Il 5 gennaio Aamir, un dottorando musulmano, si trovava davanti alla casa dello studente della Jawaharlal Nehru university (Jnu), nella zona sud di New Delhi. Stava andando a restituire un libro quando ha visto avvicinarsi all’edificio una sessantina di persone armate di spranghe, mazze da cricket e pietre. Una brandiva un grosso martello. Urlavano degli slogan, e il più frequente era “Fucilate i traditori del paese!”. Mezz’ora prima avevano aggredito un gruppo di professori e studenti in fondo alla strada. Avevano il volto coperto, ma alcuni erano riconoscibili: erano dell’Akhil bharatiya vidya parishad (Abvp), un’associazione di studenti nazionalisti indù che negli ultimi anni è diventata sempre più potente.
L’Abvp è l’ala giovanile del Rashtriya swayamsevak sangh (Rss). Fondato novantaquattro anni fa da gente che simpatizzava per Mussolini, l’Rss è l’organizzazione di riferimento dell’hindutva, il suprematismo indù. Per ruolo e dimensioni, è difficile trovare un’organizzazione simile nel resto del mondo. A differenza di altre religioni l’induismo non ha una chiesa principale né un unico pontefice, nessuno da governare e a cui dare ordini. L’Rss si è attribuita il ruolo di decidere il contenuto teologico dell’induismo e di costruire uno stato-nazione indù. Ha almeno quattro milioni di volontari che gli hanno giurato fedeltà e partecipano a esercitazioni di tipo militare.
In poco meno di un secolo di esistenza, l’Rss è stata accusata di aver commesso omicidi politici, istigato sommosse contro le minoranze e compiuto attentati terroristici (il mahatma Gandhi nel 1948 fu ucciso da un militante dell’Rss, anche se l’organizzazione sostiene che all’epoca dei fatti l’assassino non ne faceva più parte). Tra i suoi affiliati c’è il Baratiya janata party (Bjp), il partito che governa l’India da sei anni e che, con il primo ministro Narendra Modi, sta trasformando l’India in uno stato nazionalista indù autoritario.
Un sassolino nella scarpa
Erano quasi le sette di sera quando Aamir ha visto avvicinarsi il gruppo armato. A quell’ora, in pieno inverno, nel campus della Jnu – l’ateneo statale più prestigioso dell’India – regna un’oscurità inquietante. L’università si estende su più di quattrocento ettari di terreno boscoso e un muro la isola dal resto della città. I dormitori sono circondati da acacie e borraggine. Per il campus ci si sposta in bicicletta, in risciò a motore o a piendi, camminando un bel po’. Agli ottomila studenti che ci vivono sembra di stare in un mondo remoto. Fin dalla sua fondazione nel 1969, tuttavia, la Jnu è un microcosmo della politica nazionale. L’ideologia degli studenti e dei docenti è per tradizione laica e di sinistra. Attraverso i suoi professori, la Jnu ha spesso influenzato le scelte dei governi; i suoi laureati lavorano nel mondo dell’informazione, nelle principali organizzazioni non governative, nella giustizia o nei partiti di sinistra. Nel corso degli anni, la Jnu ha rappresentato gran parte di quello che il Bjp non sopporta dell’India. Per il partito di Modi, è un sassolino nella scarpa che fa zoppicare a ogni passo.
Quando ha visto gli assalitori, Aamir si è precipitato nel dormitorio e ha raggiunto la stanza dell’amico dov’era diretto. Hanno chiuso la porta a chiave e si sono nascosti sul balcone. Sentivano spaccare vetri, fare irruzione nelle stanze e picchiare gli studenti. Per non fare rumore, Aamir ha tolto la suoneria del telefono. “Ero sicuro che mi avrebbero rotto braccia e gambe se mi avessero preso”, dice. Era chiaro che volevano punire gli studenti e gli insegnanti che avevano criticato il Bjp: uno studente musulmano del Kashmir, docenti legati alla sinistra, membri dei gruppi che difendono le caste svantaggiate. La presidente dell’unione studentesca della Jnu, Aishe Ghosh, si è ritrovata con un profondo taglio sulla testa e un braccio rotto. Le stanze dei simpatizzanti dell’Abvp, invece, sono state risparmiate.
In seguito sarebbe emerso che i quadri dell’Abvp all’interno dell’università erano stati rafforzati da studenti di altri atenei, e forse da persone esterne al campus, scagnozzi dell’Rss. “Un caso senza precedenti”, dice Rohit Azad, ex studente e oggi docente di economia alla Jnu. È come se negli Stati Uniti i giovani repubblicani chiamassero dei picchiatori dell’estrema destra per scatenare il caos a Berkeley pestando studenti neri e ispanici, giovani democratici e chiunque appoggi Bernie Sanders.
I video dell’aggressione sono circolati in tempo reale sui social network. È arrivata la polizia, che però non ha cercato di fermare la violenza e ha perfino permesso che i picchiatori andassero via come se niente fosse.
La legge della discordia
L’attacco alla Jnu si è svolto nel pieno di un’ondata di proteste scatenate in tutto il paese da un emendamento alla legge sulla cittadinanza, approvato dal parlamento l’11 dicembre 2019. La misura semplifica la procedura che i profughi non musulmani provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan e dal Bangladesh devono seguire per ottenere la cittadinanza indiana. L’esclusione dei musulmani è in linea con la demonizzazione promossa dall’Rss e dal Bjp della principale minoranza religiosa dell’India. Per i sostenitori dell’hindutva, cancellare l’islam farebbe bene al paese.
A dicembre milioni di indiani hanno cominciato a manifestare per contestare quest’idea. Il governo ha reagito vietando i raduni, bloccando la rete cellulare, trattenendo arbitrariamente le persone o peggio. Quando alla Jamia millia islamia, un’università islamica di New Delhi, sono scoppiate le proteste, la polizia ha usato lacrimogeni e proiettili, ha caricato gli studenti e ha distrutto la biblioteca. Quando le manifestazioni si sono allargate allo stato dell’Uttar Pradesh, la polizia per rappresaglia ha saccheggiato e vandalizzato le case dei musulmani; le persone arrestate sono state picchiate; almeno venti manifestanti sono morti per le ferite provocate dai proiettili. Le forze di sicurezza negano di aver sparato sulla folla, anche se alle manifestazioni gli unici fucili visibili erano i loro.
Nonostante tutto, le proteste sono proseguite. A Shaheen Bagh, un quartiere nella zona sudorientale di New Delhi, centinaia di migliaia di persone si sono alternate per nove settimane in un sit-in a oltranza. Il Bjp è stato spietato nei confronti del dissenso. Yogi Adityanath, un religioso induista primo ministro dell’Uttar Pradesh, ha detto: “Se non vogliono capire le parole, capiranno le pallottole”. A un comizio un ministro di Modi ha incitato la folla gridando “Sparate ai traditori della nazione!”, lo stesso slogan ripetuto dall’Abvp durante l’attacco alla Jnu.
Nei suoi settantadue anni da paese libero, l’India non ha mai affrontato una crisi così grave. Le sue istituzioni – i tribunali, gran parte dei mezzi d’informazione, la polizia, la commissione elettorale – hanno subìto pressioni per allinearsi alle decisioni di Modi. L’opposizione è debole e malandata. E c’è altro in vista: l’hindutva, nella sua espressione più ampia, non potrà che smantellare la costituzione e distruggere il tessuto della democrazia liberale. Le sottigliezze costituzionali sono incompatibili con il progetto del Bjp, che vuole un paese in cui le persone sono classificate e valutate in base alla loro fede. Le agitazioni che scuotono l’India da quando è stata approvata la legge sulla cittadinanza sono solo una conferma dell’importanza della posta in gioco.
Politica avvelenata
Il successo dell’Rss e del Bjp negli ultimi sei anni è dovuto in parte a un abile avvelenamento del dibattito pubblico. Politici, mezzi d’informazione indottrinati e squadroni di troll sui social network non fanno che mentire, dividere e demonizzare.
Uno dei loro stratagemmi è inventare insulti. Presstitute _(da _press, “stampa”, e prostitute) per esempio, rivolto ai giornalisti progressisti per accusarli di vendere i loro reportage in cambio di soldi o potere. Oppure sickular (da sick, nel senso di “ripugnante”, e secular), per indicare che il secolarismo indiano, secondo l’Rss, è un metodo demenziale per pacificare le minoranze.
L’espressione “tipo da Jnu” è usata per i sostenitori di qualunque corrente di sinistra, dai maoisti che sognano la rivoluzione ai moderati che detestano l’hindutva.
La Jnu è specializzata negli studi umanistici, perciò “i tipi da Jnu” sono disprezzati anche per il loro umanesimo tollerante, per la loro opposizione alla pena di morte, alle violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito, alla repressione di stato nel Kashmir. E come se non bastasse studiano per anni a spese del governo, dicono i sostenitori del Bjp. Sono ragioni più che sufficienti per far rientrare i tipi da Jnu nella madre di tutti gli insulti: “Nemico della nazione”.
Appena nata, la Jnu assorbì l’ideologia dell’uomo da cui prende il nome – Jawaharlal Nehru, il primo capo di governo dell’India – e del suo partito, il Congress. Era passata appena una generazione dall’indipendenza, e Nehru e il Congress, che avevano guidato la lotta per la libertà, godevano di un enorme prestigio morale. L’etica e il curriculum dell’università erano ispirati ai valori di Nehru, dice Rakesh Batabyal, autore di Jnu: the making of a university. La Jnu era laica nella sua visione del mondo, di centrosinistra in economia, e tecnocratica nella sua concezione della politica. “Gli studenti arrivavano da tutto il paese”, aggiunge Batabyal. “Nell’ateneo c’era lo stesso pluralismo che Nehru si augurava per l’India”.
Nei decenni successivi, il centro della politica studentesca si spostò ancora più a sinistra, nei gruppi alleati con i partiti comunisti nazionali. L’Abvp, che si opponeva a molti ‘ismi’ – laicismo, pluralismo, socialismo, comunismo – restò ai margini, proprio come i suoi equivalenti nella politica nazionale. La destra indù non aveva fatto nulla che fosse degno di nota durante la lotta per la liberazione; di fatto, l’Rss non aveva partecipato ai movimenti di massa che avevano cacciato gli inglesi dall’India.
Solo dopo l’insediamento di Modi molti elettori del Bjp hanno cominciato a esprimere le loro simpatie per l’hindutva
L’anno in cui tutto cambiò
Per quasi mezzo secolo dopo l’indipendenza, i partiti politici sostenuti dall’Rss furono relegati in un deserto politico. “Si dice che negli anni ottanta se eri un simpatizzante dell’Abvp andavi alle iniziative con una coperta che ti nascondeva il viso”, dice Azad, il docente della Jnu.
Poi fu distrutta una moschea, e l’India cambiò.
Da anni l’Rss sosteneva che la Babri masjid, una moschea del cinquecento nella cittadina di Ayodhya, sorgeva nel luogo dov’era nata la divinità indù Rama. Quel luogo esigeva un tempio, affermava l’Rss, non una moschea costruita da un re musulmano invasore. Alla fine del 1990, per due mesi un esponente del Bjp percorse in lungo e in largo il cuore dell’India a bordo di una Toyota camuffata da carrozza per istigare gli indù a chiedere che la moschea fosse sostituita da un tempio. Quell’uomo era Narendra Modi.
Nel dicembre del 1992 una folla di sostenitori dell’Rss e del Bjp demolì la moschea sotto gli occhi della polizia, che non intervenne. Nelle settimane seguenti, in tutta l’India, e in particolare a Mumbai, scoppiarono rivolte religiose e duemila persone furono uccise. L’ossessione del Bjp per la Babri Masjid era sanguinaria e divisiva, ma gli procurò un nuovo capitale politico. Nel 1996 il partito arrivò per la prima volta al governo.
Nel campus della Jnu, le fortune dell’Abvp crescevano di pari passo: l’organizzazione conquistò per la prima volta un seggio nell’unione studentesca nel 1992, tre cariche cruciali nel 1996 e addirittura la presidenza nel 2000.
L’uomo che ottenne quell’incarico prestigioso, Sandeep Mahapatra, era entrato alla Jnu nel 1997, quando, racconta, i sostenitori dell’Abvp erano orgogliosi delle loro idee e le dichiaravano esplicitamente. Nessuno si nascondeva più il volto con una coperta.
Uno dei motivi dell’ascesa dell’organizzazione, secondo Mahapatra, era stata la stanchezza per le idee della sinistra. “L’Unione Sovietica si era disintegrata”, dice Mahapatra, che oggi fa l’avvocato a New Delhi. “Gli studenti pensavano che ci fosse spazio per il pensiero nazionalista”. Gli avversari, continua Mahapatra, “parlavano sempre di cose astratte, di cos’avevano detto Mao o Marx”.
Nel campus l’Abvp approfittava delle stesse crepe sfruttate dal Bjp nella società indiana. “Parlavamo del Kashmir, del tempio di Rama, della nazione indù”. Erano i punti centrali della lista dei desideri dell’Rss: prendere pieno possesso della regione del Kashmir e contestualmente sconfiggere il Pakistan; costruire il tempio ad Ayodhya; garantire la supremazia agli indù. Discussioni e risse tra studenti delle due fazioni erano frequenti, dice Mahapatra. Una volta, mentre parlava dal palco, fu ferito da un lancio di pietre.
Negli anni duemila le strade politiche dell’India e della Jnu si sono divise. In tutto il paese i vecchi partiti comunisti perdevano consenso. Nel Bengala occidentale, roccaforte della sinistra, nel 2011 i comunisti hanno ceduto il governo dello stato, che controllavano da trentaquattro anni. Il Partito del Congress, gestito come un’azienda di famiglia dalla dinastia dei Nehru-Gandhi, era arrogante e profondamente corrotto. Alle elezioni legislative del 2014 ha ottenuto appena 44 seggi, il minimo storico.
Il declino è stato rapido e brutale. Nel campus i gruppi studenteschi di sinistra si sono frantumati e sono nate nuove fazioni basate sulle caste. Ma hanno tutti deciso, sostiene Mahapatra, di fare fronte comune contro l’Abvp, il cui potere e prestigio intanto si rafforzavano sulla scia del caos scatenato dalla destra indù guidata da Modi.
La certezza dell’impunità
Nel 2014, quando Modi è arrivato al governo, era difficile capire come interpretare la sua vittoria. Gli elettori che avevano votato per il Bjp non si fidavano delle alternative? Oppure credevano nel miracolo economico promesso da Modi? Avevano semplicemente scelto di ignorare il fatto che nel 2002, quand’era primo ministro del Gujarat, aveva consentito a folle di fanatici indù di uccidere centinaia di musulmani? Oppure approvavano il suo chiaro programma antislamico?
Solo dopo l’insediamento di Modi molti elettori del Bjp hanno cominciato a esprimere chiaramente le loro simpatie per l’hindutva. I rapporti umani si sono deteriorati, com’è successo negli Stati Uniti dopo l’elezione di Trump o il referendum sulla Brexit. Famiglie litigavano nei gruppi di WhatsApp, amicizie andavano in pezzi. “Prima del 2014 trovavi studenti dell’Abvp e studenti di sinistra che erano amici”, mi dice Cheri Che, che fa un dottorato in storia. “Dopo il 2014 è stato sempre più difficile”. Alla Jnu, l’influenza dell’Abvp si è sensibilmente rafforzata. Cheri Che sostiene che il corpo docente e gli incarichi amministrativi si sono riempiti di persone con legami con l’Rss e l’Abvp. Fuori dal campus, i nazionalisti indù si sentivano così potenti da formare bande per linciare i musulmani e gli indù delle caste inferiori accusandoli di contrabbandare vacche o avere in casa carne bovina. Dal 2014 almeno 44 persone sono state uccise e 280 ferite. Le bande hanno agito impunemente e a volte si sono filmate, convinte, a ragione, di non dover subire conseguenze. In una città dell’Uttar Pradesh un musulmano è stato picchiato selvaggiamente. Una foto mostra un poliziotto che si fa largo tra la folla mentre altri trascinano il corpo dell’uomo.
Nel campus della Jnu gli studenti musulmani erano sempre più preoccupati. Il giorno del 2017 in cui Yogi Adityanath, un falco dell’hindutva, è stato eletto primo ministro dell’Uttar Pradesh, uno studente musulmano del Kashmir stava andando alla mensa. Era quasi mezzanotte. “Ho incontrato un tizio, un fanatico dell’Abvp”, racconta lo studente. “Appena mi ha visto ha detto: ‘Ora che c’è Yogi, faremo a pezzi i musulmani e li divoreremo.’ L’ha detto apertamente. C’era parecchia gente intorno. Prima non sarebbe mai successo”.
Nel febbraio 2016, Kanhaiya Kumar, un comunista che allora presiedeva l’unione degli studenti, ha partecipato a una protesta organizzata nel campus contro l’impiccagione di un leader kashmiro condannato per una dubbia accusa di terrorismo. L’Abvp ha chiamato le troupe delle tv vicine al Bjp, che nei giorni seguenti hanno trasmesso video in cui sembrava che Kumar e altri urlassero slogan a favore della disgregazione dell’India. Per gli spettatori, i video erano la conferma che la Jnu era un covo di traditori. Qualche settimana dopo si è saputo che i filmati erano stati manipolati.
Eppure i leader del Bjp continuavano a definire gli studenti della Jnu – e chiunque li sostenesse – “nemici della nazione” e “traditori”. La polizia di New Delhi ha arrestato Kumar e lo ha accusato in base a una legge sulla sedizione vecchia di un secolo. Lui è venuto a sapere che la polizia era stata dalla sua famiglia a Srinagar, nel Kashmir, e aveva annotato una serie di dettagli che riguardavano lui e i suoi parenti. Kumar, a quanto dice, non aveva neppure partecipato alla protesta. Poi ha scoperto che tutti gli studenti provenienti dal Kashmir che conosceva alla Jnu avevano storie simili da raccontare. “Abbiamo deciso di tenerci fuori da qualunque cosa avesse a che fare con la politica”, spiega. “Qui siamo vulnerabili”. Una mattina, poco più di un anno fa, mentre andava in biblioteca, ha visto un grosso camion pieno di gente che gridava slogan sul tempio di Rama ad Ayodhya.
Nel 2016 il governo Modi ha messo alla guida della Jnu un docente d’ingegneria, M Jagadesh Kumar, che gli studenti e la stampa definivano un uomo dell’Rss, parte di una più ampia campagna del governo per disseminare nelle università e nelle istituzioni culturali gli affiliati dell’organizzazione.
Il Bjp in realtà mira a ottenere quello che i suoi fondatori hanno sempre voluto: un paese che è prima di tutto indù
Costituzione violata
La Jnu era in subbuglio già prima dell’attacco dell’Abvp del 5 gennaio. Da settimane l’unione degli studenti si opponeva ferocemente a un aumento delle tasse universitarie, boicottando le iscrizioni e impedendo lo svolgimento delle lezioni. Quando in tutto il paese sono cominciate le manifestazioni contro la legge sulla cittadinanza, la mobilitazione si è estesa. Per molti studenti, l’amministrazione della Jnu, l’Rss e il Bjp facevano parte dello stesso meccanismo.
La nuova legge contraddice la costituzione dell’India, un lungo documento caratterizzato dalla volontà di trattare caste e religioni con scrupolosa uguaglianza. Scritta tra il 1946 e il 1949, è un esercizio su come costruire una nazione, su come assemblare un gigantesco stato moderno da comunità frammentate sparse in un vasto territorio. Per raggiungere questo obiettivo, una delle sue promesse principali era che la cittadinanza non sarebbe mai stata legata alla religione. L’esclusione dei musulmani decisa dalla legge è una violazione di questa promessa.
Ma la legge appare più minacciosa quando viene letta insieme ad altre recenti misure del governo – il registro nazionale dei cittadini (Nrc) e il registro nazionale della popolazione (Npr) – che nell’insieme mirano a ridefinire chi può o non può dirsi indiano. Si tratta di misure sconcertanti anche per gli stessi indiani. Il governo ha cominciato a creare un registro dei cittadini cinque anni fa nello stato nordorientale dell’Assam. I delta fluviali e le risaie dell’Assam si estendono lungo la porosa frontiera con il Bangladesh, che i migranti attraversano da decenni in entrambe le direzioni. Negli anni settanta e ottanta l’arrivo dei bangladesi – in molti casi musulmani – diventò una questione politica incandescente nello stato. I migranti erano accusati di rubare il lavoro, usurpare la terra e approfittare dei servizi statali senza averne diritto.
I governi precedenti e la corte suprema avevano convenuto che occorreva istituire un registro dei cittadini per distinguere i migranti dai residenti. Per gli indiani non sempre è facile dimostrare la cittadinanza; in un paese con più di un miliardo di abitanti, meno di cento milioni hanno il passaporto, mentre gli altri documenti, rilasciati a livello locale da funzionari corrotti o inefficienti, non sempre sono affidabili. Per il Bjp, l’idea di un registro dei cittadini è stata sia una conveniente tattica elettorale sia uno strumento per seminare discordia tra le comunità religiose. Nel 2014, durante un comizio nell’Assam, Modi disse che mentre i migranti indù sarebbero stati accolti, gli altri “infiltrati” sarebbero stati rispediti in Bangladesh. Nell’aprile 2019 Amit Shah, oggi ministro dell’interno di Modi, ha detto che gli immigrati bangladesi “mangiavano i cereali destinati ai poveri”. Erano “termiti”, ha aggiunto. Il Bjp li avrebbe presi a uno a uno e “gettati nel golfo del Bengala”.
Per entrare nel registro bisogna dimostrare innanzitutto di avere un antenato vissuto nell’Assam prima del 1971 e poi il rapporto di parentela con questo antenato. In un paese con liste elettorali e atti di proprietà disordinati e irregolari, dove l’ortografia dei nomi è incoerente e la documentazione disomogenea, sarebbe comunque difficile. Quando è stata avviata la registrazione dei cittadini, nel 2015, nell’Assam ci si è precipitati a mettere insieme le carte. Le famiglie povere, spaventate dalla prospettiva di diventare apolidi, hanno speso tutti i loro soldi in avvocati e documenti. Alcuni si sono suicidati. I cosiddetti tribunali per stranieri, istituiti per vagliare gli appelli, erano incentivati a escludere la gente dal registro. Nel 90 per cento dei casi, i musulmani che presentano appello sono dichiarati immigrati illegali; per gli indù, la cifra scende al 40 per cento.
Il governo vuole radunare questi “stranieri” e trasportarli in una decina di campi di internamento che saranno allestiti nello stato (uno è già in costruzione: un complesso di 28mila metri quadrati circondato da una doppia cinta muraria per tremila persone, non lontano dal confine con il Bhutan). Il Bjp è così soddisfatto di questo processo che intende compilare un registro panindiano di cittadini, estendendo il suo potere di esclusione a tutta la popolazione di un miliardo e 300 milioni di abitanti.
Il registro dell’Assam è stato reso pubblico nell’agosto del 2019, e un milione e 900mila persone, scoprendosi escluse, hanno dovuto affrettarsi a presentare appello. Quattro mesi dopo il parlamento ha approvato la legge sulla cittadinanza. In questo grandioso meccanismo per determinare “l’indianità” ci sarà un’ulteriore componente, un registro della popolazione che raccoglierà dati demografici sui “residenti abituali” dell’India. Ma perfino questo conteggio apparentemente passivo degli abitanti può trasformarsi in un nuovo setaccio della popolazione.
A settembre, quando il registro sarà stato aggiornato, in ogni località verranno affissi gli elenchi dei residenti. E a quel punto chiunque – funzionari, vicini, vigilantes, informatori dell’Rss – potrà opporsi all’inclusione di un nome. In tal caso si sarà classificati come cittadini “dubbi”, o “elettori d”, con la prospettiva di essere internati per sempre o cacciati dal paese. In questi miasmi di paranoia, chiunque teoricamente potrebbe essere etichettato come “dubbio”: musulmani, dissidenti, giornalisti e politici dell’opposizione. Il Bjp sa quali sono le sue priorità.
“Nessun induista, giainista, buddista, cristiano o parsi”, assicura un nuovo opuscolo del Bjp, “troverà il suo nome nella lista degli elettori d”. I musulmani, ancora una volta, brillano per la loro assenza in questa fase. L’obiettivo finale non è cacciare dall’India 180 milioni di musulmani. Non è possibile, per motivi pratici. Dove andrebbero? Perfino gli immigrati irregolari provenienti dal Bangladesh non possono essere rimpatriati se Dhaka non li accetta.
Il Bjp in realtà mira a ottenere quello che i suoi fondatori hanno sempre voluto: un paese che è prima di tutto indù. Negli anni quaranta, sia Muhammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan, sia Vinayak Savarkar, uno dei maggiori ideologi dell’Rss, sostenevano la teoria delle due nazioni. “L’unica differenza”, spiega Niraja Jayal, una politologa che studia la democrazia indiana, “era che secondo Jinnah il territorio indiviso dell’India andava tagliato in due, con una parte riservata ai musulmani, mentre Savarkar voleva che indù e musulmani vivessero nello stesso territorio, ma che i musulmani avessero una posizione subordinata”. Questa cittadinanza ineguale è ciò che l’Rss considerava – e tuttora considera – giusto e corretto, dice Jayal. “Si tratta di una cittadinanza a livelli, con delle gerarchie. Non c’è bisogno di un genocidio, non c’è bisogno di una pulizia etnica. Basta questo”.
Il Kashmir senza autonomia
Considerati oggi, il primo e il secondo mandato di Modi appaiono profondamente diversi. Dopo il 2014, il Bjp ha consolidato il suo successo vincendo le elezioni in vari stati. Il governo aveva lanciato il registro dei cittadini nell’Assam, ma le altre decisioni degne di nota avevano riguardato uniformemente tutti gli indiani: una nuova tassa su beni e servizi, applicata in modo assolutamente caotico; l’abolizione delle banconote di grosso taglio, che avrebbe dovuto stroncare la corruzione e invece ha fatto crollare l’economia; e un progetto d’identificazione biometrica di stampo orwelliano. I peggiori atti di violenza della destra – i linciaggi per la carne bovina – erano stati commessi da vigilantes esaltati dall’ascesa del Bjp e spesso appoggiati da leader di partito (nel 2018, quando otto persone condannate per i linciaggi sono state rilasciate su cauzione, un ministro di Modi le ha invitate a casa sua accogliendole con ghirlande di fiori). Ma i linciaggi non erano direttamente riconducibili al governo come invece gli avvenimenti seguiti alla rielezione di Modi l’anno scorso.
Nell’agosto 2019, tre mesi dopo aver ottenuto il secondo mandato, il governo ha tolto a sorpresa l’autonomia speciale allo stato del Jammu e Kashmir, il cui territorio è stato diviso in due parti affidate al controllo del governo federale. Per prevenire disordini, il governo ha mandato le truppe nella valle del Kashmir, già pesantemente militarizzata, e ha sospeso internet. Ancora oggi la connessione non è stata ripristinata del tutto. I principali esponenti dell’opposizione nello stato sono stati arrestati e di loro non si è saputo più nulla.
L’Rss ha ottenuto quello che voleva anche per Ayodhya. Dal 1992 infuria una battaglia legale per stabilire cosa fare nel sito della moschea rasa al suolo. A novembre la corte suprema, sempre più arrendevole nei confronti del governo, ha decretato che la moschea era stata distrutta illegalmente, ma che al suo posto comunque avrebbe dovuto esserci un tempio. È come se un rapinatore, dopo essere stato rimproverato, venisse invitato a trasferirsi nella casa che ha svaligiato. La legge sulla cittadinanza è stata approvata a dicembre. Nel giro di sei mesi, con una rapidità e una sfrontatezza che hanno sconcertato il paese, il governo ha realizzato alcuni dei principali desideri dell’Rss.
Considerando l’intensità delle proteste contro il governo cominciate a dicembre, è incredibile che nessuna delle precedenti iniziative dell’esecutivo abbia provocato la stessa mobilitazione. Dalle elezioni del 2019, per mesi è sembrato che molti indiani fossero favorevoli a questo rapido avvio dell’hindutva. Ma allora perché la legge sulla cittadinanza ha risvegliato l’opinione pubblica facendola scendere in piazza?
In parte la legge può essere stata “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, dice Jayal, ma ha anche generato una sensazione d’insicurezza più ampia e primordiale. “Nel caso del Kashmir, molti settori della popolazione indiana nel tempo si sono persuasi che la regione è turbolenta: uno stereotipo ingiusto, ma che forse spiega le scarse reazioni alla decisione del governo di toglierle l’autonomia”, dice. “Quanto alla moschea di Babri Masjid, è la stanchezza per una questione che si trascina da decenni”. Ma la legge sulla cittadinanza “lascia intravedere una serie di sgradevoli possibilità. C’è la paura di essere dichiarati illegali. C’è il terrore dell’ignoto”.
A questa sensazione di pericolo personale si accompagna quella di un pericolo nazionale. L’India può sembrare assuefatta alle ingiustizie: gli errori giudiziari, le disuguaglianze economiche e di casta, la venalità, le ferite inferte alla nazione. Ma resiste ancora ai tentativi di affondare gli artigli nel suo corpo e cambiarne la struttura, cioè la sua costituzione. Nehru, Ambedkar e gli altri estensori della costituzione indiana progettarono una democrazia laica e progressista. Fino a qualche tempo fa, quell’idea sembrava talmente impossibile da cancellare che perfino leader politici chiaramente antilaici si sentivano obbligati a rispettarla, almeno a parole. “Il laicismo è un articolo di fede per noi”, dichiarava Modi durante la campagna elettorale del 2014. Allora, in quanto membro dell’Rss, era già fedele all’idea di una nazione indù da quarantatré anni.
Quando i governi minacciavano di allontanarsi da questo fondamento costituzionale, si scontravano con una forte opposizione popolare. Nel 1975 la prima ministra Indira Gandhi sospese le libertà civili – di espressione, di riunione, di giusto processo – ma poi dovette soffocare un’ondata di proteste che durò per 18 mesi e la costrinse ad abrogare lo stato d’emergenza che aveva dichiarato. Le recenti mobilitazioni contro la legge sulla cittadinanza si collocano su questa scia: il rifiuto di una legge che interferisce con il progetto fondamentale del paese.
Misurare l’indianità
Per la prima volta dal 1947, quando il subcontinente attraversò la sanguinosa partizione tra India e Pakistan, si sta costruendo una politica basata interamente sulla premessa dell’esclusione, sulla volontà di decidere chi non può essere indiano o calibrare quanto indiano può essere ogni cittadino. La rabbiosa attenzione all’identità rientra ovviamente in una tendenza globale, ma è particolarmente pericolosa in un paese dalla costruzione delicata com’è l’India. Questa è ancora oggi, come nel 1947, una terra talmente brulicante di identità – disposte lungo assi di casta, genere, classe, religione, lingua ed etnia – che l’unico modo per farla funzionare è accettare che tutti ne facciano parte allo stesso modo.
Questo principio ugualitario, quindi, non è stato solo un ideale, ma un patto indispensabile alla sopravvivenza del paese. Quando un governo comincia a sostenere che alcuni devono essere considerati meno indiani di altri, eliminando prima un’identità e poi un’altra la struttura diventa instabile. L’alternativa è che l’unione si dissolva o sia tenuta insieme con il pugno di ferro da un regime autoritario, il tipo di regime che scatena la violenza servendosi della polizia o di scagnozzi del partito protetti dalla polizia. Il pericolo rappresentato dal Bjp è che si sta preparando a essere quel regime e a portare l’India verso un’instabilità da cui forse il paese non riuscirà mai a riprendersi. ◆ gc
Samanth Subramanian è un giornalista
e scrittore indiano. Il suo ultimo libro
è A dominant character: the radical science and restless politics of J.B.S. Haldane (Simon and Schuster 2019).
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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati