Nell’antica città di Babele gli uomini parlavano una lingua santa ma, spavaldi e arroganti, volevano essere come Dio e decisero di erigere una torre così alta da raggiungerlo. Quando Dio vide quello che stavano facendo, colmo d’ira piombò su di loro e ne confuse la lingua affinché non potessero più comprendersi l’un l’altro e fossero costretti a interrompere la costruzione della torre. Inoltre, li disperse su tutta la Terra e fu così che il mondo si riempì di tante lingue.
La Bibbia, nel libro della Genesi, racconta la storia della maledizione del multilinguismo. A distanza di qualche migliaio d’anni, Alexander Waibel, professore d’informatica al politecnico di Karlsruhe, in Germania, si oppone alla confusione linguistica: chi segue le sue lezioni vive un’esperienza contraria a quella di Babele. Waibel parla ai suoi studenti in videoconferenza da Seattle, nell’ovest degli Stati Uniti, a 8.300 chilometri di distanza. Con l’aiuto della tecnologia non solo supera la distanza tra un continente e l’altro, ma riesce in un’impresa ancora più grande: supera la diversità delle lingue. Waibel tiene la sua videolezione in inglese, mentre il software Lecture translator inserisce sottotitoli in tedesco per gli studenti a Karlsruhe, neanche fosse una serie su Netflix. Succede tutto in diretta: il software non conosce in anticipo la lezione di Waibel, ma trascrive le sue parole in tempo reale e le traduce simultaneamente. Il politecnico di Karlsruhe ha introdotto l’uso del software cinque anni fa per fornire un servizio agli studenti stranieri che avevano difficoltà a seguire le lezioni in tedesco. Nel semestre estivo del 2020 si fa il contrario: Waibel, dagli Stati Uniti, parla in inglese e il software di traduzione fornisce sottotitoli in tedesco agli studenti del politecnico.
Questa tecnologia, che lo stesso Waibel ha contribuito a sviluppare, somiglia sempre di più a un meraviglioso dispositivo fantascientifico: il traduttore universale. Nel 1979 lo scrittore inglese Douglas Adams aveva inventato per la sua serie di romanzi Guida galattica per gli autostoppisti una creatura galattico-poliglotta che aveva chiamato pesce Babele: bastava mettersene uno nell’orecchio per capire all’istante tutte le lingue. Nel 2020 l’umanità si sta preparando a superare davvero le barriere linguistiche. Il riconoscimento vocale trascrive il parlato in tempo reale, i software di traduzione offrono servizi di interpretariato e la sintesi vocale trasforma le lettere scritte in suoni. Insomma, le macchine diventano dei suggeritori, ci parlano da dispositivi molto diffusi, come gli auricolari bluetooth, che molti indossano per andare a correre e alcuni già portano tutto il giorno. Da tempo applicazioni come Google traduttore o Microsoft translator ci sussurrano all’orecchio la traduzione di brevi testi in arabo o in cinese. Per il momento i limiti della tecnologia producono ancora ritardi e curiosi equivoci. Microsoft e Google, però, lavorano da tempo alla creazione di interpreti perfetti, e lo stesso fanno Baidu e Alibaba, i giganti della tecnologia cinese. La Apple ha presentato la nuova versione del suo sistema operativo per iPhone, in grado di tradurre da e verso undici lingue. Un sogno dell’umanità sta per realizzarsi: quello di comprendersi senza fatica.
Che sollievo per gli studenti torturati, i dirigenti d’azienda stressati e i viaggiatori confusi. Basta vocabolari, basta grammatica, basta frasi storpiate: ecco un mondo senza barriere linguistiche. Le aziende eviterebbero d’investire in corsi di lingua per i loro dipendenti e risparmierebbero anche i costi di traduttori e interpreti, un settore che in Germania fattura un miliardo di euro all’anno. Eppure, a molti piace imparare parole nuove, suoni poco familiari ed espressioni insolite. Due tedeschi su tre sono in grado di sostenere una conversazione in almeno una lingua straniera; quasi uno su tre perfino in due o tre lingue, soprattutto in vacanza, online o chiacchierando con gli amici. Le iscrizioni ai corsi di lingua delle università popolari nel 2018 sono state più di un milione (all’inizio degli anni novanta erano meno di centomila). Durante il lockdown, nel compilare la lista delle “cose che si sarebbero sempre voluto fare”, sembra proprio che molti abbiano scritto “imparare una lingua”. La berlinese Babbel, che sostiene di essere l’app per l’apprendimento delle lingue più venduta al mondo, ha registrato un aumento vertiginoso delle iscrizioni. A marzo, quando la vita pubblica è andata in pausa, sono schizzate verso l’alto, superando di più del 200 per cento quelle registrate nello stesso mese del 2019. La maggior parte degli iscritti studia per puro piacere: per uno su tre la motivazione è “l’interesse per la lingua e la cultura”. Solo uno su otto studia per lavoro. Imparare le lingue è un passatempo intelligente.
Il dibattito sui bilingue
Cosa si perde affidando alle macchine la comunicazione in una lingua straniera? E cosa succede quando se ne studia una? Neuroscienziati e psicologi, linguisti e sociologi osservano da tempo gli effetti del plurilinguismo sul pensiero e sulle emozioni, cercando di scoprire se ci renda più intelligenti o più socievoli e quanto ampli i nostri orizzonti. Ma spesso non c’è accordo sulle conclusioni.
Microsoft e Google lavorano da tempo alla creazione di interpreti perfetti
Il dibattito si è riacceso con un nuovo studio del Brain and mind institute dell’University of Western Ontario, in Canada, che ha esaminato un campione di undicimila persone per scoprire se i bilingue fossero più bravi a concentrarsi, come suggerito in precedenza da molti studi psicolinguistici. Si tratterebbe di quello che i neuroscienziati chiamano “controllo cognitivo”, un insieme di capacità essenziali alla gestione del quotidiano. La ricerca del Brain and mind institute ha riscontrato solo un vantaggio esiguo per i bilingue, che si azzerava nel momento in cui si teneva conto di fattori come il grado d’istruzione e il reddito.
Un colpo per tutti quei linguisti che considerano il plurilinguismo un particolare tipo di allenamento mentale. Una di loro è Ellen Bialystok, psicologa della York university di Toronto, in Canada, e pioniera del settore. Già alla metà degli anni ottanta Bialystok scoprì che i bambini bilingue sanno distinguere tra forma e contenuto dei testi meglio dei bambini che parlano una lingua sola. Bialystok aveva sottoposto ai bambini frasi come “le mele crescono sui nasi”, chiedendo che ne verificassero la correttezza grammaticale. Molti di loro reagivano indignati all’insensatezza del contenuto, racconta la psicologa. Ma per i bilingue mettere da parte questa indignazione per concentrarsi sulla grammatica (assolutamente corretta) era più facile. “Questo non aveva niente a che vedere con le loro competenze linguistiche”, sottolinea Bialystok, “ma con il modo in cui funzionava il loro cervello, più capace di gestire i conflitti”.
Com’è possibile? L’ipotesi della psicologa è che, siccome nei bilingue entrambe le lingue sono sempre attive, a livello cerebrale dev’essere sempre attivo un sistema di controllo che permette di scegliere le parole giuste, ignorando la lingua inutilizzata. Bialystok definisce questo sistema il “direttore generale”: grazie a lui, dice, possiamo concentrarci sugli elementi rilevanti ignorando le distrazioni. Il bilinguismo allena incessantemente il direttore generale. L’aumento dell’attività di ricerca e i suoi progressi hanno prodotto molti studi secondo i quali i bilingue sanno concentrarsi meglio su un compito e passano più facilmente da un compito all’altro. Jason Telner, un dottorando di Bialystok, lo ha dimostrato con un esperimento ispirato alla vita quotidiana: ha messo delle persone in un simulatore di guida e attraverso gli auricolari gli dava dei compiti di lingua. Era come se stessero parlando al cellulare mentre guidavano l’auto. Ed effettivamente i bilingue si distraevano meno.
Bialystok ha dimostrato l’utilità generale della seconda lingua, sottoponendo a un test bambini provenienti da famiglie immigrate socialmente svantaggiate. Voleva capire se per loro fosse positivo non solo conoscere la lingua del paese in cui vivevano, ma anche quella dei loro genitori: effettivamente, in termini di controllo cognitivo, questo gruppo otteneva risultati migliori rispetto ai bambini che parlavano una lingua sola.
“Il bilinguismo arricchisce i poveri” era il titolo dell’articolo scientifico di Bialystok. Secondo lei, spingere i bambini immigrati a rinunciare alla lingua d’origine era sbagliato: “È una perdita per le famiglie e un’opportunità sprecata”.
Il plurilinguismo sembrava una medicina magica, buona per aumentare la concentrazione, la flessibilità mentale e magari perfino l’equità sociale. L’educazione bilingue è diventata una moda: negli ultimi quindici anni in Germania gli asili bilingue sono più che triplicati, mentre le scuole elementari dello stesso tipo sono addirittura quadruplicate. Perfino genitori non bilingue si sono sforzati di fare lezioni private ai figli, nonostante la grammatica zoppicante e la pronuncia approssimativa.
Poi è arrivato il contraccolpo. “Gli effetti cognitivi del bilinguismo sono sopravvalutati”, sostiene Harald Clahsen, psicolinguista dell’università di Potsdam, in Germania, che studia da anni l’apprendimento delle lingue straniere. “Sì, gli studi che hanno evidenziato effetti positivi sono molti”, ammette, “ma molti altri non hanno ravvisato nessun effetto”. Le prove scientifiche, insomma, non sono proprio solidissime. E poi Clahsen nega che imparare una lingua sia un’attività speciale: “Per allenare il controllo cognitivo va bene anche imparare a suonare la chitarra o a giocare a pallone”. Lui guarda con preoccupazione all’insistenza dei genitori per inculcare nei figli il plurilinguismo: “In certi casi può anche risultare inutile”. Clahsen non è il solo ad avere dei dubbi. Nel 2019 due linguisti hanno pubblicato per l’Accademia britannica delle scienze umane e sociali un’analisi della letteratura scientifica sull’argomento. Esaminando ottocento studi sono arrivati alla conclusione che “il rapporto tra controllo cognitivo e successo nell’apprendimento linguistico è complesso e incoerente”. Nel gergo dei ricercatori questo significa che non si sa esattamente come stiano le cose.
Ma le lingue non hanno forse altri effetti positivi? In fin dei conti non si tratta di una semplice attività cerebrale: servono anche ad avvicinare le persone, sono una tecnica socioculturale. Significa che chi è poliglotta ha qualche vantaggio sul piano della socialità? Anche questa è una domanda che i linguisti si fanno. Nel 2018 lo psicolinguista Scott Schroeder, della Hofstra university, negli Stati Uniti, ha riassunto così lo stato attuale della ricerca: per i bambini bilingue è davvero più facile immedesimarsi negli altri, sono avvantaggiati in quella che gli scienziati chiamano teoria della mente, la capacità d’immaginare cosa stia succedendo nella testa degli altri. Per studiarla, gli psicologi usano per esempio il “test degli smarties”: fanno aprire un tubetto di smarties a un bambino, che però scopre che la confezione è piena di bottoni. Poi gli chiedono: “Un’altra persona cosa penserà che ci sia qui dentro?”. Chi ha già sviluppato una teoria della mente risponderà “smarties”, mentre i bambini piccoli spesso rispondono “bottoni”.
Ágnes Kovács, ricercatrice in scienze cognitive, ha fatto questo esperimento in Romania con bambini di tre anni cresciuti in famiglie monolingue o bilingue. Le risposte giuste sono state il doppio tra i bambini che si muovevano quotidianamente tra due lingue. Un risultato notevole. Ma la revisione della letteratura scientifica di Schroeder ha evidenziato che mediamente il vantaggio dei bilingue oscilla tra piccolo e grande.
Perché allora per i bambini bilingue è più facile immaginare cosa pensano gli altri? Per i ricercatori ci sono varie spiegazioni. Magari questi bambini devono chiedersi sempre se chi hanno di fronte capisce entrambe le lingue o una sola, e quale. Magari invece hanno una capacità maggiore di sospendere il proprio punto di vista, e in questo caso tornerebbe in gioco il “direttore generale”. Studi più recenti propendono per la prima spiegazione, perché anche quei bambini che non sono bilingue ma incontrano con regolarità una lingua straniera fanno meno fatica a vedere il mondo con gli occhi degli altri. Secondo Schroeder questo potrebbe essere dovuto semplicemente all’esperienza, per cui “le loro conoscenze linguistiche sono diverse da quelle degli altri”.
Sembra una constatazione banale, e invece è fondamentale: si tratta di essere consapevoli dell’esistenza di più di un modo di esprimersi e di vedere le cose. “Le lingue che parlo mi tutelano dall’autocompiacimento di pensare che la mia visione del mondo sia unica e infallibile”, spiega la linguista Aneta Pavlenko. “Mi aiutano a superare i confini del mio mondo personale”.
La lingua madre di Pavlenko, cresciuta a Kiev negli anni settanta e ottanta, è il russo. “Quando avevo sei anni mia madre provò a insegnarmi l’inglese, ma io mi rifiutai”. Poi la madre provò con il polacco, e lì Aneta si appassionò moltissimo alle lingue. A scuola imparò l’ucraino, poi lo spagnolo, poi l’inglese (così, en passant, perché la madre continuava a parlarle in quella lingua). Più avanti studiò il francese e l’italiano. “Per mia madre le lingue erano un modo per immaginare di superare la cortina di ferro”, racconta Pavlenko.
Alla fine il sogno si avverò: nel 1989 Pavlenko con la madre e il figlio neonato lasciarono il paese alla volta degli Stati Uniti. In valigia avevano 300 dollari e un patrimonio di lingue. Pavlenko trovò lavoro come insegnante di lingue all’università, poi fece un dottorato e oggi insegna linguistica applicata a Oslo, dove studia gli effetti del plurilinguismo su pensiero ed emozioni. “Quando parlo inglese sono professionale, controllata, domino gli strumenti linguistici”, racconta. “Il russo invece lo sento accogliente. Quando sono stressata ho bisogno di libri e film russi che mi riportino al mondo sicuro della mia infanzia”. Per capire se fosse così anche per gli altri poliglotti ha promosso un sondaggio: “Quando parla un’altra lingua le capita di sentirsi un’altra persona?”. Due terzi degli interpellati hanno risposto di sì. Pavlenko lo spiega così: “Il modo in cui ti senti parlando una lingua dipende soprattutto dal contesto in cui l’hai imparata”. Le lingue registrano i ricordi, che tornano alla memoria con il suono delle parole, anche quando sembravano sommersi.
Il plurilinguismo compensa in parte il regresso cognitivo dovuto all’età
Se n’è reso conto scrivendo le proprie memorie un noto poliglotta: Vladimir Nabokov. Nato a San Pietroburgo, Nabokov scrisse in russo per trent’anni prima di emigrare negli Stati Uniti, dove raggiunse la notorietà scrivendo in inglese. Quando mise nero su bianco i suoi ricordi, lo fece in inglese, intitolando l’autobiografia Conclusive evidence (Prove conclusive). Quando un editore russo gliene chiese una traduzione, Nabokov si mise al lavoro: ma insieme alle parole russe riaffiorarono improvvisamente altri ricordi, molto più nitidi. Il risultato non fu una traduzione, ma un libro nuovo. E Nabokov si vide costretto a integrare la versione inglese, scrivendo le sue memorie per la terza volta.
Ma gli effetti che le lingue hanno sul pensiero e sulle emozioni sono del tutto personali e soggettivi o possono anche essere misurati oggettivamente? Per scoprirlo, gli psicologi che lavorano con Arthur Jacobs della Freie Universität di Berlino, in Germania, hanno sottoposto a un normale test della personalità madrelingua tedeschi e spagnoli che avevano imparato la seconda lingua quando avevano più o meno vent’anni. Il punto era che dovevano rispondere alle domande una volta in tedesco e una volta in spagnolo. Sono emerse differenze davvero notevoli. In spagnolo i partecipanti erano più estroversi e tendevano di più a oscillazioni emotive, mentre in tedesco si dimostravano più posati, indipendentemente dalla lingua madre.
La cosa è sorprendente per due ragioni: da una parte mostra che l’influenza della lingua sulla psiche va al di là dell’esperienza individuale. Dall’altra chiarisce che le lingue straniere agiscono sulla personalità anche quando s’imparano da grandi. Secondo Jacobs e i suoi colleghi, questo è dovuto al fatto che le lingue veicolano ed evocano concetti culturali, registrando non solo ricordi personali ma anche collettivi. In questo modo, scrivono i ricercatori, danno “al singolo un nuovo ventaglio di possibilità di percepire e mostrare la propria personalità”. Una donna che ha partecipato a uno studio britannico descrive così l’arricchimento che ne può derivare: “Usare la mia seconda lingua è più o meno come indossare vestiti seducenti e truccarmi per una festa. Non è uno stato del tutto naturale, ma mi consente di brillare e di essere bellissima”. Chi va alla festa con un dispositivo suggeritore all’orecchio rinuncia a tutto questo.
Per Bialystok c’è un aspetto delle lingue straniere ancora più importante emerso dal suo studio: “Più erano anziani, più i soggetti traevano beneficio dall’essere poliglotti”. Il plurilinguismo infatti compenserebbe parzialmente il regresso cognitivo dovuto all’età. Di più: studiando le cartelle cliniche di pazienti affetti da demenza e alzheimer, la psicologa ha constatato che i sintomi nelle persone bilingue erano stati diagnosticati dai tre ai cinque anni più tardi. Evidentemente quelle persone erano riuscite a compensare temporaneamente la perdita di capacità cognitive e mnemoniche, che quindi si erano rivelate solo in un secondo momento. Bialystok ha confrontato le risonanze di malati di alzheimer monolingue e bilingue che avevano riduzioni simili delle capacità cognitive. La malattia aveva segnato i cervelli dei bilingue più di quelli dei monolingue, eppure quelli dei bilingue funzionavano meglio. Secondo Bialystok, “questi sono effetti tangibili”.
Gli studenti più anziani
Effettivamente scoperte come questa vanno oltre l’accesa controversia sui vantaggi del plurilinguismo. Perfino Clahsen riconosce che “per quanto riguarda gli anziani sono in aumento gli studi che dimostrano gli effetti benefici della conoscenza di più lingue sulla capacità cognitiva”. Perciò il ricercatore dice che va bene cominciare a studiare le lingue anche in tarda età: “Non è affatto vero che sia un’impresa senza speranza!”. I suoi esperimenti hanno rivelato che anche gli studenti più anziani riescono a imparare la grammatica. “Su questo fronte non ci sono problemi neanche a ottant’anni. Non l’avrei mai detto”, ammette Clahsen. Gli anziani hanno più difficoltà invece nello studio dei vocaboli, e per questo il ricercatore consiglia le app per l’apprendimento delle lingue: “Compensano i punti deboli martellando sempre sulle stesse parole”. Hermann Schnitzler, 81 anni, ingegnere in pensione, ricorre a queste app. Da qualche anno si è messo a studiare inglese. “Il punto è usare la lingua per allenare il cervello”, spiega. “A volte mi sorprendo perfino a pensare in inglese”. Schnitzler s’interessa di tecnologia, scienza e soprattutto di astronomia: tutti campi in cui l’inglese è fondamentale. “Senza l’inglese non saprei proprio come muovermi online”.
Ma l’hobby di Schnitzler va al di là di un allenamento mentale e di un ausilio per la lettura: “Per me l’inglese è come un amico che mi accompagna sempre”. Nella sua allegra parlata renana inserisce un pizzico di pathos pensando che tra cinquant’anni “l’umanità intera” studierà l’inglese. Pensate a cosa significherebbe per la comunicazione tra i popoli.
Schnitzler racconta che non molto tempo fa addormentandosi ha pensato: “Una lingua straniera è come un cavallo. A cavallo vedi più in là che a piedi”. Vedere più in là moltiplica la conoscenza, cosa che a sua volta contribuisce alla comprensione. “Sapere e comprendere. È questa la cultura”.
E allora questo anziano signore ha un vantaggio rispetto alla tecnologia del pesce Babele, per quanto raffinata e dirompente possa diventare: magari a breve questa tecnologia della traduzione permetterà una comunicazione globale, ma la comprensione del mondo e degli altri può scaturire solo da un’autentica tecnica culturale, solo attraverso l’immersione in una lingua straniera. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1368 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati