Sotto le nuvole color albicocca di un’alba sudafricana, mi trovo in piedi davanti allo Hole in the wall, un arco roccioso considerato sacro dal popolo bomvana situato su un’isola nella provincia del Capo Orientale. Ascoltare il suono delle onde tra le rocce dell’arco è come avvicinare una conchiglia all’orecchio. Con il fragore ritmico della risacca è facile capire perché i bomvana lo considerino un posto dove possono dialogare con gli antenati che vivono sotto la superficie del mare. In lingua xhosa l’arco si chiama esiKhaleni (luogo del pianto).

Per me è l’inizio di un viaggio lungo la Wild coast, un litorale sferzato dalle tempeste e famoso per le onde anomale e i relitti. Passeggiando in un piccolo bosco di alberi di milkwood in riva al mare, la guida, Div de Villiers, 62 anni, mi indica le ceneri lasciate da un falò rituale e m’invita ad ascoltare il lamento di un bucero trombettiere, spiegandomi che i bomvana un tempo vivevano più a nord, nel Pondoland. È lì che siamo diretti. De Villiers mi racconta delle loro tradizioni e della loro fede in divinità che vivono nell’oceano e che hanno delle pinne al posto delle mani e dei piedi. “Lavoro qui da quarant’anni e ancora mi sorprendo davanti alla bellezza di questo paesaggio. Molte persone pensano che la Wild coast sia un percorso facile e veloce, come seguire una linea su una mappa. Non è affatto così”.

Il giorno prima siamo partiti dalla città di East London e abbiamo viaggiato quattro ore in auto per arrivare qui e alloggiare in un ostello dove alcuni percussionisti hanno suonato tutta la notte.

Lungo il tragitto ci siamo fermati nel villaggio di Qunu, davanti alla casa fatta costruire da Nelson Mandela quando uscì dal carcere dopo era rimasto rinchiuso per 27 anni. Questo è il paesaggio in cui Mandela era cresciuto ed è stato sepolto. “La natura era il nostro parco giochi”, ha scritto raccontando la sua infanzia. “A quei giorni faccio risalire il mio amore per il veld, per gli spazi aperti, per le semplici bellezze della natura, per la linea netta dell’orizzonte”.

Muoversi solo di giorno

Nei prossimi cinque giorni seguiremo la Wild coast, che comincia alla foce del fiume Kei e segue una costa frastagliata per quasi trecento chilometri, fino al fiume Mtamvuna, al confine con la provincia del KwaZulu-Natal. Il nostro viaggio, 750 chilometri in totale, comprenderà un soggiorno a Umngazi, un resort a conduzione familiare che si trova 20 chilometri a sud di Port Saint Johns. Passeremo anche una notte al GweGwe beach lodge, inaugurato alla fine del 2024. Dormire lì è l’unico modo per visitare un’area privata di cinquemila ettari all’interno della riserva naturale Mkambati, la sola zona formalmente protetta lungo la costa del Pondoland. Ci sono più di 200 specie di piante, uniche al mondo. Il nostro obiettivo è concludere il viaggio nel lussuoso Oyster box di Durban, gustando il famoso curry dell’albergo e ammirando il faro della città, con la caratteristica cima dipinta di rosso.

Lasciato l’Hole in the wall attraversiamo le colline costellate di rondavel, le tipiche capanne rotonde della regione che oggi sono dipinte di rosa e verde. I tetti sono ormai quasi tutti di ferro, quelli ancora di paglia sono rari. Amo le occasioni uniche che solo un viaggio on the road può regalare, ma è importante stare sempre attenti e viaggiare solo di giorno.

Alcuni sudafricani fanno questo percorso da soli, ma a me è stato consigliato di rivolgermi a una guida professionista. De Villiers mi spiega che questa “terra travagliata” è cambiata molto negli ultimi vent’anni (deforestazione, costruzioni abusive, crescita della criminalità organizzata) e sottolinea l’importanza di difendere ciò che resta. “Molti idealisti vorrebbero che l’intera Wild coast fosse protetta, ma non succederà”.

De Villiers sa bene di cosa parla. In passato ha lavorato per il governo sudafricano nella gestione ambientale e per 16 anni ha guidato un’unità di contrasto ai reati ambientali. Oggi fa il consulente, lo scrittore e l’attivista. Le comunità della Wild coast non vogliono solo trarre benefici dalle risorse della terra (tra cui i giacimenti di titanio e quelli offshore di petrolio e gas), ma anche proteggere la vita nel mare dalle prospezioni petrolifere geosismiche. “Qui le persone hanno sempre difeso la loro terra, prima dal colonialismo e ora dalle multinazionali”, spiega de Villiers. “Il loro coraggio mi commuove”.

Mentre mi racconta apertamente della sua adolescenza ai tempi dell’apartheid, ci dirigiamo verso un museo a Mthatha, dove troviamo una cronologia succinta e accurata della vita di Mandela. Quando osservo il registro delle visite mi accorgo che nell’ultimo mese è stato firmato solo da nove stranieri.

Arriva un gruppo di studenti che indossano dei papillon rossi. Il loro insegnante legge le parole di Mandela: “Ci sono poche sventure al mondo che non si possano trasformare in un trionfo personale se si possiedono una volontà di ferro e la necessaria abilità”.

Giardini di agapanto

Percorriamo l’autostrada N2, poi deviamo verso la costa, dove la pioggia leggera si è diradata rivelando la laguna. Una mandria di mucche Nguni, con le loro lunghe corna, si specchia nell’acqua. La battigia di sabbia bianca è talmente lunga da confondersi con la foschia e le onde.

Più ci addentriamo nella vegetazione più sembra di tornare indietro nel tempo

Umngazi, nata come stazione commerciale nel 1906, è composta da cottage immersi in giardini traboccanti di agapanto. Scegliamo questa località rurale come base per escursioni nei villaggi vicini, attraverso coltivazioni di guava dove le nettarinie sembrano gioielli sugli alberi. Lungo il fiume ammiriamo aquile pescatrici africane e martin pescatori in equilibrio sulle canne.

Vado verso la spiaggia per respirare l’aria salmastra, un preambolo del momento più atteso del nostro itinerario lungo la Wild coast: il GweGwe beach lodge. Il viaggio in auto da Umngazi dura un pomeriggio e man mano che ci avviciniamo alla meta le colline si appiattiscono fino a diventare delle distese erbose ondulate.

Mentre attraversiamo un guado, entrando nella riserva Mkambati, de Villiers indica una serie di gole contornate da palme. “Domani vedrete come sarebbe stato l’aspetto di questa regione senza l’impatto degli esseri umani. Ogni ansa del fiume nasconde una cascata spettacolare custodita dalla foresta. È come sfogliare le pagine di un libro illustrato”.

C’è un motivo dietro la mancanza di insediamenti. Dal 1922 al 1959 Mkambati è stata una colonia per malati di lebbra. Una volta trovata una cura è diventata un sanatorio per malati di tubercolosi. Nel 1977 la sezione costiera di Mkambati è stata dichiarata riserva naturale ed è stata reintrodotta la fauna, comprese specie aliene come l’orice e la giraffa. A quel punto i turisti hanno cominciato ad arrivare per i safari di caccia, ma questa pratica si è dimostrata insostenibile ed è stata vietata negli anni ottanta. Da allora la gestione della riserva è affidata al dipartimento della natura del Capo Orientale per fini di ecoturismo.

La promessa

Nel 2004 nell’ambito del processo di restituzione del dopo apartheid, sette comunità mpondo, che in passato erano state costrette a lasciare la zona per fare spazio all’ospedale, hanno potuto riavere le loro terre. Queste sette comunità si sono unite per gestire Mkambati come area protetta, usando il turismo per generare reddito e posti di lavoro.

Colin Bell, cofondatore di Natural selection safaris, che gestisce 26 cottage e campeggi in Sudafrica, Botswana e Namibia, ha vinto il bando per la costruzione di un piccolo albergo, anche se non è stato semplice. “Ventitré anni fa ho fatto una promessa alla comunità e da allora ho cercato di avviare il progetto GweGwe. Ma ho dovuto affrontare la burocrazia e trovare un equilibrio tra il settore privato, le comunità e il governo”, racconta Bell.

Mi metto a leggere accanto al camino nel mio cottage. A giugno e luglio l’oceano, che vedo dalle ampie vetrate, è pieno di sardine, una migrazione che permette ad altre specie di riprodursi e che attira le megattere. Anche se sono arrivata a novembre durante una tempesta e il tempo impedisce di vedere le balene sopra il pelo dell’acqua, c’è comunque un’atmosfera particolare che fa risaltare in una strana luminescenza qualsiasi colore, dal manto delle zebre al fucsia dei fiori.

“Non dimenticare che il nostro popolo è stato allontanato da questo paradiso”, mi ricorda il presidente della fondazione Mkambati land, Mthembu Ntsekeni, che mi racconta la storia locale. “Saremo sempre convinti che i nostri antenati vivono nell’acqua, nelle grotte e nelle foreste. È parte di ciò che siamo”.

Il giorno successivo gli eland e gli alcelafi che speravamo di osservare si riparano dalle intemperie. Decidiamo che la giornata è troppo piovosa per raggiungere la gola KwaDlambu, un anfiteatro naturale chiamato anche Super bowl e costeggiato da alberi di mogano e conifere. Con questo tempo anche l’attraversamento in kayak delle mangrovie sul fiume Mtentu è sconsigliato. Ripieghiamo sulla cascata Mkambati. Dal ciglio a forma di ferro di cavallo, dove l’acqua si getta nell’oceano, cerco con gli occhi la linea che separa il fiume dal mare e dal cielo. La luce sfocata mi dà una sensazione che di solito provo sulla costa occidentale dell’Irlanda: di essere in un luogo sottile, pieno di spiritualità.

Seguiamo la guida, Anelka Ntsikelelo, nella gola del fiume alle nostre spalle. Germogli di aloe e palme tremanti sbucano dal terreno come volani, tanto rigogliosi che sembra quasi di sentire le foglie gemere mentre crescono. La giornata è troppo umida per vedere le ali verdi e rosse del turaco di Knysna sulle chiome degli alberi, ma più ci addentriamo nella vegetazione più cresce la sensazione di tornare indietro nel tempo. Ntsikelelo mi mostra una pianta dai boccioli color crema: “La chiamiamo impepho. Lo bruciamo come incenso per raggiungere i nostri antenati”. Raccoglie alcune bacche num-num (o prugne del Natal), che lo chef Sanele Duma userà per preparare una cheese­cake.

Ci arrampichiamo su una roccia arenaria ed entriamo in una grotta dove il pavimento è cosparso di conchiglie frantumate nei rituali. Un lato della cavità è aperto verso il fiume, cinque metri più in basso. Ntsikelelo m’invita ad avvicinarmi al ciglio per osservare le cascate Strand­loper. Con la grazia di un uccello si tuffa in acqua, spaventando un gruppo di rane.

Un rumore di notte

La sera successiva esploriamo l’altra estremità della riserva e ammiriamo una casa di pietra dove un tempo abitava il medico che curava i lebbrosi. Mentre avvicino il volto alle finestre colpite dalla pioggia per osservare l’interno, de Villiers mi racconta che nel 1996 ha soggiornato nella casa. La notte aveva sentito rumore di passi e di chiavi. Pensando che si trattasse del custode, si era diretto in cucina. I passi si erano fermati, ma solo per un momento. De Villiers aveva percorso in silenzio il corridoio per scoprire cosa stesse succedendo, ma non aveva trovato nessuno. Il giorno dopo, firmando il registro degli ospiti, si era accorto che due annotazioni precedenti descrivevano gli stessi rumori in corridoio.

Trascorriamo al GweGwe l’ultima notte prima del curry che ci aspetta a Durban. Ascolto le onde, consapevole che in questo viaggio tutto si rivela e tutto si nasconde. Mi chiedo quale tipo di viaggiatore sia disposto a fare così tanta strada per arrivare fin qui, considerando che siamo lontani dalle cinque grandi aree per i safari per cui è conosciuto il Sudafrica. Ma questa esperienza è più complessa e storicamente sfaccettata.

Vedo un film sugli attivisti della Wild coast che sono riusciti a far saltare i piani delle aziende petrolifere. Rifletto sui molteplici significati che si celano dietro il nome accattivante Wild coast, che mi ha spinto a venire qui. Penso alla linea sfocata dell’orizzonte che fonde acqua e terra, gli antenati nell’oceano. Quando spengo la luce non ho paura dei fantasmi, anzi avverto conforto. In questo mondo in crisi perenne è bello trovare la speranza in posti dove le persone e la terra sono ancora così legati, e dove la sacralità della natura sopravvive. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati