprava da luglio ad agosto, ad agosto però le barche cominciavano a svuotarsi e Chen Suzhen, pensando a quanto i cocomeri piacessero al figlio Shoulai, sentiva di più l’urgenza di comprarli. Un giorno ne comprò uno senza sceglierlo accuratamente, da fuori erano tutti perfettamente tondi e grandi, non era possibile prevedere quale contenesse elementi capaci di scatenare il caos. Chen Suzhen non si sarebbe mai immaginata che quel giorno, trasportando quel grande cocomero con molta fatica quasi lussandosi una spalla, si stava portando a casa il disastro.

Molti anni dopo il fatto, la gente non ricordava più i dettagli dell’acquisto, ma solo che Chen Suzhen aveva comprato un cocomero con la polpa bianca molto grosso, che però non era maturo. Il cocomero era del tipo più comune, non tanto buono, ma era pur sempre un cocomero. Incidenti del genere succedevano spesso e si risolvevano facilmente: o ti mostravi tollerante e lo mangiavi come fosse una rapa, oppure, se non temevi le seccature, lo riportavi al ponte Tiexin; se avevi comprato un cocomero bianco, le barche che venivano da Songkeng spesso te lo cambiavano.

Chen Suzhen scelse di cambiare il cocomero. Mentre si preparava a uscire, decise di sbrigare anche altre faccende domestiche; a Xiangchunshu c’erano molte donne indaffarate e capaci che facevano tante cose insieme, Chen Suzhen era una di queste. Il suo cestino era già pieno di bottiglie per la salsa di soia e per il vino giallo, ma poi ci mise dentro anche un taglio di stoffa che voleva portare dal sarto per farsi fare un paio di pantaloni del pigiama. Considerando che il cesto si era fatto pesante, e che non sarebbe bastata la sua parola per cambiare il cocomero – lo sapeva bene – tirò fuori quel mezzo cocomero bianco e con un cucchiaio ne estrasse un po’ di polpa che avvolse nella carta oleata, come prova per il cambio.

Arrivata sotto il ponte si accorse che delle tre barche dei cocomeri ne era rimasta una sola, quella di Fu San. Era una sfortuna, un tempo aveva sempre comprato i cocomeri da lui, ma quella volta, vedendo più gente su un’altra barca, unendosi alla folla era salita su quella del Vecchio Zhang, non poteva certo immaginare che il giorno dopo se ne sarebbe andato. Non pensò che il Vecchio Zhang avesse venduto tutti i cocomeri, probabilmente gli erano rimasti solo quelli cattivi e, considerando che non sarebbe riuscito a venderli, insieme al giovane che era con lui, era andato a smerciarli altrove. Ferma sotto il ponte con in mano la polpa nella carta oleata, fu assalita da un odio repentino nei confronti della gente di Songkeng e si mise a inveire: “Altro che maturo e dolce, voi contadini siete degli imbroglioni!”.

Notò che sulla barca di Fu San era rimasto solo lui, chissà dove era andato il ragazzo. Chen Suzhen ignorava come si scrivesse il nome di Fu San, sapeva solo come si pronunciava. Tra la gente di Songkeng, le era sempre sembrato il più taciturno, di solito quelli che non amano parlare sono i più sempliciotti o i più furbi, non sapeva a che tipo appartenesse Fu San. Si diresse verso la sua barca, pensando di indirizzare a lui i suoi rimproveri; avrebbe deciso lui se riferirli o meno. Sentiva anche il dovere di avvisare gli abitanti di Xiangchunshu sulla qualità dei prodotti di Songkeng: se anche l’anno successivo ci fossero stati molti cocomeri bianchi, non dovevano sognarsi di venire a venderli lì, meglio che li lasciassero a casa per darli da mangiare ai maiali. Sulle prime non aveva pensato di prendersela con Fu San, ma quando raggiunse la barca e vide la sua faccia scura e magra sbucare da sotto la copertura, per di più tenendo in mano un cocomero dalla polpa rossa, in testa le balenò un’idea e si mise a gridare: “Fu San, Fu San, quanti anni sono che compro i tuoi cocomeri? Perché me ne hai venduto uno con la polpa bianca?”.

Fu San stava mangiando il cocomero, probabilmente si era appena svegliato, sul viso e sul torace c’era ancora stampata l’impronta della stuoia. Chen Suzhen gli si mise di fronte e disse: “Il cocomero che mangi tu è molto buono, perché a me ne hai dato uno bianco?”.

Fu San vide che nel cesto di Chen Suzhen c’erano bottiglie per la soia e il vino giallo, e verdure in salamoia umide. Afferrò una delle verdure e prese a masticarla sorridendo a Chen Suzhen senza dire una parola.

Gabriella Giandelli

“Mi hai trattata male, Fu San, dandomi un cocomero bianco”.

Fu San girò la testa e sputò nel fiume la verdura che aveva in bocca: “È acida, non è buona”. Diede un’occhiata a Chen Suzhen e non disse altro.

“Sei muto? Se non vuoi parlare, per me va bene, l’importante è che passi all’azione, vai sottocoperta a prendermi un buon cocomero”.

A quel punto Fu San aveva finito di mangiare il cocomero, le bucce rimaste avevano forma triangolare, sembravano tagliate apposta in quel modo. Chen Suzhen vide che le metteva a seccare sopra la copertura della barca.

“Che fate, una volta seccate le mangiate?”, gli chiese. “Le fate in salamoia o saltate in padella?”.

“In salamoia, per saltarle bisogna aggiungere l’olio”. Poi girò la testa e le chiese: “Dov’è il melone bianco? Come pensi che te lo cambi se non lo porti?”.

Chen Suzhen aprì il pacchetto di carta oleata e disse: “Non potevo portarlo tutto, è grosso, pesa otto jin e tre liang, ho portato la polpa, basta guardarla per capire che è immangiabile”.

Fu San guardò il pacchetto che lei teneva in mano, guardò la polpa e poi la guardò in viso, quindi scoppiò a ridere: “Non ho mai visto una persona furba come te, che porta un po’ di polpa per avere in cambio un cocomero!”.

La risata di Fu San la mise un po’ in agitazione: “Fa lo stesso”, replicò, “l’importante è che ci sia una prova. Ho comprato i cocomeri da te tutti questi anni, non puoi farmi questo favore?”.

Gabriella Giandelli

Fu San sorrideva ancora, ma non era più un sorriso bonario, si era fatto sarcastico. “Se compri un pollo cattivo, vai a fartelo cambiare portando una piuma? Pensi che siamo tutti stupidi noi contadini? Voi di città siete tanti, ma anche se foste più numerosi riuscirei comunque a ricordarmi su che barca hai comprato il cocomero quest’anno. Credi che non me lo ricordi? Ora vuoi cambiarlo e ti presenti con un pacchetto di carta. Ma che bella pensata! Ti vuoi approfittare degli altri!”.

Chen Suzhen si sentì in grandissimo imbarazzo. Non avrebbe mai immaginato una reazione del genere da parte di Fu San, che l’aveva lasciata parlare per poi costringerla nell’angolo. Ma la cosa che più la stupiva non era tanto la lucidità di Fu San, quanto la propria incapacità di giudicare gli altri: le persone non si potevano valutare dall’apparenza, la sua opinione su Fu San era sbagliata. “Ti ho giudicato male, Fu San!”, rise imbarazzata. “E bravo, con quell’aria da ingenuo, non ti credevo tanto furbo”. Chen Suzhen aveva un grande amor proprio, e se qualcuno lo feriva si urtava, così gettò nel fiume il pacchetto di carta ed esclamò: “Non vuoi cambiarlo? Non lo cambiare allora, peggio per me, voi contadini siete degli imbroglioni”.

Chen Suzhen scese dalla barca a mani vuote, aveva fatto una sfuriata e non aveva preso nulla, neppure il suo cestino, se lo era dimenticato. Fu San glielo allungò con una pertica di bambù rimproverandola per i suoi pregiudizi: “Sorella, non devi dire certe cose, non devi prendertela con i contadini, se non ci fossimo noi mangereste l’aria”.

Recuperando il cestino dalla banchina lei disse: “Non sto criticando i contadini, ma quelli che vendono i cocomeri bianchi”.

“Non vogliamo certo imbrogliare la gente, quest’anno ha piovuto molto e i cocomeri non sono venuti tanto buoni, non possiamo farci niente”, rispose Fu San. Al che lei, in un impeto di rabbia, replicò: “Perché venite a venderli allora, se non sono buoni? Teneteveli a casa e dateli da mangiare ai maiali, vediamo chi si farà abbindolare l’anno prossimo”.

La faccenda si sarebbe dovuta concludere lì. La gente di Xiangchunshu si era fatta l’idea che per la madre di Shoulai se il cocomero si poteva cambiare, bene, se non si poteva, pazienza. Chen Suzhen ci teneva alla reputazione, per di più era di debole costituzione fisica, non avrebbe continuato a correre al ponte per un cocomero. D’altro canto però, comprava i cocomeri principalmente per il figlio, che ne mangiava l’interno con un cucchiaio lasciando a lei la polpa vicina alla buccia. Se fosse stato per lei, ammettere la sconfitta non avrebbe costituito un problema, ma bisognava vedere come reagiva il figlio.

Shoulai aveva diciassette anni. La gente ancora si ricorda come girava per strada con le sopracciglia corrugate lanciando sguardi obliqui, un’espressione che rivelava anni di ingiustizie subite. Ma nessuno osava maltrattare Shoulai. Era piuttosto lui a tormentare gli altri ragazzi, e una serie di animali innocenti. Aveva già ucciso cani e gatti, esseri umani ancora no, ma c’era chi sosteneva che prima o poi l’avrebbe fatto. Questo però viene dopo, non parliamone adesso. Quel giorno, tornato a casa, Shoulai vide il mezzo cocomero poggiato, come d’abitudine, sul tavolo dentro una bacinella piena d’acqua. Notò che la polpa era bianca, ne mangiò un pezzetto ed esclamò: “E questo sarebbe un cocomero? O un melone d’inverno?”.

“Sono andata a cambiarlo, ma la barca del Vecchio Zhang se n’era già andata, mangialo lo stesso, fai finta che sia un melone invernale!”, disse Chen Suzhen mentre era indaffarata in cucina. “Fu San non me lo ha voluto cambiare, sembra un sempliciotto ma è furbo come un demonio, gli ho portato indietro il cocomero ma non ha voluto fare il cambio, i contadini di Songkeng non ci vogliono rimettere”. Chen Suzhen era imbronciata e nelle sue parole c’era un livore evidente. Non raccontava mai le sue pene al figlio perché lui non la stava a sentire. Era abituata a parlare da sola in cucina: una volta preparato il pasto, lo sfogo finiva e anche le insoddisfazioni venivano messe da parte. Non si sarebbe mai immaginata che il figlio, abituato a non darle retta quando lei cercava di educarlo a comportarsi bene e a essere parsimonioso, la stesse ascoltando attentamente ora che criticava la gente di Songkeng per un cocomero.

Shoulai corse fuori con il mezzo cocomero, lei non se ne accorse, lo sentì solo dire una parolaccia nella stanza accanto. In seguito raccontò ai vicini che stava saltando i fagioli di soia verde con le verdure in salamoia e non aveva idea che Shoulai fosse corso fuori con il mezzo cocomero. Stava mettendo nella ciotola quello che aveva appena cucinato – un fagiolo le era caduto a terra – quando un ragazzino del vicinato entrò di corsa in casa gridando: “È successa una disgrazia! Shoulai ha accoltellato un uomo di Songkeng su una barca dei cocomeri!”.

Gabriella Giandelli

Chen Suzhen tornò di corsa al ponte Tiexin. Per via della sua debole costituzione, si dovette fermare ogni tanto a riprender fiato e dunque perse tempo ma, dato che non riusciva a rassegnarsi, batteva per terra un piccolo oggetto di ferro che teneva in mano per sfogare la rabbia. Molti di noi ricordano che non era niente di esotico, era una semplice spatola per saltare le pietanze in padella.

Sulla morte di Fu San, l’uomo che aveva più diritto di parola era Wang Deji, della fabbrica di macchinari agricoli. Mentre scendeva dal ponte Tiexin in bicicletta, vide arrivare di corsa Shoulai che sembrava un coniglio terrorizzato. Wang Deji e la bicicletta si ritrovarono accidentalmente sulla sua traiettoria, allora Shoulai gli diede una spinta gridando: “Levati dai piedi!”.

I ragazzini avevano paura di Shoulai; Wang Deji, no. Stava per imprecare quando si accorse che aveva una spalla bagnata. Guardò meglio e scoprì che era sangue. Allora capì che le cose si mettevano male, e gridò: “Fermati Shoulai!”. Ma quello non gli diede retta e continuò a correre per attraversare il ponte: indossava un paio di ciabatte di plastica ma correva veloce come fosse sulle ruote di fuoco di Nezha.

“Hai accoltellato qualcuno Shoulai?”, gridò Wang Deji dalla sommità del ponte. “Hai accoltellato qualcuno per correre così?”.

Shoulai lo ignorò, e in un batter d’occhio superò il ponte, quindi si fermò per tirarsi su i pantaloncini e disse rivolto a Wang Deji: “Ha cominciato lui!”, poi si strofinò le mani su un gradino e si rimise a correre, scomparendo dentro Xiangchunshu.

Wang Deji seguì le tracce di sangue e commentò: “Deve aver accoltellato qualcuno per esserci tanto sangue!”. Appena scese dal ponte vide Fu San che impugnando un coltello per tagliare i cocomeri avanzava barcollando sulla banchina, circondato da una folla di donne urlanti e bambini eccitati.

Fu San si portava dietro una scia di sangue. Arrivato ai gabinetti pubblici si fermò, poi si chinò in avanti poggiando la testa contro il muro, ma i suoi occhi furenti fissavano Wang Deji.

“Tu non sei Fu San, il venditore di cocomeri?”. Wang Deji, che era coraggioso, gli si avvicinò. Fu San era coperto di sangue, appoggiato al muro del gabinetto tremava violentemente, sollevando la mano che impugnava con forza il coltello. “Perché hai il coltello?”, chiese Wang Deji.

“Per darlo a Liang”, rispose Fu San.

Gabriella Giandelli

“Perché vuoi darlo a Liang? Vuoi che accoltelli Shoulai?”. Fu San scosse la testa, poi annuì, fissando Wang Deji con gli occhi sbarrati. Wang Deji scosse a sua volta il capo e disse: “Non posso prenderlo, non crederai che possa aiutarti ad accoltellare qualcuno? Adesso non preoccupiamoci di questo, ti porto all’ospedale”.

Wang Deji era una persona di buon cuore, sulle prime aveva pensato di portarlo in bicicletta, ma Fu San cadeva ogni volta che tentava di sedersi sul portapacchi. Wang Deji teneva ferma la bicicletta per il manubrio, ma rendendosi conto che Fu San non riusciva a starci sopra, chiuse il lucchetto, la appoggiò al muro e disse: “Hai perso troppo sangue, non ce la fai a sederti sul portapacchi, meglio che ti porti io!”.

Così, caricandoselo sulla schiena, si avviò sul ponte Tiexin. Wang Deji era molto forte, riusciva a correre veloce anche con quel peso. Arrivato a metà del ponte, vide venirgli incontro Chen Suzhen, pallida e con una spatola in mano. “Che corri a fare adesso?”, l’apostrofò Wang Deji. “Ormai tuo figlio il guaio l’ha fatto!”.

Chen Suzhen si fermò a riprendere fiato mezza accovacciata, e intanto cercava di capire chi era l’uomo che Wang Deji portava sulla schiena.

“È Fu San? È grave?”.

“Se è grave? Ha perso sangue per tutta la strada, che ne dici, è grave?”, rispose Wang Deji. Sulle prime sperò che lei lo aiutasse, ma quando, scendendo dal ponte, Chen Suzhen vide bene il sangue sul corpo di Fu San, lanciò un grido e restò lì paralizzata. Le donne non sopportano la vista del sangue, per di più era la madre dell’aggressore. In quel momento, Wang Deji sentì un rumore metallico dietro di lui, il coltello era caduto di mano a Fu San ed era finito proprio sui piedi di Chen Suzhen. Allora si bloccò e chiese a Fu San: “Vuoi che lo raccolga? È una prova, bisogna evitare che qualcuno se la porti via”.

Ma Fu San non capì il suggerimento di Wang Deji e gli chiese: “Sei Liang?”.

“Non sono Liang, sono Wang, della fabbrica dei macchinari agricoli, non mi riconosci? Due giorni fa ci siamo incontrati all’emporio, e se non ricordo male hai comprato due liang di distillato di grano”.

“Non sei Liang? Dov’è andato a finire Liang?”.

Il primo ad accorgersi della macchia era stato Guang Chun, che indicando un angolo della prua ad Anping aveva detto: “Guarda quella macchia di sangue, non ha la forma di una mucca?”

“Come faccio a saperlo? Non ti ricordi dove è andato? Hai perso troppo sangue, hai il cervello annebbiato”.

“Il mio cervello funziona benissimo, solo che non mi riesco a muovere. Liang è andato a comprare il sapone. Tu non sei Liang, credevo fosse lui a portarmi”.

“È un bene se il cervello ti funziona, quel che conta è che tu non sia in pericolo di vita. Smetti di pensare a Liang, non è importante chi ti porta, è importante raggiungere l’ospedale per salvarti la vita!”.

I ragazzini per strada si misero a correre dietro a Wang Deji chiedendogli: “Chi è? Chi è?”. Gli adulti si fermavano sorpresi all’ingresso dei negozi o sulla porta di casa e lanciavano commenti a caso: “Un altro scontro tra fazioni! Guarda com’è ridotto!”.

Passando davanti all’emporio, Wang Deji gridò: “Liang, hai comprato il sapone?”. Le commesse uscirono a guardare l’uomo insanguinato sulla schiena di Wang Deji, non conoscevano nessun Liang, ma chiesero a Wang Deji chi era l’uomo che portava e gli consigliarono: “Perché lo porti sulla schiena? Non è meglio chiamare un’ambulanza?”.

“Vi sembra che abbia tre teste e sei braccia? Come faccio a chiamare un’ambulanza con lui sulla schiena?”.

Per strada c’era tanta gente, ma di Liang nessuna traccia. All’imbocco del vicolo Taohua c’era un gruppetto di persone che giocavano a scacchi, tra le quali Wang Deji scorse Xie il Grasso seduto su un piccolo sgabello. Xie era un uomo generoso, ma davanti a una scacchiera non gli importava più di niente. Fece capolino in un varco tra le persone assembrate, lanciò un’occhiata a Wang Deji ma si ritrasse subito.

Contrariato, Wang Deji smise di aspettarsi aiuto dagli altri: per fare le cose fatte bene era meglio che a portare Fu San all’ospedale ci pensasse da solo.

Fu San gli stava sulla schiena immobile come un pacco, riponendo in lui la sua fiducia. Wang Deji aveva l’impressione che diventasse sempre più pesante, a volte aveva dei tremiti, come i malati di malaria, qualche scossa e poi più nulla. Durante il tragitto aggiustò la posizione del corpo finché a poco a poco non trovò quella giusta. Per via del sangue, Fu San sembrava incollato a lui. In seguito Wang Deji raccontò che lungo la strada aveva continuato a spronarlo: “Tieni duro, tieni duro, stiamo per arrivare, ci siamo quasi”. Voleva fare coraggio a Fu San, ma anche a se stesso, alla fine però Wang Deji ce la fece, Fu San no. Wang Deji raccontò che passando sul ponte Beida si erano imbattuti in un camion che trasportava calcestruzzo, e il guidatore non si voleva fermare per lasciarli passare. Wang Deji lo aveva insultato, ma quello si era messo a cavillare: “Non è cruciale salvare la vita di una persona, è cruciale fare la rivoluzione e promuovere la produzione”.

Quella sera al crepuscolo vedemmo un gruppetto di persone dirigersi verso il molo della fabbrica del vino portandosi dietro un remo: Guang Chun camminava orgoglioso davanti

Wang Deji non sapeva perché Fu San non ce l’avesse fatta. Lui era stato molto veloce, non poteva dire di essere stato più veloce di un’ambulanza, ma certo lo era stato più di una bicicletta. Quando stavano per raggiungere l’ingresso dell’ospedale del popolo n° 5, furono raggiunti da Liang, un ragazzetto di paese di scarsa utilità, che non faceva che piangere e gridare: “Chi è stato? Chi è stato?”. Fece il gesto di prendere Fu San, ma Wang Deji, in ansia, gli rispose: “Prima pensiamo a salvargli la vita, poi ci occuperemo di quello che è successo!”. Ma in quel momento anche Wang Deji, l’uomo forgiato con il ferro, non riuscendo più a reggersi in piedi, spostò Fu San sulla schiena di Liang, poi si appoggiò in fretta a un muro e vomitò. Quando si accorse che Liang, con Fu San sulle spalle, stava ancora piangendo, si arrabbiò, gli diede una spinta ed esclamò: “Non serve a niente piangere, entra, fai presto!”, ma mentre gridava si rese conto che per Fu San le cose si erano messe male, i suoi occhi sbarrati fissavano ancora il cielo con rabbia, ma lo sguardo era immobile. Con coraggio gli aprì un po’ di più le palpebre e vide che le pupille erano già dilatate. Intanto Liang, quel buono a nulla, entrò nell’atrio dell’ospedale e piangendo gridò a un vecchio portiere: “Un medico, presto, c’è una vita da salvare!”.

Sulla morte di Fu San ho riportato quello che raccontò Wang Deji, quando i ragazzi di Xiangchunshu lo costrinsero a descrivere l’episodio nei minimi dettagli, come fanno quelli attirati dal sangue. Per di più il racconto di Wang Deji era molto preciso, sottolineava le difficoltà che aveva affrontato e il rammarico per non essere riuscito a salvare Fu San. Sono passati tanti anni che non ho considerato l’influenza negativa che questa storia può avere sui più giovani, mi scuso per essere così insensibile. La morte di Fu San – il suo corpo fu trasferito nell’obitorio dell’ospedale del popolo n° 5 – ebbe una grande risonanza, ma tralascerò questi fatti per andare avanti con il racconto.

Torniamo alla barca dei cocomeri e parliamo prima di tutto di Liang.

Liang era un buono a nulla, e per di più stupido, non c’era bisogno che Wang Deji lo dicesse, lo vedevano tutti. I poliziotti avevano montato sulla barca un cartello che vietava l’accesso agli estranei, Liang compreso: neppure lui poteva salire a bordo. Sicuramente gli avevano spiegato cosa significava preservare la scena del crimine, ma lui non sembrava aver capito del tutto. Mentre lo scortavano a prua e da lì sulla banchina, li seguì docilmente, con l’espressione disorientata di un sonnambulo. Solo quando i poliziotti stavano per andare via, scoppiò di nuovo a piangere e gli gridò dietro: “Ma l’avete preso?”.

La notte i poliziotti se ne andarono, e arrivò un gruppetto di sfaccendati che, senza alcun motivo, si mise a esaminare minuziosamente la scena del crimine. Vedendo Liang sulla riva che dormiva con la testa sulle ginocchia, ne furono urtati e lo spronarono ad andare a dormire sulla barca. Alcuni di loro avevano subìto sanzioni per aver turbato l’ordine pubblico e odiavano la polizia, così si misero a calunniare gli agenti che se n’erano appena andati dicendo a Liang: “Non capiscono niente, non prendere le loro parole come fossero un editto imperiale, sono buoni a occuparsi di prostitute e di piccoli criminali, ma di omicidi non sanno niente. Altro che impronte digitali, un sacco di gente ha visto Shoulai che accoltellava Fu San, che altre prove servono? Torna sulla tua barca, non sei certo un estraneo, non ti possono proibire l’accesso”. Uno gli propose: “Il bagno pubblico Operai e contadini è aperto, basta che regali un cocomero al vecchio portiere e ti darà una panca su cui dormire”. L’idea fu subito respinta con sdegno dagli altri: “Sei senza cervello, non capisci che non vuole lasciare la barca? Sopra ci sono ancora i cocomeri, è qui per sorvegliarli”.

Liang guardava con sospetto quei poco di buono di Sanba e gli altri, gli sembrava che dietro al loro interessamento potesse esserci una trappola, forse li temeva, li fissava vigile, di tanto in tanto spostava il corpo per lasciargli posto a sedere. “Io dormo qui”, disse, “devo sorvegliare la barca”. Quindi si raggomitolò su se stesso, posò la testa e si rimise a dormire. Ma in realtà ascoltava quello che Sanba e gli altri dicevano di Shoulai, apprese così che loro e Shoulai non erano amici, poi qualcuno imprecò: “Che possa finire tagliato a pezzi! Per un cocomero! La vita di un contadino vale meno di un cocomero?”.

Poiché tutti gli abitanti della città erano a conoscenza di quello che era successo, dalla mattina alla sera ci fu gente che veniva sotto il ponte Tiexin a vedere la barca. L’assassino e il morto non c’erano più, ma la barca e i sigilli sì, e anche le macchie di sangue sulla prua e sulla banchina. Di giorno Liang si mostrò molto più coraggioso e disse fissando tutti quegli sfaccendati: “Sta arrivando gente da Songkeng, è già per strada”. Gli altri, capendo che intendeva dire che venivano a vendicarsi, gli dissero: “Ieri Shoulai è stato arrestato. Era andato alla stazione per prendere un treno ma siccome si annoiava, nell’attesa è andato al palazzo della cultura lì a fianco per vedere un film e appena si è seduto lo hanno arrestato”.

“È forse sufficiente che venga arrestato? Qui si tratta di una vita, la vita di un contadino vale meno di un cocomero?”.

Qualcun altro gli disse: “La famiglia sostiene che non avendo ancora diciotto anni, non sarà giustiziato, lo manderanno a riformarsi con il lavoro”.

Certe donne credevano che il comitato locale fosse un posto dove potevano andare a strepitare e a svenire. Cui le detestava, mentre la compostezza della madre di Fu San le suscitava simpatia

Liang allora gridò con voce dura: “Smettetela di prendere in giro la gente, un ragazzo di diciassette anni può andare in giro ad accoltellare chi gli pare? Bene! Allora facciamo venire tutti i minorenni di ­Songkeng, che accoltellino chi gli pare, tanto se ammazzi qualcuno non lo paghi con la vita!”.

Vedendolo su di giri, con gli occhi cerchiati di rosso, totalmente ignaro delle basi del diritto, i presenti non sapevano come spiegargli che le cose non andavano così e preferirono lasciarlo perdere. Visto che nessuno gli dava corda, a poco a poco Liang si calmò, ma diventò ancora più aggressivo, parlava di dare addosso a un sacco di gente: “Siete tutti coalizzati, la pensate tutti allo stesso modo, per voi la vita dei contadini vale meno di un cocomero”.

A volte la notte sulle due rive sotto al ponte Tiexin qualcuno si alzava per urinare e dalla finestra vedeva la barca dei cocomeri, e anche un fagotto sulla banchina, ma non era un fagotto, lo sapevano tutti, era Liang che faceva la guardia.

Fu tre o quattro giorni dopo, oggi non ricordo bene, che la gente di Songkeng scatenò il putiferio a Xiangchunshu. In seguito si venne a sapere che erano arrivati due trattori e si erano fermati all’ingresso del cementificio a nord della città, ne erano scese alcune decine di persone, per lo più giovani robusti armati di zappe, forconi e simili. La gente davanti al cementificio vide con stupore Liang che arrivava correndo come il vento dalla direzione del ponte Tiexin. Mentre correva si asciugava le lacrime. Sentirono chiaramente che piangendo diceva: “Perché siete arrivati solo adesso? Perché?”.

Alcuni di quelli arrivati da Songkeng non li avevamo mai visti, dal cementificio salirono sul ponte Beida e si diressero all’obitorio dell’ospedale del popolo n° 5. Gli altri, guidati da Liang, attraversarono Xiangchunshu diretti a casa di Chen Suzhen.

Molti anni prima c’erano stati degli scontri tra ­fazioni a nord della città, ma gli abitanti di Xiang­chunshu non avevano mai visto un assalto così tumultuoso e violento come quello che la gente di ­Songkeng lanciò contro la casa di Chen Suzhen. Saranno stati una ventina, si avventarono contro la porta, ma era troppo stretta per farli passare tutti, allora la scardinarono, dicendo che volevano metterci sopra Shoulai per portarlo all’ospedale a fare compagnia a Fu San. Erano quasi tutti in abiti dimessi, tranne uno che sembrava un quadro rurale, non portava attrezzi agricoli, ma aveva una penna nella tasca della camicia. La maggior parte sembrava arrivata direttamente dai campi, avevano espressioni feroci e i corpi emanavano odore di campagna e di terra; alcuni avevano ancora le gambe dei pantaloni arrotolate sopra al ginocchio, si erano dimenticati di tirarle giù ed esibivano gli stinchi sporchi del fango delle risaie.

Quando fecero irruzione a casa di Shoulai, il padre, mastro Liu, era appena rientrato dal Jiangxi dove aveva visitato una fabbrica di materiale militare. Era in cucina a preparare un decotto per la moglie, allettata da giorni. Soffriva da anni di emicranie, si scatenavano senza motivo apparente, a maggior ragione ora che in casa era scoppiato quel guaio. Mentre aspettava la medicina stesa a letto, Chen Suzhen sentì fuori dalla porta un rumore di passi simile a un tuono, poi la pignatta con il decotto che cadeva a terra con un bang e mastro Liu che gridava: “Che siete venuti a fare in tanti?”. Da quel momento la voce di mastro Liu fu sommersa, e le arrivarono solo voci sconosciute, era il vocio rabbioso della gente di ­Songkeng: “Tiratelo fuori! Fatelo uscire!”, inframezzato da grida e lamenti di donne. Sentendo che stava per succedere qualcosa di grave, Chen Suzhen cercò di alzarsi ma ebbe un giramento di testa e non ci riuscì, allora si mise a gridare forte al marito: “Corri, va’ a chiamare la polizia!”. Ma la sua voce si perse in quel clamore enorme, poi sentì il rumore di porte e finestre che venivano divelte e distrutte, il fracasso del vasellame della credenza che cadeva a terra, le grida ruggenti del marito che piano piano si affievolivano diventando penosi gemiti di dolore. Allora afferrò la sveglia che aveva sul comodino e la lanciò contro la porta gridando: “Non fare a botte con loro, chiama la polizia!”.

Chen Suzhen non sapeva se il marito aveva sentito il botto della sveglia contro la porta, ricordava soltanto che alcuni contadini di Songkeng avevano fatto irruzione nella sua camera, tra loro c’era Liang, l’aveva riconosciuto. C’era anche un altro, pensò che fosse il fratello di Fu San per via del suo viso scuro e magro. Chen Suzhen non ebbe paura, li guardò in silenzio e disse scandendo le parole: “Mio figlio è già stato arrestato”. Quelli rifiutarono di ascoltarla e continuarono a gridare: “Tiratelo fuori! Fatelo uscire!”.

“È inutile che siate venuti qui, la vita si paga con la vita, anche lui morirà, lo dice la legge”.

“Quando è nata Wumei non ho più avuto il tempo di venire a vendere i cavoli, sono vent’anni che non vengo qui, loro non mi riconoscerebbero, e io, che mi sono rovinata gli occhi a furia di piangere, non riconoscerei loro”

“Fallo uscire! Fallo uscire!”. Chen Suzhen si rese conto che le sue parole erano inutili e tacque, fissando con estrema freddezza i contadini e gli attrezzi che tenevano in mano. Poi però disse: “Se pensate che una vita per una vita non sia sufficiente, prendetevi pure la mia, non ho paura”.

Fissava i loro attrezzi convinta che non avrebbero osato usarli contro di lei. Notò che il fratello di Fu San la guardava inebetito, lei gli restituì coraggiosamente lo sguardo e alla fine fu lui il primo ad abbassare gli occhi. Il fratello di Fu San fissava il cuscino di Chen Suzhen dove c’era un pacco di biscotti che mastro Liu aveva messo lì la mattina, e fece: “Mangi pure i biscotti!”. Doveva proprio essere il fratello di Fu San. Sollevò il lenzuolo stampato sotto di lei e vide la stuoia di paglia, quindi esclamò: “Dormi con un lenzuolo sopra la stuoia, stai comoda così?”. Poi con il manico della zappa batté l’intelaiatura del letto dipinta di color caffè: “Dormi in un letto così elegante e hai cresciuto una tale bestia?”. Il tono di scherno si trasformò improvvisamente in rabbia, il fuoco divampò nei suoi occhi: “L’hai cresciuto tu, no? Mia madre ha pianto tre giorni e tre notti, non ha bevuto un goccio d’acqua, e tu dormi tranquilla, e te ne stai a letto a mangiare i biscotti!”.

A quel punto fecero una cosa che lei non avrebbe mai dimenticato. Quei contadini non potevano tollerare che stesse stesa a letto o che tenesse un pacco di biscotti sul cuscino. Il fratello di Fu San afferrò i biscotti, li gettò a terra e li calpestò sbriciolandoli, quindi gridò agli altri: “Facciamole a pezzi il letto, vediamo come farà a mangiare i biscotti stesa a letto!”. Mentre colpivano le giunture dell’intelaiatura con le zappe, Chen Suzhen sobbalzava, non avrebbe mai immaginato di subire un’umiliazione tanto assurda, e non aveva la forza di fermarli. Il suo corpo sobbalzava in modo ridicolo, e anche il suo spirito indomito andava in pezzi insieme al letto. Scoppiò a piangere, poi a un tratto si sentì sprofondare, un capo del letto crollò, l’altro si piegò di traverso sulla struttura, e lei cadde a terra come un sacco di cemento sul nastro trasportatore di un molo.

Quel giorno mastro Liu non poté uscire di casa. La gente di Songkeng non stava usando i suoi attrezzi contro le persone, ma per distruggere i mobili, le porte e le finestre, e mastro Liu sapeva che era una vendetta, ma non poteva sopportare una vendetta così barbara, perciò in preda all’agitazione a un certo punto brandì una mannaia, e vedendo la mannaia quelli pensarono al coltello per i cocomeri. “Il figlio ha imparato dal padre”, gridò qualcuno, “tutti e due usano i coltelli!”. Non sapevano che mastro Liu era un uomo perbene, rispettato, completamente diverso dal figlio, e senza andare troppo per il sottile gli si lanciarono contro per dargli una lezione. Non si sa chi fu a ferirlo, mastro Liu finì seduto su una giara di riso, incapace di rialzarsi. In seguito si venne a sapere che si era rotto tre costole.

Fu una vicina, zia Qian, ad avvertire la polizia. Aveva tentato più volte di entrare in casa di Chen Suzhen senza riuscirci. La gente di Songkeng aveva messo qualcuno di guardia e non lasciavano entrare i vicini. “Se siete venuti per risolvere un problema, va bene, però non potete fare questo chiasso. Qui c’è gente che fa il turno di notte, di giorno deve dormire, come fa a riposare con la confusione che avete scatenato?”, li apostrofò zia Qian. Visto che le sue parole non avevano prodotto alcun effetto, furibonda se ne andò, ma prima li ammonì: “Questo non è il vostro villaggio, dove risolvete i problemi radunando una folla di gente. Non volete darmi ascolto? Ora vi faccio vedere chi ci riuscirà!”.

Per prima cosa arrivarono due poliziotti, uno vecchio e uno giovane, di quelli incaricati di controllare i certificati anagrafici, che grazie alla divisa bianca riuscirono a entrare, anche se con un certo sforzo, in casa di Chen Suzhen. Il vecchio era il compagno Qin, a Xiangchunshu tutti lo conoscevano, aveva esperienza. Appena entrato capì che la situazione non era facile da gestire, controllò la ferita di mastro Liu e intanto cercò di convincere la gente di Songkeng a uscire. Il giovane invece agì in modo avventato, tirò fuori le manette e il risultato fu che tutti alzarono le zappe e i forconi contro di lui. Per fortuna Qin lo tirò via. Sapeva che non era facile fronteggiare quella folla, disse qualcosa all’orecchio del giovane collega che uscì subito dalla casa facendosi spazio in mezzo alla ressa. Perché era uscito? Per chiedere rinforzi.

In seguito arrivò un camion dell’industria chimica Vento dell’est dal quale scesero sette o otto persone, non erano molte, indossavano cinturoni di pelle dell’esercito e tute da lavoro blu, ma erano armate di fucili. La folla assembrata all’ingresso della casa di Chen Suzhen vedeva per la prima volta i fucili da vicino, un tipo loquace strillò: “È la milizia operaia, i fucili sono finti!”. Infastidito dalle sue parole, un miliziano gli rispose: “Finti? Vuoi che ti spari un colpo per provare?”.

Appena entrarono, in casa scese il silenzio. Per prima cosa requisirono gli attrezzi agricoli e li gettarono sul camion. Qualcuno li contò, uno due tre quattro, sette o otto zappe, cinque o sei forconi, e perfino due falcetti. Quelli che li avevano impugnati furono spinti fuori a uno a uno; qualcuno s’incaricò di contare anche loro, uno due tre quattro, diciassette diciotto persone in tutto, c’erano anche due donne. Quella in allattamento, probabilmente una parente di Fu San, aveva una voce stridula, e mentre si puliva il davanti della camicia bagnato di latte, piangeva e gridava, non si capiva bene cosa, ma a giudicare dal suo sguardo si rivolgeva alla folla fuori, probabilmente chiedeva che giudicasse la situazione e si schierasse dalla parte della giustizia.

Gli uomini furono caricati sul camion, non importava se avessero ferito qualcuno o meno, l’avrebbe stabilito dopo l’inchiesta. Le due donne potevano essere rilasciate. All’inizio erano rimaste giù, una delle due si asciugava continuamente le lacrime con il bordo della camicia. L’altra, quella che allattava, si rivolgeva continuamente alla folla, parlava così velocemente, e per di più in dialetto di Songkeng, che non si capiva bene cosa dicesse, però in sintesi chiedeva comprensione: “Una brava persona è venuta a vendere i suoi cocomeri; per pochi centesimi vi siete comprati non solo i cocomeri, ma anche la sua vita. E noi non possiamo protestare?”. I presenti non ritennero opportuno manifestare la loro posizione, uno molto interessato a capire il rapporto tra le donne e il morto non si trattenne e chiese: “Chi di voi due è la moglie di Fu San?”.

La madre di Fu San fu accompagnata dalla direttrice del comitato locale, Cui. In quel momento era occupata nella campagna di propaganda per il mese dell’igiene patriottica, offrì alla vecchia un bicchiere d’acqua e le disse di non preoccuparsi

La donna scosse la testa: “Io sono sua sorella”.

“E l’altra?”.

L’altra non volle rispondere, fu ancora la donna che allattava a parlare: “Anche lei è una sorella di Fu San”.

Non era previsto che fossero caricate anche loro sul camion, ma quando sentirono il suono del clacson e videro che stava per partire, le due donne, immaginando chissà quale tragico destino, si gettarono in avanti strillando e afferrarono il portellone, una a destra e una a sinistra, per fermare il veicolo. Vedendo che le loro forze non bastavano, quella che allattava corse davanti al camion e si stese a terra.

La gente rimase molto impressionata dal gesto della sorella di Fu San, di cui non sapeva neppure il nome. Atti eroici di quel genere, sprezzanti delle conseguenze, li avevamo visti solo al cinema. Lei però non aveva affatto l’aspetto dell’eroina, da nessun punto di vista. Era stesa davanti al camion con i vestiti in disordine che mostravano senza ritegno la sua pancia grossa e tonda, che si alzava e abbassava con vigore. Molti corsero davanti al camion a guardarla, e poiché la folla in strada non faceva che aumentare, finì per bloccare il traffico della piccola via Xiangchunshu. A questo si aggiunse una banda di ragazzini che si misero a fischiare da tutte le parti, rendendo l’atmosfera ancora più convulsa.

Arrivò anche il capo della stazione di polizia del nord della città, il vecchio Jin. Il fatto che comparisse di persona dimostrava quanto la situazione fosse delicata. In genere non aveva difficoltà a dirimere le questioni di Xiangchunshu, ma questa bufera scoppiata tra operai e contadini era diventata così ingestibile – e per di più non esistevano direttive scritte a cui rifarsi – che non aveva avuto scelta, ma dalla sua espressione si capiva che non era affatto contento. Cercò il tipo di Songkeng che aveva l’aspetto di un quadro per chiedergli di convincere la sorella di Fu San a desistere, ma l’uomo lo guardò con uno sguardo furbo e replicò: “Lei non vuole vivere, passatele sopra con il camion. D’altra parte le nostre vite non valgono niente”. Visto che neppure il quadro intendeva ragione e non poteva aiutarlo a ristabilire l’ordine, Jin si arrabbiò, si rimboccò le maniche e disse: “Se non lo capite con le buone, ricorreremo alle cattive maniere! Avanti gente, carichiamo questa bisbetica sul camion!”.

Così il problema fu risolto. Alcuni uomini sollevarono la sorella di Fu San e la depositarono sul camion. Lei ovviamente si divincolò, ma inutilmente; fu sollevata con delicatezza ma continuò a lanciare grida terrificanti mischiate a parolacce della zona di ­Song­keng. Qualcuno che infilandosi tra la folla era riuscito ad arrivare davanti, allungando il collo per guardare sopra le spalle degli altri, si mise a criticare: “E che è? Sembra che stanno scannando un maiale! Questa contadina è tremenda!”. La gente in prima fila, che sapeva come si erano svolti i fatti e aveva oscillato tra il compatimento e la condanna, ora era tutta a favore della gente di Songkeng. Non riuscendo a spiegare in poche parole quello che pensavano, dicevano solo: “Se non sai come stanno le cose, non puoi parlare”.

Ci fu parecchia confusione, poi il camion riuscì piano piano a farsi largo. I volti esausti della gente di Songkeng a bordo del mezzo passarono lentamente sopra le teste della folla. Si vedeva che erano volti spaventati, scoraggiati, alcuni ancora terrorizzati, altri terrorizzati e anche frustrati, degli sguardi patetici. Alcuni sembrava si vergognassero, come Liang, molti erano andati a comprare i cocomeri sulla sua barca e lo conoscevano. Ma c’era anche chi lanciava sguardi indignati verso la gente ammassata ai lati della strada, come il fratello di Fu San. Il più risoluto era il quadro che, in piedi sul camion, giocherellava con la penna nella tasca e aveva un’espressione volutamente altezzosa e per di più, imitando i dirigenti politici, salutava con la mano. Tutti si misero a cercare chi salutasse e, non trovandolo, pensarono che volesse mostrare la sua risolutezza, molti però si resero conto che con quel gesto somigliava al presidente Mao quando aveva incontrato le guardie rosse sulla tribuna di Tiananmen.

Un giorno, ai primi di settembre, arrivò la madre di Fu San.

Ci fu parecchia confusione, poi il camion riuscì piano piano a farsi largo. I volti esausti della gente di Songkeng a bordo del mezzo passarono lentamente sopra le teste della folla

All’inizio nessuno sapeva chi fosse la vecchia che andava su e giù sul ponte Tiexin. Indossava una giacca blu, pantaloni neri, sandali di paglia e aveva la testa avvolta da un asciugamano, il modo di vestire tipico delle donne anziane dell’area di Songkeng. Cercava qualcosa sulle rive del fiume e si asciugava gli occhi, che erano velati dalle cataratte. Non avendo individuato niente, scese sotto la rampa del ponte e mettendo una mano a visiera si mise a scrutare sulle due rive.Non trovando quello che cercava, fermò Shen Lan, la maestra dell’asilo che passava di lì, e le chiese: “Sorella, come mai non ci sono più le barche dei cocomeri che vengono d’estate?”.

Shen Lan, che non era del posto e passava la maggior parte del suo tempo a parlare in cinese standard con i bambini, non capì il dialetto e le disse di rivolgersi al comitato locale. La vecchia non reagì, chiaramente non aveva idea di cosa fosse il comitato locale.Allora Shen Lan le indicò una finestra rossa sull’altra riva e le disse: “Il comitato locale è il comitato locale, attraversa il ponte e raggiungi quell’edificio, è lì dentro”.

Gli occhi della madre di Fu San però non erano buoni, non riusciva a vedere la finestra rossa sull’altra riva e neppure capiva cosa fosse il comitato locale, perciò disse alla maestra: “Sorella, cerco le barche dei cocomeri, cerco una barca!”. Poi sentendo che l’altra si stava spazientendo, le fece un sorriso adulatore e aggiunse: “Una barca dei cocomeri, la barca dell’uomo che è morto!”. A quel punto Shen Lan capì chi era la donna, notò che la sua gola aveva avuto un singulto, come se stesse per mettersi a piangere, ma aveva sollevato una mano e se l’era posata sul collo premendo, una volta, due, finché era riuscita a reprimere il pianto. Shen Lan si stupì di vederla di nuovo sorridere: “Sorella, aiutami, i miei occhi non sono buoni, non ci vedo”, le disse.

Le barche dei cocomeri non c’erano più. Shen Lan scese sulla banchina e cercò a lungo sulle due rive. Vide la barchetta che vendeva le teste d’aglio e i pesci gatto, la chiatta di ferro che dragava il fango del fiume, il cargo che trasportava il cemento, perfino la barca fetida che trasportava gli escrementi ferma davanti ai gabinetti, ma della barca dei cocomeri nemmeno l’ombra. “Com’è che non c’è più?”, fece Shen Lan. “Passo di qui tutti i giorni, è sempre stata qui. Ieri c’era vento, che l’abbia trascinata via? In questo caso non può essere andata lontano”.

La madre di Fu San disse: “Dove è andata? A est o a ovest? Dimmelo, io non vedo niente, i miei occhi si sono rovinati a furia di piangere, se la indichi col dito non vedo”.

“Non la vedo neppure io, non te la posso indicare, è meglio se ti accompagno al comitato locale, ti aiuteranno loro a cercarla!”.

Shen Lan accompagnò la madre di Fu San sull’altra riva. Mentre erano sul ponte le chiese: “Sei anziana, per di più non vedi bene, perché hanno fatto venire te a cercare la barca?”.

“La barca non è nostra, Fu San l’ha avuta in prestito da Wang Lin, gli va restituita”.

“Non ti ho chiesto questo, ti ho chiesto perché lasciano che lo faccia tu che sei anziana, devi remare tu la barca per portarla indietro?”.

La gente rimase molto impressionata dal gesto della sorella di Fu San, di cui non sapeva neppure il nome. Atti eroici di quel genere, sprezzanti delle conseguenze, li avevamo visti solo al cinema

“Sì, ci penso io, vado piano, in due giorni arrivo”. Visto che la madre di Fu San non riusciva a capire il senso delle parole di Shen Lan, lei decise di farle una domanda diretta: “Non c’è nessun altro a casa? Ho sentito dire che il fratello e le sorelle sono stati fermati, non sono ancora tornati?”.

A quel punto la vecchia esitò, si avvicinò a Shen Lan e le sussurrò in un orecchio: “Sorella, tu sei una brava persona, non spaventarti per quello che ti dirò: il fratello e le sorelle di Fu San sono stati rilasciati ieri”.

“E allora non potevano venire loro per riportare indietro la barca?”.

La vecchia si guardò attorno e poi rispose a bassa voce: “Non oso farli tornare, in nessun caso. I poliziotti hanno detto che per questa volta ci lasciavano andare, non dobbiamo nemmeno ripagare i mobili distrutti né le spese mediche. Ma è solo per questa volta, se infrangiamo di nuovo la legge saremo processati”.

La madre di Fu San fu accompagnata dalla direttrice del comitato locale, Cui. In quel momento era occupata nella campagna di propaganda per il mese dell’igiene patriottica, offrì alla vecchia un bicchiere d’acqua e le disse di non preoccuparsi, dovunque fosse finita la barca, era un oggetto grande, l’avrebbero ritrovata, doveva essere ancora sul fiume, non poteva aver messo le ali. A meno che non fosse finita oltre il ponte Beida, che era fuori dalla giurisdizione del comitato, ma anche in quel caso poteva risolvere la questione contattando il comitato locale di Taohuating.

Il contatto con l’organizzazione di base fu il primo passo per ritrovare la barca. Il comitato locale faceva affidamento sulle masse, ogni fatto, anche minimo, gli veniva riportato pure se era solo una voce, figuriamoci le notizie su una grossa barca. Per combinazione due giorni prima qualcuno aveva segnalato che un giovane chiamato Bocca storta, approfittando del fatto che la barca dei cocomeri era incustodita, si era portato via tutti i cocomeri rimasti a bordo caricandoli dentro un grande cesto di bambù. In quei due giorni tutti i quadri del quartiere Xiangchunshu erano occupati a risolvere il problema della casa di Chen Suzhen, e anche a organizzare il mese dell’igiene patriottica, così non avevano avuto il tempo di occuparsi dei cocomeri rimasti sulla barca di Fu San e avevano lasciato cadere la cosa.

Cui mandò a chiamare Bocca storta, non gli rivelò l’identità dell’anziana donna, ma gli fece confessare quanti cocomeri aveva portato via dalla barca. Bocca storta la guardò di sottecchi per valutare la sua espressione, si persuase che aveva le prove del suo misfatto e rispose con un’altra domanda: “Secondo te quanti ne erano rimasti? Erano quelli che decidi tu”.

Indurendo il viso Cui replicò: “Che fai? Mi rispondi con una domanda? Credi che non siamo al corrente dei tuoi furtarelli? Li abbiamo annotati tutti, ti abbiamo lasciato in pace per qualche giorno e tu ne hai approfittato per farla più grossa?”.

Bocca storta a quel punto si fece serio e disse: “Non ne erano rimasti molti, se non li avessi presi sarebbero rimasti lì a marcire, alcuni infatti erano già marci”.

Chen Suzhen cercò di alzarsi ma ebbe un giramento di testa e non ci riuscì, allora si mise a gridare forte al marito: “Corri, va’ a chiamare la polizia!”. Ma la sua voce si perse in quel clamore enorme

Cui lo incalzò: “Insomma quanti erano? Parla, se lo dici a me non conta, ma se non parli ora dovrai andare a farlo alla polizia”.

“Undici, dodici, parecchi erano marci”.

“Bene, dimezziamo il numero, calcoliamo sei cocomeri, a tre mao l’uno, devi risarcirle uno yuan e otto mao!”.

A quel punto Bocca storta notò la donna anziana seduta sulla panca, dall’asciugamano che le avvolgeva la testa capì che era una persona di Songkeng e si mise a gridare contro di lei: “Per qualche cocomero marcio, vuoi fregare la gente!”.

Spaventata, la madre di Fu San si alzò in piedi: “Che dici fratello? Non ho mai ingannato nessuno, sarebbe un atto illegale, punito dalla legge. Cerco la barca, hai preso tu la barca di mio figlio?”.

“Io ho preso solo i cocomeri, non sono mica il re celeste Li Jing, come potrei portar via una barca? Non lo chiedere a me dov’è finita, chiedilo al figlio di Wang Deji, l’ho visto con altri due ragazzini, si erano messi al remo per gioco, diretti verso gli archi del ponte Tiexin”.

Per fare ammenda, Cui gli ordinò di andare subito a cercare Anping, il figlio di Wang Deji, e portarlo lì. Appoggiato allo stipite della porta, Bocca storta ci pensò su, quindi mise una condizione: “Se porto qui Anping, la mia questione è risolta?”.

“Non sono io a deciderlo, non sono miei i cocomeri, bisogna chiedere a questa anziana donna”.

Bocca storta girò la testa verso la madre di Fu San: “Vuoi che ti restituisca i soldi dei cocomeri? Se vuoi ti do cinque mao e la finiamo qui”.

Molti anni prima c’erano stati degli scontri tra fazioni a nord della città, ma gli abitanti di Xiangchunshu non avevano mai visto un assalto così tumultuoso e violento

La vecchia agitò la mano in segno di diniego: “No, no, non sono venuta per i soldi dei cocomeri, voglio riportare a casa la barca di mio figlio, sii buono fratello, aiutami a trovarla!”.

Sulle prime la madre di Fu San voleva andare con lui, ma Bocca storta non era d’accordo, e anche Cui la persuase ad aspettare. Allora si sedette di nuovo vicino alla finestra a guardare il fiume. Cui le versò un altro bicchier d’acqua, ma lei rifiutò con cortesia dicendo che non riusciva a mandarla giù. Poi chiese a Cui se la vecchia che vendeva le cipolle sotto al ponte Tiexin c’era ancora, disse che anche lei era una brava persona e le aveva dato dell’acqua da bere. “Quale vecchia? Come si chiamava?”, domandò Cui. Ma lei non lo sapeva, ricordava però che aveva un neo a un angolo della bocca. Cui non era particolarmente interessata a parlare con la madre di Fu San, mormorò qualcosa e continuò il suo lavoro, ma sentì che lei diceva: “Quando ero giovane venivo con la barca a vendere i cavoli al ponte Tiexin, conoscevo tanta gente”.

“Chi conoscevi?”, chiese Cui.

La vecchia ci pensò e poi rispose: “Quelli della mensa di Vecchio Hu, quelli della bottega delle erbe medicinali, il tabaccaio, ne conoscevo vari”.

“La mensa di Vecchio Hu è stata buttata giù lo scorso anno, la bottega delle erbe medicinali è diventata la farmacia”, le spiegò Cui.

La madre di Fu San sospirò: “Quando è nata Wumei non ho più avuto il tempo di venire a vendere i cavoli, sono vent’anni che non vengo qui, loro non mi riconoscerebbero, e io, che mi sono rovinata gli occhi a furia di piangere, non riconoscerei loro”.

Mentre lei parlava, Bocca storta spinse Anping dentro l’ufficio e, ritenuto concluso il suo compito, se ne andò. Anping restò sull’uscio, tranquillo, guardò di traverso Cui, guardò la madre di Fu San e si mise un dito nel naso.

“Wang Anping, dove hai portato la barca di questa anziana donna?”.

“Non lo so, dov’è andata la barca?”.

Wang Deji non sapeva perché Fu San non ce l’avesse fatta. Lui era stato molto veloce, non poteva dire di essere stato più veloce di un’ambulanza, ma certo lo era stato più di una bicicletta

“Non sei stato tu a portarla via? Se non lo sai tu, chi può saperlo?”, fece Cui.

“Io ho solo sciolto la cima, chi dice che l’ho manovrata io? È stato Dasheng, siamo arrivati fin sotto il ponte Tiexin, poi la barca si è messa di traverso ed è rimasta incastrata in uno degli archi, noi a quel punto siamo scesi”.

Imitando il suo tono, Cui disse: “Siete scesi? Vi siete presi la barca di un altro, quella si è incastrata in un arco del ponte e voi ve ne siete andati?”.

“Ora non sta più sotto il ponte, se ne è andata da sola”.

Cui s’infuriò: “Se n’è andata da sola, non sei tu il responsabile? Vai a cercare Dasheng, dovete ritrovare la barca altrimenti lo dico a Wang Deji, vedrai come ti sistema!”.

La madre di Fu San sedeva sulla panca con la schiena china, dopo un po’ non ce la fece più a stare seduta, si alzò e andò a tirare la giacca di Cui: “Compagna Cui, hai parlato al bambino come si deve”.Quindi si avvicinò ad Anping, si chinò per pulirgli i pantaloni dandogli dei colpetti e con un’espressione ansiosa, ma sforzandosi di sorridergli gli disse: “Fratellino caro, senza la barca non possiamo vivere”.

“Perché mi pulisci i pantaloni? Non sono sporchi!”. Fissandola con antipatia, si diede dei colpetti nello stesso punto dove li aveva dati lei.

La madre di Fu San allora gli accarezzò la testa: “Fratellino caro”.

Anping si sottrasse facendo un agile salto indietro e lasciandola con la mano a mezz’aria, poi sempre con il dito nel naso la guardò di traverso e all’improvviso esclamò: “È tuo figlio che Shoulai ha ucciso a coltellate?”.

I ragazzini avevano paura di Shoulai; Wang Deji no, stava per imprecare quando si accorse che aveva una spalla bagnata, guardò meglio e scoprì che era sangue

A quel punto Cui si slanciò in avanti e colpì la testa di Anping con un giornale: “Se non lo dico a Wang Deji, non mi chiamo Cui!”. Poi si voltò a guardare la madre di Fu San che, lì in piedi con la schiena china, fu scossa da un tremito, ma non ebbe altre reazioni. Agitando una mano disse a Cui: “Sono bambini, inutile discutere”. Si asciugò gli occhi con un lembo della giacca: “Ho avuto una vita dura, ma non è il caso che mi lamenti con gli altri. Due anni fa mio marito è morto di malattia; l’anno scorso a primavera i maiali si sono presi la febbre suina, sono morte tre scrofe; quest’anno è toccato a Fu San. Una tragedia all’anno, non ho più lacrime, se piango gli occhi mi fanno male e mi provocano l’emicrania, l’emicrania mi toglie le forze, e se non ho più forze non posso remare. Non posso più piangere, devo riportare la barca a casa”.

Riportare la barca indietro remando. Cui pensò che fosse un compito troppo gravoso per la vecchia, la sua forza d’animo le strappò un sospiro. Certe donne credevano che il comitato locale fosse un posto dove potevano andare a strepitare e a svenire. Cui le detestava, mentre la compostezza della madre di Fu San le suscitava simpatia, e anche un briciolo di speranza. L’unica spina era la barca, chissà dov’era andata a finire, chissà se era ancora sotto la giurisdizione del comitato del nord di Xiangchunshu, entro il ponte Beida. Cui non poteva abbandonare il suo lavoro e mettersi a cercarla, quindi si rivolse seria ad Anping: “Stammi bene a sentire Wang Anping, accompagna subito questa anziana donna a cercare la sua barca, dal ponte Tiexin al ponte Beida, se non porti a termine il compito che ti sto affidando, so già come punirti. Come? Non lo sai? Davvero non lo sai o fai finta? È semplice, chiederò a Wang Deji di portare a termine il com­pito!”.

Quel pomeriggio vedemmo il figlio di Wang Deji che accompagnava la madre di Fu San a bussare alle abitazioni lungo il fiume. Indicando la vecchia qualcuno chiese ad Anping: “È tua nonna? È di Songkeng?”.

Lui rispose sgarbato: “Tua nonna sarà di ­Songkeng!”.

La madre di Fu San non si mise a discutere i pregiudizi verso le persone di Songkeng e sorridendo all’uomo che avevano incontrato per strada chiese: “Compagno, hai visto la barca dei cocomeri di ­Songkeng?”.

Piccato, Anping la riprese: “Non vuoi il mio aiuto? Se lo vuoi smetti di chiedere a destra e a sinistra, per di più non si capisce quello che dici, ‘barca’ si dice chuan, non jiu, che vuol dire ‘vino’, la gente poi pensa che vuoi bere vino!”.

La madre di Fu San cercò di accarezzargli la testa, tese la mano ma poi la ritrasse: “Fratellino caro, la nonna non ci vede bene, ha bisogno del tuo aiuto”. “Hai presente ‘seguire il modello di Lei Feng’?”, sbuffò lui. “La responsabile Cui vuole che mi ispiri a Lei Feng, altrimenti mi fa punire da mio padre, quella strega!”.

Arrivato davanti a casa di Dasheng, Anping disse alla madre di Fu San: “Aspetta qui, vado dentro a cercarlo”, quindi aprì la porta che non era chiusa a chiave e s’infilò dentro gridando il nome di Dasheng. Si diresse verso la stanza principale e andò dritto alla finestra che si affacciava sul fiume. La madre di Dasheng, che stava cucendo a macchina una tenda, trasalì per lo spavento: “Che vuoi, monello, mi hai spaventato a morte!”.

“Cerco Dasheng”.

Chen Suzhen ignorava come si scrivesse il nome di Fu San, sapeva solo come si pronunciava. Tra la gente di Songkeng, le era sempre sembrato il più taciturno, di solito quelli che non amano parlare sono i più sempliciotti o i più furbi

Li Jinzhi, la madre, rispose: “Non c’è. Il padre di Dasheng non ti ha avvertito di non venire più a cercarlo? Ce lo hai rovinato”.

Anping sorrise sarcastico: “E che bisogno c’era di farlo? Chi lo cerca? T’informo che sto seguendo il modello di Lei Feng, cerco una barca!”.

Mentre parlava salì sul letto di Dasheng, si mise in ginocchio, aprì la finestra e si affacciò a guardare il fiume. Li Jinzhi prese il righello per misurare la stoffa per picchiarlo, Anping si mise a gridare: “Non mi picchiare, non ti sto imbrogliando, sto imitando Lei Feng, cerco una barca, hai visto passare una barca qui sotto?”.

Mentre cercava in tutti i modi di far scendere Anping dal letto, Li Jinzhi aveva ascoltato infuriata la sua spiegazione: “Ma che barca e barca! Non l’ho vista, no, e poi non sono mica un gatto che sta tutto il giorno sul davanzale a guardare passare le barche”.

A un tratto Anping strillò: “È la barca di quello ammazzato da Shoulai!”.

Li Jinzhi sussultò di nuovo per lo spavento, ma quando si riprese era ancora più arrabbiata e si mise a picchiare Anping sulla spalla con il righello: “Piccola bestia maledetta, vieni a cercare a casa mia la barca di un morto? Perché non la cerchi a casa tua? Vedrai se non mi rivolgo a tuo padre, se ci colpisce la iella, ti picchierà a morte!”.

Cercando di sfuggire al righello, Anping saltò giù dal letto continuando a giustificarsi: “La mia casa non dà sul fiume, come faccio a cercarla, stupida?”. Corse fuori di casa inseguito da Li Jinzhi che per poco non andò a sbattere contro la madre di Fu San. Quando Li Jinzhi vide l’anziana donna di Songkeng, capì che Anping non stava mentendo.

La madre di Fu San la chiamò “sorella”, Li Jinzhi non si offese, sapeva che la gente di Songkeng si rivolgeva alle donne chiamandole “sorella” indipendentemente dall’età. Mandò un suono in risposta, lasciò perdere Anping, la guardò e fece: “Tuo figlio…”, ma appena ebbe pronunciato queste parole le trovò inappropriate, e si fermò. Lei e Chen Suzhen lavoravano nella stessa fabbrica tessile, ma non erano in buoni rapporti, così non riuscì a trattenersi dal dire: “Quel Shoulai non mi ha mai ingannato, ho capito fin da quando era piccolo che andava in cerca di guai, è stato viziato dalla madre, non gli ha insegnato a rispettare i genitori!”. Non ottenendo alcuna reazione dalla madre di Fu San, si riprese e pensò: “Le mie sono tutte chiacchiere, temo che ancora non sappia chi le ha ucciso il figlio”. La madre di Fu San sembrava confusa, stava per andarsene seguendo Anping, ma Li Jinzhi la fermò: “Entra a bere un po’ d’acqua prima di andare!”.

“Grazie mille sorella, ho già bevuto, non serve. Non è che vivendo sul fiume hai visto la nostra barca dei cocomeri?”.

Chen Suzhen comprava un cocomero alla volta, quasi uno ogni due giorni, era estremamente scrupolosa nello sceglierlo e nel contrattare il prezzo

Li Jinzhi rispose che no, no, non l’aveva vista, ma ricordandosi a un tratto di aver visto Guang Chun lo scemo con un remo sulla spalla che le passava accanto mentre lei era in bicicletta, le guizzò un lampo negli occhi e gridò: “Aspettate, vi accompagno a casa di Guang Chun”. E così tornarono indietro sull’altra riva e si diressero verso la casa dello scemo.

Sulla porta Li Jinzhi fu bloccata dalla nonna di Guang Chun che disse: “Guang Chun è scemo, ma non è un ladro”, e le chiese quando mai l’aveva visto prendere una cosa altrui.

“Non ha preso una cosa, ha preso un remo!”, replicò Li Jinzhi, e indicando la madre di Fu San che aspettava fuori, aggiunse: “Guardala, guardala!”.

La nonna di Guang Chun si sporse per guardare e scorgendo una vecchia di Songkeng con la schiena curva accanto al palo della luce elettrica, chiese a Li Jinzhi: “Cos’ ha?”.

“È la madre di Fu San, quello della barca dei cocomeri! Nonna di Guang Chun, lui non capisce, ma tu che preghi Budda, perché ti tieni in casa quel remo?”, rispose Li Jinzhi a voce bassa.

L’espressione tranquilla della nonna di Guang Chun si alterò, con i suoi piedini di loto si affrettò verso il cortile chiamando: “Guang Chun, Guang Chun, dici che non sei scemo, ma se non lo fossi ti saresti portato a casa un remo?”.

Li Jinzhi la seguì e vide lo scemo in cortile che faceva la guardia a quel remo. La vernice di olio di tung che lo ricopriva era completamente scrostata, sotto si vedeva il legno scuro. Abituato a stare in acqua, una volta fuori sembrava un’arma antica e pesante, adatta alle fantasie guerresche di Guang Chun. Sua nonna aveva appeso delle verdure a seccare sull’impugnatura, all’altro capo aveva appoggiato un mocio ancora grondante acqua. Li Jinzhi, senza curarsi di niente, lo prese e lo portò fuori: “È tuo questo remo?”, gridò alla madre di Fu San.

La madre di Fu San si avvicinò, sbatté le palpebre perché non vedeva bene, ma poi toccandolo esclamò: “Sì, è il nostro remo! L’abbiamo usato per vent’anni, lo riconosco, un tempo aveva un nastro rosso legato al manico”.

Li Jinzhi tirò un respiro di sollievo e disse: “Il remo appartiene alla barca, ora bisogna vedere se lo scemo si ricorda dov’è la barca”. Stava per rientrare in casa a chiederglielo, ma Guang Chun era già stato spinto fuori dalla nonna, e quando scorse la madre di Fu San, le fece il saluto militare. La nonna prese la mano dell’anziana donna e la scosse: “Il nostro Guang Chun non ci sta con la testa, si è portato il remo a casa per giocarci a fare la guerra, non te la prendere con lui, mi aveva detto che apparteneva a una barca abbandonata al molo della fabbrica del vino!”.

Le barche di Songkeng venivano ogni anno, più o meno numerose. Anche i bambini le individuavano al primo sguardo, per via delle coperture di paglia e dei fornelli a prua

Quella sera al crepuscolo vedemmo un gruppetto di persone dirigersi verso il molo della fabbrica del vino portandosi dietro un remo: Guang Chun camminava orgoglioso davanti, l’improbabile drappello che lo seguiva era composto da Anping (il figlio di Wang Deji), Li Jinzhi, la nonna di Guang Chun, e una vecchia di Songkeng con la testa avvolta da un asciugamano. In seguito la gente venne a sapere che l’anziana donna, tenuta per mano dalla nonna dello scemo, era la madre di Fu San. Man mano che avanzavano, altri si univano al drappello. Non spettava ad Anping portare il remo, ma non fece storie, anche perché il padre aveva appena finito di lavorare e, vedendolo ancora in giro, lo raggiunse in bicicletta e gli gridò: “Torna a casa!”. Anping fece un salto e si mise dietro alla madre di Fu San, poi indicandola rispose al padre: “Sto imitando Lei Feng, se non mi credi chiedi a lei”.

In seguito Wang Deji raccontò che, guardandola, era trasalito: non aveva mai visto una tale somiglianza tra madre e figlio. Non l’avevano colpito tanto i tratti del viso, quanto il fatto che stando curva in mezzo agli altri con l’espressione esausta, una mano sulla pancia e l’altra che piano piano si tendeva verso di lui per stringere la sua, gli aveva ricordato Fu San che, appoggiato al muro del gabinetto sotto il ponte Tiexin, gli mostrava il coltello dei cocomeri.

La barca dei cocomeri arrivata da ­Songkeng, venti giorni dopo era diventata irriconoscibile. Schiacciata in un angolo del molo dalle barche che la fabbrica del vino usava per spedire il vino giallo, aveva l’aria di un vascello abbandonato: la copertura di paglia non c’era più; dei quattro bastoni ne era rimasto uno, piantato lì solitario come la rozza asta della bandiera di una scuola elementare; il fornello che stava a prua era scomparso, l’avevano distrutto e avevano portato via i mattoni, non ne era rimasto nemmeno mezzo. Chissà chi era salito a bordo, oltre a Guang Chun. Ci avevano buttato dentro pezzi di carbone, acqua, foglie di verdura, la cabina era molto sporca, faceva pensare alle barche che d’estate raccolgono la spazzatura lungo il fiume.

In piedi sul molo, Li Jinzhi si mise a criticare ad alta voce quelli che vivevano sulle barche che trasportavano il vino: “Come potete essere così sconsiderati? Guardate come avete ridotto questa bella barca, le vostre però sono pulite, perché ridurre a un letamaio quella di altri?”.

Qualcuno le rispose facendo la voce grossa: “Cos’hai da insultare! Se non fosse stato per noi che l’abbiamo ripresa, sarebbe finita nell’oceano!”.

“Quello che conta è che la barca c’è, non devi litigare con loro, sorella”, disse la madre di Fu San a Li Jinzhi per rincuorarla. Poi vide che Wang Deji e gli altri cercavano di rimettere il remo al suo posto, e nel timore che, non avendo esperienza, lo facessero male, in ansia si mosse lentamente per montare sulla barca. Li Jinzhi voleva aiutarla ma lei era già salita a bordo.

Era un crepuscolo di settembre, la luce sul molo, che aveva lo stesso colore del vino stagionato, fluiva dolcemente facendo brillare la superficie del fiume. Una macchia di sangue secco sulla barca dei cocomeri attirò gli sguardi di tutti. Guardarono subito verso la madre di Fu San e Wang Deji che montavano il remo. Il primo ad accorgersi della macchia era stato Guang Chun, che indicando un angolo della prua ad Anping aveva detto: “Guarda quella macchia di sangue, non ha la forma di una mucca?”. Tutti avevano guardato nella direzione indicata dallo scemo, effettivamente c’era una macchia di sangue, che somigliasse a una mucca era discutibile, ma era senza dubbio sangue. Li Jinzhi sbarrò gli occhi e si premette un dito sulle labbra per far segno agli altri di tacere: “I suoi occhi non sono buoni, meglio che non veda”.

Anping però non le diede retta e, facendo sfoggio del suo sapere con lo scemo, gli disse: “Il sangue è difficile da lavare, l’acqua non lo toglie, serve l’alcol denaturato”, quindi lo esortò ad andare a prenderlo, così avrebbe visto lui stesso.

“Dov’è l’alcol?”, chiese Guang Chun.

Anping alzò gli occhi a cielo e rispose: “Lascia perdere, è inutile, a te importa solo se la macchia sembra una mucca o un cavallo, sei scemo!”.

Alla fine a bordo rimase solo la madre di Fu San. La gente delle altre barche le liberò un passaggio. Wang Deji e gli altri, non sapendo come manovrarla non potevano essere d’aiuto, così scesero a terra e rimasero a guardarla mentre usciva. Li Jinzhi chiese a Wang Deji e agli altri: “Avete visto la macchia di sangue?”.

Wang Deji rispose: “Potevamo non vederla grande com’è? Ma non ho avuto il coraggio di dire niente”.

“I suoi occhi non sono buoni, meglio che non l’abbia vista, come potrebbe remare altrimenti sapendo che lì c’è il sangue del figlio?”, fece Li Jinzhi con un sospiro.

“Non sarebbe dovuta venire”, commentò Wang Deji, “Songkeng dista parecchi li, i suoi non lo sanno di sicuro che è venuta a riprendere la barca, se l’avessero saputo, non glielo avrebbero lasciato fare!”.

La madre di Fu San si fece strada tra le altre barche e sbucò sul fiume. Mentre remava il suo corpo oscillava, ma all’improvviso si fermò, si girò lentamente e sollevò un braccio per asciugarsi gli occhi, quindi cercò di individuare Li Jinzhi e gli altri. A quanto pareva voleva accomiatarsi. Voleva salutare le persone sul molo, ma da lontano non riusciva a vederle, non riusciva a distinguere la brava gente di Xiangchunshu dalle giare di vino giallo. A un tratto si mise in ginocchio e, rivolta verso la fabbrica del vino, batté più volte la fronte a terra. Lo scemo Guang Chun scoppiò a ridere: “Perché saluta le giare di vino?”. Gli adulti, che non erano scemi, capirono che, non vedendo bene, aveva sbagliato direzione, e allora agitarono le mani e si misero a gridare: “Troppo buona, alzati, alzati!”.

La madre di Fu San si rialzò rapidamente. Vista da lontano era un puntino illuminato dalla luce del tramonto, un’ombra scura e indistinta. E fu così che l’ultima barca dei cocomeri di Songkeng lasciò il molo della fabbrica del vino in un tramonto di settembre. Secondo la stima che faceva Wang Deji, che era andato a Songkeng a riparare dei trattori, per percorrere i sessanta _ li_ di fiume ci avrebbe impiegato tutta la notte. Era in là con gli anni e non remava con la fluidità degli altri barcaioli, forse era stanca, remava molto lentamente e anche la barca procedeva molto lentamente, sembrava che non fosse lei a condurla, ma che al contrario fosse la barca a portare lei seguendo la corrente. La corrente scorreva in direzione di ­Songkeng e, anche se la madre di Fu San non ci vedeva bene, la strada di casa non poteva dimenticarla.

Sul molo, Wang Deji e gli altri osservarono la barca dei cocomeri arrivata in estate allontanarsi seguendo la corrente del fiume, fra l’arrivo e la partenza era trascorsa una stagione, era arrivato l’autunno. ◆

su tong, nome d’arte di Tong Zhonggui, è un autore di romanzi e racconti brevi. È nato nel 1963 e vive a Nanchino, nella provincia orientale dello Jiangsu. Dal suo romanzo Mogli e concubine (Orientalia 2020) è stato tratto il film di Zhang Yimou Lanterne rosse . Il titolo originale di questo racconto è Xigua chuan (La barca dei cocomeri). La traduzione è di Maria Rita Masci.

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Questo articolo è uscito sul numero 1390 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati