A gennaio del 2017 l’Accademia delle scienze cinese ha invitato Liu Cixin, il più famoso scrittore di fantascienza del paese, a visitare il nuovo radiotelescopio costruito nel sudovest della Cina. Grande quasi il doppio di quello dell’osservatorio statunitense di Arecibo, nella giungla portoricana, la nuova struttura cinese è la più grande del mondo, se non dell’universo. Anche se è abbastanza sensibile da individuare i satelliti spia perfino quando non stanno trasmettendo, sarà usata principalmente a scopi scientifici, uno dei quali un po’ insolito. È il primo osservatorio costruito appositamente per captare i messaggi di eventuali intelligenze extraterrestri. Se nei prossimi anni dovesse arrivare un messaggio, la Cina potrebbe essere la prima a sentirlo.
In un certo senso non c’è da meravigliarsi che Liu sia stato invitato a visitarlo. Lo scrittore ha molta voce in capitolo nelle questioni cosmiche del paese, e l’agenzia aerospaziale a volte gli chiede consulenze sulle missioni scientifiche. Liu è il patriarca della fantascienza cinese. Altri scrittori cinesi aggiungono al suo nome il titolo onorifico di Da, che significa “grande”. Negli ultimi anni, gli ingegneri dell’Accademia gli hanno mandato aggiornamenti sulla costruzione del radiotelescopio, accompagnati da commenti su quanto la sua opera abbia ispirato il loro lavoro.
Ma, per altri versi, è strano che abbiano invitato proprio lui. Liu ha scritto molto sui rischi di un contatto con gli extraterrestri. Ha annunciato che la “comparsa dell’Altro” potrebbe essere imminente e provocare la nostra estinzione. “Forse per altri diecimila anni il cielo stellato che l’umanità guarda con ammirazione sarà vuoto e silenzioso”, scrive nella postfazione di uno dei suoi libri. “O forse domani ci sveglieremo e troveremo un’astronave aliena grande come la Luna parcheggiata in orbita”.
Negli ultimi anni Liu è entrato a far parte dei grandi della letteratura mondiale. Nel 2015 il suo _Il problema dei tre corpi _è stato il primo romanzo tradotto a vincere il premio Hugo, il riconoscimento più prestigioso per le opere di fantascienza. Barack Obama ha dichiarato al New York Times che quel libro – il primo di una trilogia –gli ha dato una prospettiva cosmica durante i frenetici anni della sua presidenza. Liu mi ha detto che lo staff dell’ex presidente gli aveva chiesto una copia del terzo volume prima dell’uscita.
Alla fine del secondo volume, uno dei personaggi principali delinea la filosofia che è alla base della trilogia. Nessuna civiltà dovrebbe mai annunciare la sua presenza nel cosmo, dice. Se un’altra civiltà venisse a sapere della sua esistenza si sentirebbe minacciata, perché da sempre le civiltà si espandono allo stesso modo: eliminano gli avversari finché ne incontrano uno che possiede una tecnologia superiore alla loro. A quel punto vengono a loro volta eliminate. Questa cupa concezione del cosmo è stata chiamata “teoria della foresta buia”, perché immagina che tutte le civiltà dell’universo siano come cacciatori nascosti in una notte senza luna, in attesa di sentire il primo fruscio che indica la presenza di un nemico.
La trilogia di Liu comincia alla fine degli anni sessanta, durante la rivoluzione culturale di Mao, quando una ragazza cinese invia un messaggio a un sistema solare vicino. La civiltà che lo riceve s’imbarcherà in una lunga missione per invadere la Terra, ma a lei non importa. Gli orribili crimini delle guardie rosse l’hanno convinta che gli esseri umani non meritano più di vivere. Mentre sono in rotta verso il nostro pianeta, gli extraterrestri distruggono i nostri acceleratori di particelle per impedirci di fare progressi nella fisica, come quelli che hanno prodotto la bomba atomica meno di un secolo dopo l’invenzione del fucile a ripetizione.
La fantascienza è spesso definita letteratura del futuro, ma uno dei suoi temi dominanti sono le allegorie storiche. Isaac Asimov basò il suo Ciclo delle fondazioni sulla storia di Roma antica, e i romanzi della serie _ Dune _di Frank Herbert prendono spunto dalle tradizioni dei beduini arabi. Liu è riluttante a fare collegamenti specifici tra i suoi libri e il mondo reale, ma ammette che il suo lavoro è influenzato dalla storia delle civiltà terrestri, “in particolare dagli incontri tra le civiltà più tecnologicamente avanzate e i primi colonizzatori di un certo territorio”. Uno di questi incontri è avvenuto nell’ottocento, quando il Regno di mezzo cinese, che un tempo dominava l’Asia, vide comparire dal mare le navi degli imperi europei. La loro invasione avrebbe determinato per la Cina un ridimensionamento paragonabile alla caduta dell’impero romano.
Nell’estate del 2017 sono andato in Cina a visitare il nuovo osservatorio, ma prima ho incontrato Liu a Pechino. Mentre chiacchieravamo gli ho chiesto cosa ne pensava dell’adattamento cinematografico del Problema dei tre corpi. “Qui la gente vorrebbe che diventasse lo Star wars cinese”, ha detto con aria afflitta. Le costose riprese sono finite a metà del 2015, ma il film è ancora in postproduzione. A un certo punto è stata sostituita l’intera squadra per gli effetti speciali. “Il nostro sistema non è ancora maturo per i film di fantascienza”, ha detto. Ero andato a intervistare Liu in quanto filosofo cinese del primo contatto con una civiltà extraterrestre, ma volevo anche sapere cosa dovevo aspettarmi dalla visita. Quando l’interprete gli ha tradotto la mia domanda, Liu ha messo da parte la sigaretta e ha sorriso. “Sembra uscito da un libro di fantascienza”, ha detto.
Vecchio e nuovo
Una settimana dopo ho preso un treno ad alta velocità da Shanghai, lasciandomi alle spalle il bagliore violaceo alla Blade runner della città, i caffè e le birrerie alla moda. Sfrecciando sulle rotaie sopraelevate ho visto sfumare i grattacieli, ognuno dei quali è solo una celletta della megastruttura urbana interconnessa dalle ferrovie che negli ultimi anni è spuntata nel paesaggio cinese. Tra il 2011 e il 2013 la Cina ha versato più cemento di quanto ne abbiano usato gli Stati Uniti in tutto il novecento. Ha già costruito linee ferroviarie in Africa, e spera di portare presto i suoi treni ad alta velocità in Europa e perfino in Nordamerica, attraverso un tunnel sotto lo stretto di Bering.
Mentre il treno procedeva verso l’entroterra, i grattacieli e le gru scomparivano. Guardando i campi di riso color smeraldo tra la nebbia era facile immaginare la Cina antica, il paese la cui lingua scritta era stata adottata da quasi tutta l’Asia; la Cina che aveva inventato le monete di metallo, le banconote di carta e la polvere da sparo; la Cina artefice di un sistema per domare i fiumi che ancora irriga le sue colline terrazzate. Procedendo verso ovest quelle colline diventavano più ripide, i gradoni sempre più alti, fino a quando ho dovuto appoggiare la fronte al finestrino per vederne la cima. Ogni tanto partiva una nota bassa alla Hans Zimmer e il vetro si riempiva della fiancata bianca da nave spaziale di un altro treno, che sfrecciava nella direzione opposta a trecento chilometri all’ora.
Era metà pomeriggio quando siamo scivolati silenziosamente all’interno dello scintillante, cavernoso terminal di Guiyang, la capitale del Guizhou, una delle province più povere e remote della Cina. Sembrava che fosse in corso una trasformazione sociale imposta dal governo. C’erano cartelli che chiedevano alla gente di non sputare per terra. Gli altoparlanti invitavano i passeggeri a rispettare le “buone maniere”. E quando un uomo anziano ha saltato la fila per i taxi, una guardia di sicurezza lo ha rimproverato davanti a una folla di centinaia di persone.
La mattina dopo sono sceso nella hall dell’albergo per incontrare l’autista che avevo assunto per andare all’osservatorio. Due ore dopo l’inizio di un percorso che doveva durarne quattro, si è fermato sotto la pioggia e si è inoltrato in un campo dove una donna stava raccogliendo riso per chiedere indicazioni su un osservatorio che era a più di 150 chilometri di distanza. Dopo molto gesticolare da parte di entrambi, lei gli ha indicato la direzione con il falcetto.
Siamo ripartiti, passando attraverso piccoli villaggi, suonando il clacson a motociclisti e pedoni perché si togliessero di mezzo. Alcune delle case lungo la strada erano edifici vecchi di secoli, con i cornicioni all’insù; altre erano state appena costruite e ci vivevano le persone che lo stato aveva ricollocato per fare posto al nuovo osservatorio. Un gruppo di contadini si era lamentato delle nuove case, attirando l’attenzione della stampa occidentale, un evento raro per un progetto del governo cinese.
Filosofi del futuro
Il programma per la ricerca di forme d’intelligenza extraterrestri (Seti) spesso viene deriso e considerato una specie di misticismo religioso, perfino all’interno della comunità scientifica. Circa un quarto di secolo fa il congresso degli Stati Uniti revocò i finanziamenti al programma Seti con un emendamento al bilancio proposto dal senatore Richard Bryan, il quale disse che sperava di “mettere fine alla caccia ai marziani a spese dei contribuenti”. È uno dei motivi per cui è stata la Cina a costruire il primo radiotelescopio destinato principalmente alla ricerca di forme di vita extraterrestri.
Decine di sottilissime sonde saranno spinte da un gigantesco raggio laser verso Alfa Centauri, a più di quattro anni luce di distanza
In realtà il Seti ha qualche tratto in comune con la religione. È motivato dal profondo desiderio umano di connessione e trascendenza. Si occupa degli interrogativi sulle origini dell’uomo, sulla forza creatrice della natura e sul nostro futuro nell’universo, in un momento in cui le religioni tradizionali non convincono più molte persone. Perché questi aspetti dovrebbero deporre a sfavore del Seti non è chiaro. E non è chiaro il motivo per cui il congresso statunitense pensi che il Seti non sia degno di essere finanziato, visto che in passato Washington è stata ben contenta di spendere centinaia di milioni di dollari per fare ambiziose ricerche su fenomeni la cui esistenza non era stata ancora dimostrata. Le missioni che hanno portato alla scoperta dei buchi neri e delle onde gravitazionali sono state finanziate anche se si basavano su semplici ipotesi. Come ha dimostrato Darwin, la possibilità che su un pianeta si sviluppino forme di vita intelligente non è una semplice ipotesi. Anzi, il Seti potrebbe essere il progetto scientifico più affascinante suggerito dal darwinismo.
Anche senza i finanziamenti statunitensi, oggi il Seti sta vivendo un periodo di rinascita globale. I telescopi moderni ci permettono di osservare stelle più lontane e i pianeti che girano nelle loro orbite. Con le tecnologie di prossima generazione potremo vedere oltre l’atmosfera di quei pianeti. I ricercatori del Seti si stanno preparando per questo momento. Nel loro esilio sono diventati filosofi del futuro. Hanno cercato di immaginare quali tecnologie potrebbe usare una civiltà più avanzata e quali tracce potrebbero lasciare quelle tecnologie sull’universo osservabile. Hanno trovato il modo d’individuare a distanza le tracce chimiche di inquinanti artificiali. Hanno imparato a esplorare densi campi stellari per scoprire strutture gigantesche ideate per difendere i pianeti dalle onde d’urto dell’esplosione di una supernova.
Nel 2015 il miliardario russo Yuri Milner ha investito cento milioni di dollari in un nuovo programma di ricerca guidato dagli scienziati dell’università della California a Berkeley. L’équipe effettuava più osservazioni in un solo giorno di quante se ne facevano in un anno un decennio fa. Nel 2016 Milner ha investito altri cento milioni in una missione di ricerca interstellare. Decine di sottilissime sonde saranno spinte da un gigantesco raggio laser verso Alfa Centauri, a più di quattro anni luce di distanza, per studiare da vicino i suoi pianeti. Milner mi ha detto che le telecamere delle sonde potrebbero essere in grado d’individuare i singoli continenti. L’équipe ha creato un modello della radiazione che un laser simile emetterebbe nello spazio, e ha notato sorprendenti similitudini con i misteriosi “lampi radio veloci” osservati dagli astronomi: a provocarli potrebbero essere altri laser che inviano sonde simili in altre parti del cosmo.
Andrew Siemion, che dirige l’équipe di Milner, sta cercando di verificare questa possibilità. Ha visitato il radiotelescopio cinese mentre era ancora in costruzione per gettare le basi di una collaborazione e accogliere la squadra cinese in una rete di osservatori radio che dovrebbero collaborare al programma Seti insieme ad altre nuove strutture costruite in Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica.Prima che partissi per la Cina, Siemion mi aveva avvertito che non era facile arrivare all’osservatorio, ma che mi sarei accorto di essere abbastanza vicino quando il segnale del mio telefono si fosse indebolito. Nei pressi del telescopio le trasmissioni radio sono vietate per evitare che gli scienziati le scambino per segnali dallo spazio profondo. I supercomputer stanno ancora vagliando miliardi di falsi positivi raccolti in passato, quasi tutti causati da interferenze della tecnologia umana.
L’autista stava per arrendersi quando il segnale del mio cellulare ha cominciato a svanire. Eravamo in viaggio da cinque ore e il cielo era diventato buio. Tra quelle montagne che ricordavano il paesaggio di Avatar soffiava un forte vento e le lunghe canne di bambù ondeggiavano come gigantesche piume verdi. Le prime gocce di pioggia hanno bagnato il parabrezza nel momento in cui ho definitivamente perso il segnale.
La settimana prima, io e Liu avevamo visitato un luogo per osservare le stelle molto più antico. Nel 1442, dopo che la dinastia Ming aveva trasferito la capitale a Pechino, l’imperatore inaugurò la costruzione di un nuovo osservatorio nei pressi della Città proibita. Alta più di dodici metri, l’elegante struttura a castello avrebbe ospitato i più preziosi strumenti astronomici cinesi.
Nessuna civiltà terrestre ha una tradizione di studi astronomici più lunga di quella della Cina, i cui primi imperatori traevano la propria legittimazione dal cielo, sotto forma di un “mandato divino”. Più di 3.500 anni fa, gli astronomi di corte cinesi incidevano pittogrammi di eventi cosmici su gusci di tartaruga e ossa di bue. Una di queste “ossa oracolo” riporta la più antica testimonianza conosciuta di un’eclissi solare. Probabilmente era stata interpretata come presagio di una catastrofe, forse di un’invasione imminente.
Io e Liu ci eravamo seduti a un tavolo di marmo nero nel cortile di pietra dell’osservatorio. Sulle nostre teste, pini secolari bloccavano la luce velata che filtrava dal cielo giallo e inquinato di Pechino. Dietro una porta rossa rotonda alla fine del cortile c’era una scala che portava alla torretta di osservazione dov’erano custoditi alcuni antichi strumenti astronomici, tra cui un gigantesco globo celeste sostenuto da draghi di bronzo. Il globo fu rubato nel 1900, quando un’alleanza di otto paesi invase Pechino per domare la rivolta dei boxer. I soldati tedeschi e francesi fecero irruzione nel cortile dov’eravamo seduti io e Liu e portarono via dieci dei preziosi strumenti dell’osservatorio.
In seguito gli strumenti furono restituiti, ma quell’incidente non è mai stato dimenticato. Nei libri cinesi di storia quel periodo è definito il “secolo dell’umiliazione”, il punto più basso della lunga caduta della Cina dall’apice raggiunto sotto la dinastia Ming. Quando l’osservatorio era stato costruito, la Cina poteva a buon diritto considerarsi l’unica sopravvissuta delle civiltà dell’era del bronzo come quelle dei babilonesi, dei micenei e degli antichi egizi. Per i poeti occidentali le rovine della civiltà egizia erano la prova che niente sopravvive per sempre. Ma la civiltà cinese era sopravvissuta. I suoi imperatori amministravano la più grande e complessa organizzazione sociale del pianeta. Imponevano tributi ai paesi vicini, che mandavano inviati a Pechino per la barocca cerimonia dell’inchino con la faccia a terra davanti all’imperatore.
Il paradosso di Needham
Nel primo volume della sua fondamentale opera Scienza e civiltà in Cina, pubblicato nel 1954, il sinologo britannico Joseph Needham si chiedeva perché mai la rivoluzione scientifica non fosse avvenuta in Cina, dove c’era una sofisticata meritocrazia intellettuale basata su esami che misuravano la conoscenza dei testi classici. Questo interrogativo è diventato noto come il “problema di Needham”, anche se già Voltaire si era chiesto perché mai la matematica cinese si era fermata alla geometria, e perché erano stati i gesuiti a portare la rivoluzione copernicana in Cina e non il contrario. Il filosofo francese lo aveva spiegato con l’importanza che il confucianesimo attribuisce alla tradizione. Altri storici hanno dato la colpa all’eccezionale stabilità politica del paese. In un territorio sconfinato governato da lunghe dinastie, probabilmente lo sviluppo tecnico era stato meno incoraggiato che in Europa, dove almeno dieci entità politiche affollavano uno spazio molto più piccolo ed entravano continuamente in conflitto. Come abbiamo imparato dallo sviluppo della bomba atomica, le necessità della guerra aguzzano il pensiero scientifico.
Altri studiosi ancora hanno accusato la Cina premoderna di non essere abbastanza curiosa della vita al di là dei propri confini. Si ritiene che questa mancanza di curiosità sia stato il motivo per cui durante il medioevo la Cina interruppe l’innovazione navale, proprio all’alba dell’era delle esplorazioni europee, quando le potenze imperiali occidentali cercavano di recuperare le tradizioni dei navigatori ateniesi.
Quali che siano stati i motivi, la Cina ha pagato caro il fatto di essere rimasta indietro rispetto all’occidente nel campo della scienza e della tecnologia. Nel 1793 il re britannico Giorgio III riempì una nave delle più stupefacenti invenzioni del suo impero e la mandò in Cina, ma l’imperatore gli rispose che “non sapeva che farsene” di tutte quelle cianfrusaglie inglesi. Circa mezzo secolo dopo, il Regno Unito tornò in Cina a cercare compratori per l’oppio indiano, ma ancora una volta l’imperatore disse di no, anzi proibì la vendita della droga e distrusse le navi che trasportavano mille tonnellate di oppio britannico. La marina di sua maestà rispose con tutta la forza della sua tecnologia, mandando le proprie navi a vapore corazzate su per lo Yangtze ad affondare le giunche cinesi, fino a quando l’imperatore non ebbe altra scelta se non firmare il primo di quei “trattati iniqui” che portarono alla cessione di Hong Kong e di altri cinque porti ai britannici. Quando i francesi colonizzarono il Vietnam si unirono a questa “spartizione del melone cinese”, come sarebbe stata chiamata, insieme ai tedeschi che occuparono una buona parte dello Shandong.
Nel frattempo il Giappone, che la Cina aveva sempre considerato un “fratello minore”, aveva risposto all’aggressione occidentale con una rapida modernizzazione della sua marina, tanto che nel 1894 era riuscito ad affondare quasi tutta la flotta cinese in un’unica battaglia e si era preso come bottino Taiwan. E questo era stato solo il preludio della sua brutale invasione della Cina a metà del novecento, in una campagna di espansione che doveva portare la civiltà giapponese a dominare su tutto il Pacifico. Un tentativo che stava perfettamente riuscendo, finché non incontrò gli Stati Uniti e le loro bombe atomiche in grado di distruggere intere città.
In tutta la storia è facile trovare esempi di civiltà in espansione che ne hanno sottomesse altre usando tecnologie avanzate
Le umiliazioni della Cina si moltiplicarono con l’ascesa degli Stati Uniti. Dopo aver mandato duecentomila uomini sul fronte occidentale a sostegno delle forze alleate durante la prima guerra mondiale, i diplomatici cinesi arrivarono a Versailles aspettandosi una sorta di restaurazione o almeno l’annullamento dei trattati iniqui. Invece furono messi a sedere al tavolo dei bambini con la Grecia e il Siam, mentre le potenze occidentali si spartivano il pianeta.
Solo di recente Pechino ha riconquistato la sua influenza geopolitica, dopo essersi aperta al mondo con Deng Xiaoping negli anni ottanta. Deng aveva una venerazione quasi religiosa per la scienza e la tecnologia, che permane nella cultura cinese di oggi. In questo decennio il paese supererà gli Stati Uniti negli investimenti per la ricerca e lo sviluppo, ma la qualità della sua produzione intellettuale è molto variabile. Secondo uno studio, perfino nelle più prestigiose istituzioni accademiche un terzo delle pubblicazioni scientifiche è fasullo o copiato. Data la scarsa considerazione riservata alle pubblicazioni scientifiche locali, pare che le università cinesi offrano ricchi compensi ai ricercatori che pubblicano sulle riviste occidentali.
Resta da vedere se la scienza cinese riuscirà mai a raggiungere quella occidentale senza un serio impegno politico per garantire la libera circolazione delle idee. In Cina la persecuzione degli scienziati dissidenti è cominciata con Mao, i cui ideologi consideravano le teorie di Einstein “controrivoluzionarie”. Ma non è finita con lui. Anche in mancanza di vere e proprie persecuzioni, la censura digitale cinese è un ostacolo per gli scienziati, che hanno difficoltà ad accedere ai dati pubblicati all’estero.
La Cina ha imparato a sue spese che le grandi conquiste scientifiche danno prestigio a una nazione. Mentre la Russia lanciava i primi satelliti e i primi esseri umani nello spazio e gli statunitensi piantavano la bandiera a stelle e strisce sulla Luna, l’Impero celeste rimaneva in disparte a guardare.
La Cina si è concentrata soprattutto sulle scienze applicate. Ha costruito il più veloce supercomputer del mondo, ha speso molto per la ricerca medica e nel nordovest ha piantato una “grande muraglia verde” di foreste come estremo tentativo per fermare l’avanzata del deserto del Gobi. Ora sta riversando le sue immense risorse sulle scienze fondamentali. Ha in progetto di costruire un acceleratore di particelle che catturerà migliaia di “particelle di dio” nello stesso tempo che il Large hadron collider (Lhc) del Cern ha impiegato a separarne una manciata. Sta anche pensando a Marte. Nel linguaggio tecnopoetico del ventunesimo secolo, niente simboleggerebbe l’ascesa della Cina meglio di una foto ad alta definizione di un astronauta cinese che mette piede sul pianeta rosso. Niente, forse, tranne il primo contatto con gli extraterrestri.
A un posto di blocco a una quindicina di chilometri del telescopio, ho consegnato il mio cellulare a una guardia, che lo ha chiuso in un armadietto e mi ha scortato fino a un metal detector per verificare che non avessi con me nessun altro apparecchio elettronico. Un’altra guardia mi ha accompagnato in macchina lungo una stretta strada di accesso, per arrivare a una serie di rampe i cui 800 scalini si arrampicavano sulla montagna, attraverso nuvole di libellule blu, fino a una piattaforma affacciata sull’osservatorio.
Un posto tranquillo
Fino a pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a settembre del 2017, il radioastronomo Nan Rendong era il responsabile scientifico dell’osservatorio, e la sua anima. È stato lui a fare in modo che il nuovo telescopio fosse adatto alla ricerca di forme d’intelligenza extraterrestri. Partecipò al progetto fin dall’inizio, nei primi anni novanta, usando le immagini satellitari per individuare centinaia di siti per il radiotelescopio tra le profonde depressioni delle montagne carsiche cinesi.
A parte le microonde, come quelle che costituiscono il bagliore residuo del big bang, le onde radio sono la forma più debole di radiazione elettromagnetica. L’energia di tutte le onde radio catturate dagli osservatori del pianeta in un anno è inferiore all’energia cinetica rilasciata quando un solo fiocco di neve si adagia sulla nuda terra. Per catturare questi segnali eterei ci vuole un assoluto silenzio tecnologico. È per questo che un giorno la Cina vorrebbe costruire un radiotelescopio sul lato buio della Luna, un luogo molto più silenzioso di qualsiasi posto sulla Terra. È per questo che, nel corso dell’ultimo secolo, tanti radiotelescopi sono spuntati come grandi funghi bianchi negli spazi vuoti tra le scintillanti città del pianeta. Ed è per questo che Nan venne a cercare un posto tra questi monti remoti. Alte, frastagliate e coperte di vegetazione subtropicale, queste montagne di calcare sbucano all’improvviso dalla crosta terrestre e formano barriere in grado di proteggere l’osservatorio dal vento e dalle interferenze radio.
Dopo aver stilato un elenco di possibili candidati, Nan andò a esplorarli a piedi. Addentrandosi nella depressione di Dawodang, si ritrovò alla base di una conca quasi simmetrica, circondata da un cerchio perfetto di montagne verdi formate dai processi casuali di sollevamento ed erosione. Più di vent’anni e 150 milioni di euro dopo, Nan posizionò il telescopio per la sua prima osservazione, la sua “prima luce” nel gergo degli astronomi, e lo puntò verso la radiazione di una supernova, o “stella ospite”, come l’avevano chiamata i cinesi quando avevano registrato la luminosità insolita della sua esplosione circa mille anni prima.
Dopo che sarà stato calibrato, il radiotelescopio comincerà a scansionare grandi porzioni di cielo. L’équipe di Andrew Siemion sta collaborando con i cinesi per creare uno strumento che aumenti ulteriormente il raggio di queste rilevazioni.
Siemion mi ha confessato di essere particolarmente emozionato all’idea di osservare i fitti campi stellari al centro della galassia. “Sarebbe un posto molto interessante per una civiltà avanzata”, ha detto. Il grande numero di stelle e la presenza di un buco nero supermassiccio offrono le condizioni ideali “se si vogliono lanciare sonde in giro per la galassia”. Il ricevitore di Siemion affinerà i suoi sensibili algoritmi su miliardi di lunghezze d’onda, attraverso miliardi di stelle, alla ricerca di un segnale.
Liu Cixin dubita che il telescopio ne capterà uno. Nella sua concezione del cosmo come una foresta buia, nessuna civiltà invierebbe un segnale luminoso a meno che non fosse un “messaggio di morte”, una potente trasmissione che annuncia l’imminente estinzione di chi lo sta inviando: se una civiltà stesse per essere invasa da un’altra o incenerita da un’esplosione di raggi gamma o distrutta da qualche altra causa naturale, potrebbe usare le sue ultime energie per lanciare il suo grido di morte ai pianeti vicini su cui è possibile che si sia sviluppata la vita.
Pensiero limitato
Anche se Liu ha ragione e non c’è nessuna speranza di catturare un segnale, il radiotelescopio cinese è comunque abbastanza sensibile da captare anche i più deboli sussurri radio di una civiltà, quelli che non sono fatti per essere sentiti, come le onde dei radar aeronautici che emanano costantemente dalla superficie terrestre. Se le civiltà sono veramente cacciatrici silenziose, sarebbe utile poter cogliere queste radiazioni “involontarie”.
Molte delle stelle che popolano il cielo notturno potrebbero essere circondate da un debole alone di queste radiazioni, risultato delle prime esperienze di una civiltà con la tecnologia radio, fatte prima di rendersi conto del pericolo e di spegnere i suoi trasmettitori. Gli osservatori precedenti potevano cercare queste radiazioni solo in una manciata di stelle, il telescopio cinese è così sensibile da scandagliarne migliaia.
A Pechino avevo detto a Liu che speravo ancora in un segnale. Gli avevo detto che la sua teoria della foresta buia si basava su una lettura troppo ristretta della storia. Forse deduceva troppe cose sul comportamento generale delle civiltà dagli incontri specifici tra la Cina e l’occidente. Liu mi aveva risposto, in modo convincente, che l’esperienza della Cina con l’occidente riflette dinamiche più generali. In tutta la storia è facile trovare esempi di civiltà in espansione che ne hanno sottomesse altre usando tecnologie avanzate. “È successo anche nella storia della Cina imperiale”, mi aveva detto, riferendosi al lungo dominio del paese sui suoi vicini.
Ma anche se queste dinamiche si possono far risalire all’inizio della storia conosciuta, se non addirittura alla più nebulosa preistoria, quando gli uomini di Neanderthal scomparvero dopo essere entrati in contatto con gli esseri umani moderni, questo potrebbe comunque non dirci molto sulle civiltà della galassia. Per una civiltà che abbia imparato a sopravvivere per periodi cosmici, l’intera esistenza dell’umanità sarebbe solo un istante in un’alba lunga e luminosa. E nessuna civiltà potrebbe durare decine di milioni di anni senza aver raggiunto la pace al suo interno. Gli esseri umani hanno già creato armi che mettono a rischio l’intera specie. Probabilmente le armi di una civiltà avanzata sarebbero molto più potenti. Avevo detto a Liu che la relativa giovinezza dell’umanità suggerisce che siamo un’eccezione nello spettro dei possibili comportamenti di una civiltà, non un caso da generalizzare. La Via Lattea è abitabile da miliardi di anni. Chiunque riuscissimo a contattare sarebbe sicuramente più vecchio di noi, e forse più saggio.
Inoltre non c’è nessuna prova che per le civiltà più vecchie espandersi sia una priorità. I ricercatori del Seti puntano a individuare civiltà che si sono espanse in tutte le direzioni a partire da un unico punto, costruendo una sfera di tecnologia sempre più grande fino a colonizzare intere galassie. Se consumassero un’enorme quantità di energia, come ci si aspetta, queste civiltà emanerebbero un bagliore infrarosso, eppure non ne abbiamo ancora trovato traccia. Forse le macchine che si autoriproducono, necessarie per espandersi rapidamente attraverso cento miliardi di stelle, a un certo punto s’inceppano a causa della somma degli errori di programmazione. O forse le civiltà si espandono in modo irregolare nella galassia, come hanno fatto gli esseri umani sulla Terra. Ma perfino una civiltà che avesse assoggettato un decimo delle stelle della galassia sarebbe facile da trovare, e non ne abbiamo trovata nessuna, pur avendo cercato in centomila galassie.
Alcuni ricercatori del Seti hanno ipotizzato metodi di espansione più furtivi. Hanno immaginato l’esistenza di “sonde Genesis”, navi spaziali che possono seminare microbi su un pianeta o accelerare l’evoluzione sulla sua superficie provocando un’esplosione cambriana come quella che ha stimolato la creatività biologica sulla Terra. Qualcuno ha perfino provato a dimostrare che una nave spaziale simile ha visitato il nostro pianeta, cercando messaggi codificati nel nostro dna, che dopotutto è il miglior metodo d’immagazzinare informazioni che la scienza conosca. Ma neanche in questo caso si è trovato nulla. L’idea che le civiltà si espandono potrebbe essere tristemente antropocentrica.
Liu non accetta quest’ipotesi. Per lui l’assenza di quei segnali è solo un’altra prova che i cacciatori sono bravi a nascondersi. Secondo lui il nostro modo di pensare alle altre civiltà è limitato. “Soprattutto nel caso di quelle che potrebbero durare milioni o miliardi di anni”, dice. “Quando ci chiediamo perché non usano certe tecnologie per espandersi, forse siamo come ragni che si chiedono perché gli esseri umani non usano le ragnatele per catturare gli insetti”. E comunque, una civiltà più vecchia che ha raggiunto la pace al suo interno potrebbe comportarsi lo stesso da cacciatrice, dice Liu, anche perché si renderebbe conto della difficoltà di “comprendersi a vicenda attraverso le distanze cosmiche”. E saprebbe che il rischio di un’incomprensione può essere fatale.
Un primo contatto sarebbe ancora più pericoloso se incontrassimo un’intelligenza artificiale postbiologica che ha assunto il controllo del suo pianeta. La sua visione del mondo sarebbe doppiamente aliena. Probabilmente non conoscerebbe l’empatia, che non è un tratto essenziale dell’intelligenza ma un’emozione nata da una particolare cultura e storia evolutiva. La logica alla base delle sue azioni andrebbe oltre l’immaginazione umana. Potrebbe aver trasformato il suo intero pianeta in un supercomputer e, secondo l’ipotesi di tre ricercatori di Oxford, concluso che il cosmo attuale è troppo caldo per funzionare in modo efficiente a lunghissimo termine. Potrebbe nascondersi e scivolare in un sonno senza sogni per centinaia di milioni di anni, finché l’universo non avrà raggiunto una temperatura che le consentirebbe di funzionare per milioni di anni.
L’impronta di dio
Mentre salivo l’ultima rampa di scale per raggiungere la piattaforma di osservazione, la Terra stessa sembrava vibrare come un supercomputer, a causa del ronzio degli insetti amplificato dall’acustica del radiotelescopio. La prima cosa che mi ha colpito non è stato l’osservatorio stesso, ma le montagne carsiche. Erano tutte distinte e bitorzolute. Era come se i maya avessero costruito gigantesche piramidi in un raggio di centinaia di chilometri, e che man mano che la vegetazione le invadeva si fossero tutte deformate in modo diverso. Si estendevano in ogni direzione fino all’orizzonte, le più vicine erano verde scuro, le più lontane quasi azzurre.
L’osservatorio, abbastanza profondo da contenere due ciotole di riso per ogni abitante del pianeta, era un vero esempio di sublime tecnologico
Da questo paesaggio caotico emergeva la spettacolare struttura del radiotelescopio. Largo come cinque campi da calcio, e abbastanza profondo da contenere due ciotole di riso per ogni abitante del pianeta, era un vero esempio di sublime tecnologico. Fredda e concava, l’antenna sembrava tutt’uno con la Terra. Era come se dio avesse premuto un dito perfettamente rotondo nella crosta del pianeta, lasciando una liscia impronta argentata.
Sono rimasto seduto lì per un’ora sotto la pioggia, mentre nuvole scure proiettavano chiazze di luce sull’osservatorio. Le migliaia di pannelli di alluminio triangolari producevano un effetto mosaico: alcuni erano di un argento brillante, altri color bronzo pallido. Era strano pensare che, se il segnale lanciato da un’intelligenza lontana ci raggiungesse, probabilmente cadrebbe in quella conca. Le onde radio rimbalzerebbero dall’antenna al ricevitore. Sarebbero analizzate e verificate. I protocolli internazionali prevedono che un primo contatto sia immediatamente comunicato, ma non sono vincolanti. Forse la Cina renderebbe pubblica la notizia del segnale ma non la sua origine, per evitare che qualcun altro invii un segnale di risposta. Forse lo tratterebbe come un segreto di stato, ma uno dei suoi partner internazionali potrebbe tradirla. O forse uno dei suoi stessi scienziati invierebbe il segnale oltre le barriere imposte dal governo, libero di volare per il caotico garbuglio di fibre ottiche che percorre tutto il pianeta.
Quando ero a Pechino avevo chiesto a Liu di mettere da parte per un momento la teoria della foresta buia e immaginare che l’Accademia delle scienze cinese lo chiamasse per dirgli che aveva captato un segnale. Come avrebbe risposto al messaggio di una civiltà cosmica? Mi aveva detto che non avrebbe fatto un resoconto dettagliato della storia umana: “È troppo cupa, potrebbe farci apparire più pericolosi di quello che siamo”. Nel suo romanzo Blindsight, Peter Watts ipotizza che il semplice riferimento all’io individuale sarebbe sufficiente per farci apparire una minaccia esistenziale. Avevo ricordato a Liu che, monitorando abbastanza a lungo l’habitat dei pianeti su cui è possibile che si sviluppi la vita, come sicuramente farebbe una cultura avanzata, una civiltà lontana potrebbe rilevare il lampo delle bombe atomiche nella loro atmosfera. Forse non saremmo noi a decidere se rivelare o meno la nostra storia.
Secondo Liu il primo contatto scatenerebbe un conflitto tra gli esseri umani, se non addirittura una guerra mondiale. Questo è un tema ricorrente nella fantascienza. Nel film del 2016 Arrival _l’improvvisa comparsa di un’intelligenza extraterrestre ispira la nascita di sette apocalittiche e rischia di scatenare una guerra tra le potenze mondiali che fanno a gara per essere le prime a decodificare i messaggi degli alieni. Il pessimismo di Liu trova conferma anche nella realtà: nel 1949, quando in Ecuador fu mandata in onda una replica di _La guerra dei mondi, la trasmissione radio di Orson Welles che simulava un’invasione aliena, scoppiò una rivolta che fece sei vittime. “Abbiamo combattuto per problemi che erano molto più facili da risolvere”, dice Liu. Ma anche se un primo contatto non comportasse uno scontro geopolitico, sicuramente provocherebbe un radicale cambiamento culturale, perché metterebbe alla prova tutte le religioni della terra. I buddisti se la caverebbero facilmente: la loro fede dà già per scontata l’esistenza di un universo antichissimo e infinito, in ogni angolo del quale vibrano le energie degli esseri viventi. Il cosmo indù è altrettanto enorme e brulicante di vita. Il Corano parla della “creazione del cielo, della terra e delle creature viventi che Allah ha sparso ovunque”. Gli ebrei sono convinti che il potere di Dio non abbia confini, certo non quelli di questo piccolo pianeta.
Per il cristianesimo sarebbe più difficile. Nella teologia cristiana contemporanea si discute se la salvezza portata da Cristo possa considerarsi estesa a tutte le anime dell’universo o se i peccatori dei pianeti lontani abbiano bisogno di un intervento divino. Il Vaticano è ansioso d’integrare la possibilità dell’esistenza di forme di vita extraterrestri nella sua dottrina, forse perché ha la sensazione che stia per arrivare un’altra rivoluzione scientifica. Il ricordo della persecuzione di Galileo è ancora fresco nella sua lunga memoria istituzionale.
Nell’eventualità di un primo contatto, anche gli umanisti laici dovranno rivedere le loro teorie. Copernico ha tolto la Terra dal centro dell’universo, e Darwin ha gettato gli esseri umani nel fango insieme al resto del mondo animale. Ma anche in questo contesto, gli umani hanno continuato a considerarsi l’espressione più alta della natura. Abbiamo continuato a trattare le creature “inferiori” con grande crudeltà. Ci siamo meravigliati del fatto che l’esistenza stessa sia stata concepita in modo tale da generare esseri come noi a partire dai materiali e dalle leggi più semplici. Ci siamo illusi di essere, per usare le parole di Carl Sagan, “il modo dell’universo di conoscere se stesso”. Sono tutte formule laiche per dire che siamo fatti a immagine di dio.
Un giorno potremmo essere ridimensionati dalla scoperta che siamo collegati, attraverso le distanze siderali, a una rete più antica di menti, di compagni in questo lungo viaggio nel tempo. Potremmo ricevere da loro una lezione sulla vera storia delle civiltà, giovani, vecchie o estinte che siano. Potremmo scoprire opere d’arte di dimensioni galattiche, nate da tradizioni che risalgono a milioni di anni fa. Forse ci chiederebbero di partecipare a osservazioni scientifiche che possono essere condotte solo da più civiltà distanti tra loro centinaia di anni luce. Osservazioni di questo tipo potrebbero svelarci aspetti della natura che ancora non siamo in grado d’immaginare. Potremmo scoprire una nuova metafisica. E, se saremo fortunati, una nuova etica. Emergeremmo dal nostro shock esistenziale con una nuova consapevolezza dell’umanità che ci unisce. Il primo raggio di luce che ci raggiungerà in questa foresta buia potrebbe illuminare anche il nostro mondo. ◆bt
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati