Gabriel Zucman esita, poi risponde. Ho chiesto al giovane economista francese di consigliarmi un libro, e lui ha scelto Mercanti di dubbi di Erik Conway e Naomi Oreskes (Edizioni Ambiente 2019). In questo bestseller i due storici statunitensi descrivono in che modo alcuni scienziati hanno seminato dubbi sulle conseguenze nocive del tabacco, sulle piogge acide e sul riscaldamento globale, lavorando fianco a fianco con grandi aziende, per indebolire il consenso all’interno della comunità scientifica e rallentare l’intervento della politica.

La scelta non è casuale. Secondo Zucman ci sono molti mercanti di dubbi nella sua disciplina. “Gli economisti che mettono in dubbio l’aumento delle disuguaglianze sono sempre più numerosi”, spiega. “Si sta cercando di fare resistenza al cambiamento. Di recente l’Economist ha pubblicato un articolo sulle ricerche scientifiche in materia di disuguaglianza. In copertina si leggeva ‘Inequality illusions’, illusioni di disuguaglianza. È un esempio di quello che intendo. Sembra che alcuni gruppi d’interesse stiano cercando di seminare dubbi. Se dovessero riuscirci, il prezzo da pagare sarebbe alto”.

Siamo al quinto piano della Paris school of economics, nel sud della capitale francese. Zucman lavora in California da sette anni, ma è in visita per qualche settimana al suo vecchio ateneo. La sua carriera è cominciata dieci anni fa, sotto l’ala di Thomas Piketty. Ha solo 33 anni, ma ha già un’ottima reputazione. Nel 2015 è stata pubblicata la sua tesi di dottorato La ricchezza nascosta delle nazioni (Add Editore 2017), e da allora è considerato uno dei massimi esperti di paradisi fiscali. Secondo lui l’8 per cento dei patrimoni privati di tutto il mondo sfugge al fisco, molto più di quanto si pensasse. In termini assoluti sono 7.600 miliardi di dollari.

Oggi Zucman è una star negli Stati Uniti. In The triumph of injustice (Il trionfo dell’ingiustizia), scritto insieme al collega francostatunitense Emmanuel Saez, spiega che i miliardari americani pagano sempre meno tasse e che gli Stati Uniti somigliano sempre di più a una plutocrazia. Zucman, come Piketty, è un sostenitore delle imposte patrimoniali. Insieme a Saez ha aiutato due candidati alle primarie democratiche statunitensi, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, a fare proposte per una “tassa sulla ricchezza”, perciò alcuni non lo vedono di buon occhio e lo considerano un “comunista”.

“Fa parte del mestiere”, sorride il giovane francese, che si lancia senza esitazione nel dibattito pubblico, anche su Twitter. “Non mi dispiace essere contestato. Credo nel confronto, anche al di fuori della mia disciplina: fa emergere la verità. Uno scienziato non deve rivolgersi solo ad altri scienziati. Un consiglio che do ai miei colleghi più giovani è di esprimere le loro idee, difenderle, suggerire alla politica come comportarsi. Ma non bisogna mai essere supponenti. Gli economisti neoliberisti lo hanno fatto troppo spesso e non hanno reso un buon servizio alla nostra disciplina”.

“Il sistema fiscale statunitense si è trasformato in una gigantesca flat tax”

Il giorno del crollo

Non era scritto nelle stelle che Zucman avrebbe scelto la carriera accademica. Poco più di dieci anni fa, il 15 settembre 2008, fu assunto dalla società d’investimento francese Exane. Quel giorno la banca statunitense Lehman Brothers dichiarò il fallimento e la crisi finanziaria fu la notizia d’apertura dei telegiornali di tutto il mondo. Zucman si era appena laureato ed era entrato in un gruppo di lavoro incaricato di spiegare cosa stava succedendo all’economia globale. “Scoprii di non sapere nulla. E, più in generale, che gli economisti non sapevano granché. Mi resi conto che c’era bisogno di studi approfonditi. Sei mesi dopo me ne andai”, dice.

Il periodo alla Exane però non fu inutile. Zucman tornò all’università forte di quanto aveva imparato nella società d’investimento. A un certo punto si ritrovò a consultare i dati della Banca dei regolamenti internazionali e notò che “centinaia di miliardi di dollari” finivano su conti di paesi minuscoli – come il Lussemburgo e le Isole Cayman – e indagò “con lo spirito di un detective”. Degli amici scandinavi gli passarono dei dati del ramo svizzero del gruppo bancario Hsbc trapelati. In questo modo Zucman arrivò alla sua spettacolare conclusione: le autorità fiscali mondiali avevano perso in totale 190 miliardi di dollari (circa 177 miliardi di euro). Il fenomeno assumeva proporzioni incredibili in Europa, dove gli stati si erano fatti soffiare sotto il naso ben 78 miliardi di dollari. I giornalisti e le ong si occupavano di elusione da anni, ma il tema era in gran parte inesplorato dagli studiosi.

“Gli economisti amano farsi domande per le quali possono ottenere risposte precise”, dice Zucman. “Quando ci si occupa di elusione fiscale, avere risposte precise è difficile. Questo non significa, però, che non abbia senso interrogarsi. Se sei per strada di sera e ti cadono le chiavi, non puoi limitarti a cercarle nei punti illuminati dai lampioni. Magari sono finite dove c’è meno luce. L’elusione fiscale non è un tema attraente per gli economisti, ma va studiata. In La ricchezza nascosta delle nazioni scrivo che conosciamo bene i patrimoni delle persone in termini di beni immobili, ma che siamo all’oscuro delle loro finanze: liquidi, azioni, obbligazioni. Questi dati ci servono per avere un quadro delle disuguaglianze e contrastare la corruzione”.

Qualche mese fa Zucman e i suoi colleghi Dani Rodrik e Suresh Naidu hanno scritto un articolo per la rivista Boston Review in cui denunciano che il “fondamentalismo del mercato” ha dettato la linea degli economisti per anni. Sotto l’influenza di studiosi come Friedrich von Hayek e Milton Friedman, lo stato è diventato un nemico. Le tasse per le imprese sono state abbassate, la finanza deregolamentata. Il potere dei sindacati è diminuito. Le persone erano accecate dall’ideologia secondo cui i mercati sono sempre efficienti.

Secondo Zucman, gli economisti non tenevano conto degli effetti delle teorie sul mondo reale. Si confrontavano troppo raramente con voci estranee alla loro disciplina. Facevano troppa poca ricerca empirica sulla base di fatti e dati. Non s’interrogavano su chi beneficiasse davvero della crescita economica. Intanto le disuguaglianze aumentavano, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

“Per certi versi è comprensibile che tra il 1950 e il 1980 si badasse poco al problema della ridistribuzione”, dice Zucman. “In quel periodo l’economia degli Stati Uniti cresceva in media del 2 per cento all’anno, e a beneficiarne erano tutti gli strati della popolazione. Poi le cose sono cambiate. Tra il 1980 e il 2014 il reddito medio degli statunitensi è aumentato di meno dell’1,4 per cento, ma circa l’85 per cento della popolazione l’ha avvertito a malapena. La classe operaia è stata completamente tagliata fuori dalla crescita. Nel frattempo lo 0,1 per cento degli statunitensi, i più ricchi, hanno visto crescere le loro entrare del 320 per cento. Significa che dobbiamo rimettere in discussione il paradigma della scuola di Friedman: i mercati non sono sempre efficienti. Per fortuna sta diventando sempre più evidente. Oggi si fa più ricerca in materia di ridistribuzione”.

Zucman dice di volersi riallacciare all’approccio all’economia della fine dell’ottocento. Allora si prestava molta più attenzione alle disuguaglianze. Insieme a Rodrik ha creato una rete di economisti che s’impegnano per un “benessere inclusivo”, e con Thomas Piketty lavora al World inequality database (Wid, un database mondiale della disuguaglianza). Gli economisti che fanno parte della rete cercano di guardare oltre le cifre di crescita generali di 120 paesi, studiando soprattutto i patrimoni dei cittadini. “Da questo punto di vista il Belgio è una scatola nera”, spiega Zucman. I grafici sulla ricchezza del Belgio consultabili sul sito del Wid sono vuoti. “Attraverso il nostro database cerchiamo di fare pressione sui governi affinché raccolgano i dati che ci interessano. Già questo è un buon argomento a favore di una tassa patrimoniale: permette di avere un’immagine molto più chiara di chi possiede cosa”.

Tassare i profitti

Zucman non esita a formulare proposte concrete. In The triumph of injustice dimostra che negli ultimi decenni le multinazionali hanno pagato sempre meno tasse. A livello globale, le imposte sulle società sono passate dal 49 per cento del 1985 al 24 del 2019. Ma la maggior parte delle grandi aziende elude comunque il fisco. Con l’aiuto di società specializzate (Zucman cita la PricewaterhouseCoopers e la Deloitte) trasferiscono i profitti in paradisi fiscali. Secondo l’economista francese c’è una soluzione a questo problema: le multinazionali andrebbero tassate nei paesi in cui fanno profitti. “Se un’azienda vende in Belgio il 10 per cento dei suoi prodotti, il 10 per cento dei suoi profitti andrebbe tassato secondo le aliquote belghe”, spiega Zucman. “È la strategia già adottata da alcuni stati americani, come la California. Ed è facilmente realizzabile. I politici non fanno che ripetere: tutti abbassano le imposte sul reddito delle aziende, anche noi dobbiamo seguire l’esempio degli altri paesi. È uno schema insostenibile, che genera benefici solo per le multinazionali e per i loro azionisti. Ma le piccole imprese, i dipendenti e i pensionati devono coprire il buco che viene a crearsi. Cambiare si può. E per farlo non c’è bisogno di accordi internazionali”.

È una lezione che Zucman ha imparato nel 2010, quando gli Stati Uniti hanno approvato il Foreign account tax compliance act (Fatca): la legge obbliga gli istituti finanziari stranieri a fornire al fisco informazioni sui cittadini statunitensi. Un rifiuto comporta sanzioni economiche. In questo modo gli Stati Uniti sono riusciti a forzare il segreto bancario svizzero. In seguito altri paesi hanno imitato il loro esempio.

Biografia

1986 Nasce a Parigi, in Francia.

2013 Comincia a lavorare all’università della California a Berkeley.

2018 Vince il premio Germán Bernácer, assegnato ogni anno al migliore tra i giovani economisti europei.

2019 Pubblica il libro The triumph of injustice, scritto insieme a Emmanuel Saez.


“Sono quarant’anni che nell’Unione europea fallisce ogni tentativo serio di riscuotere in maniera più efficiente le imposte sul reddito delle aziende. Se uno stato mette il veto, non se ne fa niente. Ecco perché non mi rivolgo più a Margrethe Vestager, commissaria europea alla concorrenza. Mi aspetto molto di più dai singoli paesi. Se dobbiamo aspettare un accordo tra i ventisette stati dell’Unione, ne avremo ancora per cinquant’anni”, dice l’economista.

Zucman è il figlio di due medici parigini. Sua madre è immunologa, suo padre cura i malati di aids. L’esperienza politica che più l’ha segnato risale alla primavera del 2002, quando aveva 15 anni. Al primo turno delle presidenziali francesi, Jean-Marie Le Pen, del Front national, era arrivato secondo, prendendo più voti del socialdemocratico Lionel Jospin. Fu uno shock. Vent’anni dopo sembra che sia cambiato poco. La minaccia dell’estrema destra non è scomparsa. Raramente si è parlato tanto d’identità e di cultura. “Per anni si è detto che non si potevano regolamentare il capitalismo e la globalizzazione. È normale, perciò, che la discussione ruoti intorno a temi come la cultura, i migranti, i confini. È deprimente. I dibattiti sull’identità non migliorano le condizioni di vita della classe media e operaia. L’unica via è una distribuzione più equa della crescita”, sostiene l’economista.

Zucman sottolinea che i confini nazionali diventano un tema importante soprattutto nei paesi in cui le disuguaglianze sono cresciute di più. Gli Stati Uniti hanno eletto Donald Trump, mentre il Regno Unito non fa più parte dell’Unione europea. Gli faccio notare che il populismo di destra ha il vento in poppa anche nell’Europa occidentale, dove le disuguaglianze sono cresciute di meno. “Dice bene: le disuguaglianze sono cresciute di meno. Nel 1980 l’1 per cento della popolazione, i più ricchi, si spartiva il 10 per cento del reddito nazionale negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale. In America la percentuale è salita al 20. Ma è salita anche in Europa, al 12. Perché così tante persone hanno un’opinione negativa dell’Unione? Perché hanno avuto pochissimi vantaggi dall’integrazione economica”. Nel suo ultimo libro, Zucman cerca di spostare il dibattito verso i temi economici. Una delle sue constatazioni più sorprendenti è che i 400 statunitensi più ricchi pagano meno tasse di qualsiasi altra categoria all’interno del paese. Cinquant’anni fa il 54,4 per cento delle loro entrate andava al fisco, mentre alle persone comuni si applicava un’aliquota del 22,5 per cento. Oggi questo divario non esiste più: quelli con i redditi più bassi pagano il 24,2 per cento di tasse e i 400 americani più ricchi solo il 23 per cento. “Il sistema fiscale statunitense si è trasformato in una gigantesca flat tax”, commenta Zucman. Secondo lui questa tendenza non si frena alzando le tasse sui redditi individuali più elevati. Imprenditori come Mark Zuckerberg o Warren Buffett quasi non hanno redditi imponibili, ma dispongono di capitali enormi. Serve una patrimoniale.

Patrimoniali sbagliate

Non si scompone quando gli faccio presente che in passato diversi paesi europei hanno introdotto una tassa simile senza grande successo. “In Francia erano i ricchi a dover dichiarare l’entità del proprio capitale. Il fisco non indagava. Non è un buon sistema”, risponde. “Inoltre chi lasciava il paese sfuggiva alla tassa. Negli Stati Uniti è impossibile. Un cittadino statunitense paga le tasse nel suo paese indipendentemente da dove vive e finché non muore. C’è una logica”. Le patrimoniali europee avevano un altro problema: partivano da soglie troppo basse, per esempio un milione di euro. Siccome si applicavano a un numero elevato di contribuenti, sono state fatte molte eccezioni. Zucman è ottimista. Pensa che il cambiamento sia possibile, anche se ci vorrà tempo.

Gli chiedo se un mondo senza miliardari sarebbe un mondo migliore. Lui ci pensa un po’ e dice: “Non credo che siano necessari per far funzionare l’economia. È raro che chi avvia un’impresa lo faccia per diventare ricchissimo. Inoltre fa paura che ci siano tanti miliardari e al tempo stesso tante persone molto povere. È moralmente sbagliato. Non perderemmo nulla se dicessimo che nessuno dovrebbe disporre di un miliardo di dollari o di euro. Questo non renderebbe la nostra economia meno innovativa. E se potessimo usare il denaro attualmente a disposizione di pochi per migliorare le vite di una moltitudine di persone, il vantaggio sarebbe chiaro. Sì, un mondo senza miliardari sarebbe migliore”. ◆ sm

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Questo articolo è uscito sul numero 1351 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati