L’intensificarsi del conflitto tra Pakistan e Afghanistan segna una delle svolte più gravi nelle relazioni tra i due vicini da quando i taliban sono tornati al potere a Kabul nell’agosto 2021. Quelle che in origine erano schermaglie di confine e reciproche accuse di offrire riparo a gruppi armati si sono evolute in un circolo vizioso di contrattacchi che rischia di trasformare una frontiera storicamente instabile in una zona di conflitto permanente, con implicazioni che vanno oltre l’Asia meridionale. L’intensità, la portata geografica e la retorica politica delle recenti operazioni militari suggeriscono che Islamabad e Kabul hanno superato una soglia psicologica: i segnali di deterrenza hanno sostituito la gestione delle crisi e le tensioni tattiche ora hanno delle conseguenze strategiche.
L’operazione militare di Islamabad è stata presentata come una risposta difensiva a dei colpi di arma da fuoco non provocati e a una continua attività militare sul versante afgano della frontiera. La crisi smentisce l’idea, a lungo coltivata dal Pakistan, che il governo taliban avrebbe stabilizzato il confine occidentale.
Un conflitto prolungato non è nell’interesse di nessuno dei due paesi
La linea Durand, stabilita dai britannici nel 1893 e mai riconosciuta dall’Afghanistan, rappresenta una frontiera di 2.600 chilometri tra i due paesi. Per decenni l’instabilità lungo questo confine è stata contenuta attraverso mediazioni tribali, accordi informali e scontri militari molto limitati. Quell’equilibrio fragile ora comincia a erodersi.
Il Pakistan sta conducendo operazioni che coinvolgono forze aeree e di terra su una scala più vasta rispetto al passato. Ufficiali dell’esercito di Islamabad hanno dichiarato che la risposta è stata necessaria per proteggere la sovranità nazionale e i civili dopo presunti attacchi di ribelli afgani contro basi militari in Pakistan. I taliban hanno confermato gli attacchi ma hanno respinto le ragioni del Pakistan.
Lo slittamento sul piano operativo è ormai evidente: il Pakistan dimostra di essere pronto a colpire sia le strutture dei terroristi sia le risorse che sostengono le attività del governo dei taliban. Questa situazione rappresenta un cambiamento rispetto ai metodi usati in passato nell’antiterrorismo, basati su approcci indiretti invece che sulla pressione militare diretta. Funzionari pachistani hanno riferito di tentativi di attaccare avamposti di frontiera con quadricotteri e droni intercettati prima che provocassero danni. Questo dimostra come gli strumenti tecnologici stiano ridefinendo quella che un tempo era una disputa di confine a bassa intensità.
La leadership pachistana si è immediatamente schierata a sostegno delle forze armate, descrivendo la reazione come una forma di difesa nazionale. Questo ha rafforzato l’immagine di unità interna, trasmettendo al tempo stesso un chiaro segnale di fermezza verso l’esterno. Islamabad continua a dichiarare di voler mantenere relazioni stabili con Kabul, ma considera l’azione militare una legittima autodifesa volta a ristabilire la deterrenza.
Al centro della crisi c’è il gruppo Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp), responsabile di gravi attentati in Pakistan, il cui ritorno sulla scena ha ridefinito le priorità di Islamabad nell’ambito della sicurezza. Il Pakistan sostiene che i miliziani del Ttp operino indisturbati dal territorio afgano, accusa che Kabul respinge. Al di là delle versioni contrapposte, la violenza delle milizie nelle regioni di confine del Pakistan è aumentata in modo significativo, costringendo Islamabad a rivedere le sue previsioni secondo cui il governo taliban avrebbe garantito la sicurezza della frontiera. Al contrario, l’Afghanistan appare sempre più come una fonte d’insicurezza.
Il Pakistan considera i suoi raid oltreconfine come una forma di diplomazia coercitiva per costringere Kabul a prendere provvedimenti contro le milizie antipachistane. Per i taliban afgani, però, intervenire contro il Ttp comporta dei rischi interni. Tra alcune fazioni dei due movimenti esistono legami ideologici e relazioni consolidate durante gli anni di guerra, e un’azione risoluta potrebbe provocare divisioni tra i taliban. Entrambi gli schieramenti devono dunque fare i conti con vincoli strutturali che rendono difficile un compromesso.
Lo squilibrio militare tra i due paesi è significativo. Il Pakistan dispone di un’aeronautica in via di modernizzazione, sistemi avanzati di sorveglianza e una capacità di deterrenza nucleare sostenuta da una stretta cooperazione militare con la Cina. I taliban, invece, fanno affidamento principalmente su unità di fanteria leggera e su equipaggiamenti ereditati dal crollo della precedente repubblica afgana.
Se da un lato il Pakistan gode di una netta superiorità tecnologica, dall’altro la geografia dell’Afghanistan ha storicamente limitato i vantaggi militari convenzionali. Un confronto prolungato evolverebbe con ogni probabilità in forme di ritorsione asimmetrica piuttosto che in una guerra decisiva, aumentando l’insicurezza nelle regioni di confine e indebolendo ulteriormente la fragile economia e la capacità di governo dell’Afghanistan.
Le reazioni internazionali evidenziano i timori che l’escalation possa allargarsi fino a diventare una crisi regionale più ampia. La Cina, che ha forti legami con il Pakistan e al tempo stesso intrattiene pragmaticamente relazioni con Kabul, ha chiesto moderazione e si è offerta di fare da mediatrice. L’instabilità minaccia gli interessi economici di Pechino e solleva timori sulla possibilità che le attività dei miliziani varchino il confine con la Cina occidentale. Anche l’Iran, prima dell’attacco israelo-statunitense, si era offerto di facilitare il dialogo, temendo ondate di profughi e l’insicurezza al confine, mentre l’Onu e i paesi del Golfo hanno sollecitato una riduzione delle tensioni per evitare una nuova instabilità regionale.
Le recenti violenze fanno seguito a diversi round negoziali falliti, mediati da soggetti regionali tra cui Qatar e Turchia. I precedenti cessate il fuoco avevano attenuato le tensioni nell’immediato, ma senza cancellare la diffidenza di fondo. Il Pakistan chiede un’azione decisa dei taliban contro i gruppi armati. I taliban, dal canto loro, vogliono un riconoscimento internazionale, la normalizzazione dei rapporti economici e il rispetto della sovranità. Al momento, nessuna delle due parti ha incentivi sufficienti o la flessibilità politica necessaria per un compromesso, e questo riduce il ruolo della diplomazia a uno strumento di reazione più che di prevenzione.
Islamabad sembra ritenere che una pressione militare calibrata possa modificare l’atteggiamento dei taliban. Un uso eccessivo della forza però rischia di rafforzare le fazioni più radicali in Afghanistan e di alimentare sentimenti antipachistani. Viceversa, la classe dirigente taliban potrebbe pensare che le difficoltà economiche del Pakistan possano scongiurare un’intensificazione del conflitto. Questa valutazione potrebbe però sottostimare la disponibilità di Islamabad ad agire con decisione di fronte a un inasprimento delle pressioni legate alla sicurezza interna. Una reciproca lettura errata delle intenzioni aumenta il rischio di un aggravarsi della situazione.
Pragmatismo diplomatico
Uno scontro prolungato non è nell’interesse di nessuno dei due paesi. Il Pakistan deve fare i conti con pressioni economiche e difficoltà legate alla sicurezza interna, mentre l’Afghanistan è alle prese con una crisi umanitaria e con l’isolamento internazionale. Per ridurre le tensioni saranno necessari meccanismi che consentano a entrambi i governi di rivendicare un successo politico senza subire un’umiliazione strategica. Tra le possibili vie d’uscita ci sono il monitoraggio congiunto del confine mediato da terzi, forme limitate di coordinamento antiterrorismo e misure graduali di rafforzamento della fiducia legate alla cooperazione commerciale e umanitaria. Senza questi passi, la frontiera rischia di trasformarsi in una zona di conflitto permanente.
La crisi dimostra con chiarezza che l’assetto regionale emerso dopo il 2021 resta instabile. Se Islamabad e Kabul non sapranno ritrovare un pragmatismo diplomatico, eventuali successi sul piano militare rischieranno di tradursi in una maggiore insicurezza nel lungo periodo. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati