Come nel resto del mondo, in Macedonia del Nord l’istruzione non è rimasta immune ai cambiamenti imposti dalla pandemia di covid-19. A marzo del 2020 il governo tecnico in carica nel paese ha deciso che le lezioni si dovevano tenere a distanza e ha lasciato che scuole e insegnanti si organizzassero da soli fino alla fine dell’anno scolastico. Si è impegnato solo a preparare quello successivo durante l’estate, dopo le elezioni. Gli studenti hanno aspettato la fine dell’anno scolastico davanti al computer, se i genitori erano in grado di dargliene uno, o davanti alla tv, se non avevano un pc per seguire le lezioni online. Anche i professori hanno fatto del loro meglio per far fronte all’emergenza.

Sfortunatamente, però, in paesi come la Macedonia del Nord tutto si decide solo a elezioni avvenute e dipende da quanto velocemente i vincitori si accordano sulla spartizione dei ministeri.

Nel nuovo governo, composto in realtà dagli stessi partiti di quello precedente – Sdsm (Unione socialdemocratica di Macedonia del Nord) e Dui (Unione democratica per l’integrazione) – il ministero dell’istruzione è andato all’ex responsabile del lavoro e delle politiche sociali dell’Sdsm, Mila Tsarovska. Tsarovska ha dichiarato immeditamente che le scuole primarie e secondarie avrebbero fatto lezione on­line, che il governo avrebbe fornito i computer agli studenti, che sarebbero stati adottati tutti i protocolli di sicurezza e che i bambini rimasti senza computer avrebbero potuto seguire le lezioni sulla televisione nazionale.

In primavera, all’inizio della pandemia, le scuole avevano potuto scegliere la piattaforma per le lezioni online. Dopo l’estate invece il ministero ha affidato alla facoltà d’informatica dell’università di Skopje il compito di sviluppare un sito per la didattica.

Com’era prevedibile, quando è entrata in funzione, il 1 ottobre, meno di cinque giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico, la piattaforma è andata in tilt perché non riusciva a reggere il volume del traffico. Il ministero ha raggiunto il massimo dell’irresponsabilità quando ha indicato quale sistema operativo e quali altri parametri erano necessari ai computer per accedere all’insegnamento online: gli standard erano così alti che molti studenti sono rimasti esclusi, e hanno protestato.

Alcuni genitori sono corsi ai ripari comprando i computer più economici in grado di funzionare con il sistema operativo richiesto, altri si sono arrangiati in vari modi. Del resto da più di trent’anni i macedoni hanno imparato a cavarsela da soli senza il sostegno dello stato. E l’hanno fatto anche stavolta, mettendo in piedi un sistema di donazioni di computer.

Borče Stamenov conosce molto bene la situazione e sa che in Macedonia del Nord ci sono più di quarantamila bambini poveri: per loro possedere un computer è ancora un sogno. Stamenov è un tecnico informatico di Kavadartsi, una graziosa cittadina della regione centrale del paese. In meno di quattro anni ha donato quasi cinquecento computer a bambini di famiglie povere o che vivono con un solo genitore. Riceve donazioni da persone che gli lasciano vecchi computer, apparecchiature informatiche, monitor e custodie. Ripara tutto, lo riassembla e lo spedisce ai bambini che ne hanno bisogno, regalandogli sorrisi e gioia.

Biografia

1977 Nasce a Kavadartsi, in Macedonia del Nord.
2000 È assunto a lavorare alla Bidat Informatika, un’azienda informatica.
2016 Comincia a riparare vecchi computer per regalarli alle famiglie bisognose e lancia la campagna #DonirajKomputer (Dona un computer).


Una gioia inaspettata

“La storia è cominciata quasi per caso”, racconta Stamenov, “lavoro in un’azienda informatica da quasi vent’anni. Molti clienti ci lasciano i loro vecchi computer che non usano più. In tutti questi anni non li ho mai buttati via, li accumulavo in un angolo dell’ufficio. Quando avevo tempo ne sistemavo alcuni, li davo ai tecnici alle prime armi che venivano a imparare il mestiere. Un giorno una madre single di tre figli è venuta a chiedermi se per caso avevo un computer usato per i suoi. Era la fine del 2016. Ho deciso di riparargliene uno e gliel’ho portato. Per quei bambini è stata una grande gioia” .

Fu proprio la loro reazione di felicità che spinse Stamenov a portare avanti l’iniziativa. “Mi ero reso conto di una cosa: un oggetto che per qualcuno è spazzatura magari per qualcun altro può essere una fortuna. Ho donato i primi venti computer nelle due settimane successive a famiglie di amici che non potevano permettersene uno nuovo. Poi ho chiesto alle persone di donare vecchi computer e componenti, e infine è nata la pagina Face­book. Presto festeggeremo i quattro anni della campagna #DonirajKomputer (Dona un computer). Finora ne ho regalati 482 in tutta la Macedonia del Nord. All’inizio dell’anno scolastico ho ricevuto donazioni da tutto il paese. Non ho quasi più posto dove metterle”, dice Stamenov.

Non tutti però hanno capito le sue buone intenzioni: alcuni lo criticano. E lui come reagisce? “Le persone non sono abituate, almeno dalle nostre parti, all’idea che qualcuno non chieda nulla in cambio e voglia solo che tutti abbiano una vita migliore. Non hanno cercato di ostacolarmi, ma più che altro di spaventarmi: mi hanno denunciato perché installavo software senza licenza sui computer. Ma poi hanno ritirato le denunce perché hanno visto che il 90 per cento dei computer donati aveva software e programmi con licenza gratuita. Nei casi in cui non avevo la licenza ho usato alcune versioni di Linux”.

Poi aggiune: “Spesso le persone sono impazienti, ma lo capisco, so che hanno bisogno di un computer. Però devono capire che ho anche degli impegni di lavoro, senza i quali non potrei poi dedicarmi all’attività umanitaria. E ho una famiglia. Le cose si risolvono sempre, c’è sempre un lieto fine. Basta usare le parole giuste con chi ha bisogno. La pressione è enorme, ma con un’adeguata organizzazione riesco ad affrontare tutte le sfide. Alla fine ho capito che le persone che mi attaccano non hanno mai mosso un dito per contribuire a cambiare il mondo in cui viviamo. Li ignoro. L’evidenza dei fatti parla più forte dei loro commenti caustici. Di solito mi chiedono: ‘Ma cosa ci guadagni?’”.

Nessun esponente del governo macedone ha mai contattato Stamenov. Gli chiedo se abbia delle idee per migliorare la qualità della didattica online nelle scuole. “Se io, un normale cittadino, organizzo donazioni, riparo, impacchetto, spedisco e riesco a trovare una ditta che si occupa del trasporto merci, parlo tutti i giorni con destinatari e donatori e riesco comunque a vivere la mia vita, immaginate cosa potrebbe fare un ministero con centinaia di dipendenti”, risponde.

Curiosamente, questo supereroe macedone non ha un aiutante. “Al momento lavoro da solo e non ho problemi. Ci sono persone che si sono offerte di aiutarmi, ma sono un tipo molto indipendente, e sono anche un perfezionista. La mia pedanteria rasenta il disturbo ossessivo-compulsivo. Ho uno schema tutto mio per fare le cose che la presenza di qualcun altro potrebbe disturbare. Ogni lavoro che comincio devo portarlo a termine io e senza errori. Quindi presto dovrò clonarmi”, dice ridendo.

A Borče non piace essere definito un super­eroe. “Sono semplicemente una persona la cui coscienza viaggia a duecento chilometri all’ora. Vengo da una famiglia operaia e so cosa vuol dire avere poche cose. Non che oggi io abbia molto, ma quello che ho mi basta. Anche se non avessi niente, aiuterei comunque chi ha bisogno. Di recente ho visto sui social network che anche altri usano l’hashtag #DonirajKompjuter e fanno donazioni. Gente di altre città come Veles, Ocrida e Kruševo. La Macedonia del Nord si sta svegliando e sono felice di poter dire che sto facendo la mia parte”, dice il supereroe che non vuole esserlo.

Leggere i commenti sarcastici dei critici di turno sul profilo Facebook di Stamenov e parlare con lui suscita due emozioni contrapposte: ci si sente felici perché esiste una persona simile al mondo, ma anche tristi, perché quello che sta facendo un normale cittadino dovrebbe essere fatto dallo stato. In una situazione del genere, non si può fare a meno di pensare a un modello diverso, a una sorta di governo autogestito: forse andrebbe tutto meglio. ◆ ab

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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati