Da una parte del mondo Stati Uniti e Israele stanno portando avanti uno sconsiderato attacco contro l’Iran, che ha avuto enormi conseguenze sulle esportazioni di combustibili fossili dalla regione. Questo ha già prodotto effetti negativi sulla vita quotidiana in diversi paesi, facendo salire il prezzo del petrolio e della benzina e mettendo a rischio la disponibilità di fertilizzanti prodotti a partire dagli idrocarburi per la semina primaverile.
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Dall’altra parte del mondo, prima in California e nel sudovest degli Stati Uniti e poi in tutto il continente, un’ondata di caldo senza precedenti ha causato temperature straordinarie per la metà di marzo, con implicazioni drammatiche per l’agricoltura, gli incendi, l’accumulo di neve e il ciclo dell’acqua. I due eventi sono collegati: il clima è in crisi perché abbiamo bruciato troppi combustibili fossili per troppo tempo.
Secondo l’Associated Press “la guerra in Iran sta mettendo a nudo la dipendenza globale dalle vulnerabili rotte degli idrocarburi, rendendo più urgenti gli appelli ad accelerare la transizione verso le energie rinnovabili. Il conflitto ha di fatto bloccato le esportazioni di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto (gnl) del pianeta. L’interruzione ha scosso i mercati dell’energia, facendo impennare i prezzi e mettendo in difficoltà le economie dipendenti dalle importazioni. L’Asia, dove era diretta gran parte del petrolio bloccato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, è stata colpita più duramente, ma le ripercussioni si fanno sentire anche in Europa, dove i governi stanno cercando il modo di ridurre la domanda di energia, e in Africa, che si prepara all’aumento del costo del carburante e di quello dell’inflazione. A differenza che nelle precedenti crisi petrolifere, oggi in molti paesi le energie rinnovabili sono competitive rispetto ai combustibili fossili. Secondo l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel 2024 oltre il 90 per cento dei nuovi progetti di energia rinnovabile a livello mondiale aveva costi inferiori rispetto alle alternative basate sui combustibili fossili”.
La guerra e il blocco dello stretto di Hormuz stanno spingendo sempre più persone a comprendere che l’uso dei combustibili fossili è deleterio dal punto di vista politico oltre che da quello ambientale. Donald Trump sembra non pensare mai alle conseguenze e alle mosse successive (a volte pare convinto che non ce ne saranno, forse perché crede che il suo potere sia l’unico che conta). Ma gli effetti a lungo termine di questa guerra potrebbero essere l’opposto di quanto sperano i suoi sostenitori nell’industria dei combustibili fossili: un’accelerazione della transizione energetica.
Ovviamente Trump sta anche combattendo una guerra interna contro le energie rinnovabili, tagliando i fondi, cancellando i permessi e perfino corrompendo (con i soldi di noi contribuenti) l’azienda francese TotalEnergies per bloccare la costruzione di parchi eolici al largo delle coste statunitensi. Ricordiamoci che nell’estate del 2024 Trump ha promesso ai dirigenti delle aziende petrolifere che se avessero donato un miliardo di dollari alla sua campagna elettorale gli avrebbe dato in cambio tutto quello che volevano. Hanno dato, e ora stanno incassando.
Come sottolinea l’articolo dell’Associated Press, oggi la maggior parte dei progetti per la produzione di energia nel mondo è basata sulle rinnovabili, perché sono il modo migliore per alimentare qualunque cosa funzioni con l’elettricità, e una transizione collegata sta elettrificando qualunque cosa, dagli impianti domestici ai macchinari per l’edilizia e alle industrie. Nel 2025 Bill McKibben ha scritto sul New Yorker che nel mondo “ogni quindici ore vengono installati pannelli solari capaci di produrre un gigawatt, l’equivalente di una centrale a carbone”.
L’energia rinnovabile è anche energia decentralizzata, che non può essere monopolizzata da cartelli e multinazionali perché il sole, il vento, il calore geotermico e i corsi d’acqua sono distribuiti su tutta la superficie terrestre. Anni fa Mark Z. Jacobson, un ingegnere climatico dell’università di Stanford, ha messo a punto una serie di piani di transizione per tutti i cinquanta stati americani e per quasi tutti i paesi del mondo, dimostrando che ognuno ha diverse combinazioni di fonti energetiche, ma tutti ne possiedono a sufficienza.
L’energia rinnovabile è energia locale ed è anche gratuita, perché una volta costruite le infrastrutture come turbine eoliche e pannelli solari e il sistema di distribuzione, il “carburante” è costituito dal sole o dal vento, che non costano niente e non finiscono mai. Oggi in Australia l’energia fotovoltaica è così abbondante che l’elettricità è gratis nelle tre ore del giorno in cui l’irraggiamento solare è al massimo. La California sfrutta il picco solare con il più grande parco di batterie fuori della Cina, che immagazzina l’elettricità in eccesso per poi immetterla nella rete in altri momenti. Mi piace dire che da ora in poi il Sole splende anche di notte. Perché una delle cose più fastidiose che ci sentivamo spesso dire dai detrattori delle rinnovabili è che il vento non soffia sempre e il Sole non splende sempre. Certo, ma con lo stoccaggio la combinazione funziona.
I domani di ieri
Vorrei però tornare un momento all’Australia. Uno dei motivi che nel 2024 mi hanno spinto a fondare il sito Meditations in an Emergency è stata la reazione dei miei editor a un possibile articolo che io non vedevo l’ora di scrivere ma che loro non sembravano capire. Questo mi ha definitivamente convinto che avevo bisogno di un mio spazio d’espressione.
La mia proposta riguardava un film, quindi non l’avevano considerata un commento politico. Ma si trattava di un film sulla violenta lotta per i combustibili fossili. Era l’ultimo capitolo della saga di fantascienza distopica cominciata con Mad Max. Avevo scritto ai miei editor: “Ieri sera ho visto Furiosa. È un disastro, ma la cosa interessante è che si riferisce a quelli che una volta ho sentito chiamare ‘i domani di ieri’.
Il film è impantanato in una visione del futuro da anni ottanta, ma l’ossessione per la benzina mi è sembrata un tuffo nel passato. Eccoli là sotto l’infinito sole del deserto australiano a scannarsi per la benzina, a far saltare in aria veicoli a combustione interna, a combattere per una raffineria fortificata chiamata Gas town, e via dicendo. Voglio dire, nell’outback australiano si possono mettere abbastanza pannelli solari da coprire più volte l’intero fabbisogno mondiale. Il Regno Unito, più piccolo e meno soleggiato, ha stimato di recente che basterebbe l’1 per cento della sua superficie per raggiungere i suoi obiettivi in materia di rinnovabili per il 2050.
L’aspetto straordinario delle energie rinnovabili e di un mondo elettrificato è che sarebbe semplicemente migliore sotto moltissimi aspetti, a cominciare dal fatto che quasi tutta l’energia sarebbe locale, che ce ne sarebbe per tutti perché il sole e il vento sono inesauribili, che sarebbe pulita e non tossica e che le auto sarebbero silenziose. Invece Furiosa è pieno di motori rombanti. Poiché consideriamo queste tecnologie soprattutto come una soluzione al cambiamento climatico, la maggior parte delle persone non capisce che eliminerebbero un sacco di altri problemi, e sarebbe così anche se non esistesse la crisi climatica.
Il critico statunitense Frederic Jameson disse che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. A quanto pare, almeno per il regista George Miller, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine dell’era dei combustibili fossili. Nel mondo reale, intanto, alcuni di noi stanno cercando di accelerare la fine di questa era per prevenire quella che forse non sarà la fine del mondo, ma comunque la distruzione di buona parte di esso.
Il mammut e l’avena
Una cosa sorprendente di Furiosa e del precedente film della saga, Mad Max fury road, è che da qualche parte, in questo deprimente futuro immaginario, c’è un’oasi femminista in cui le persone hanno trovato il modo di vivere apparentemente in pace e uguaglianza in una specie di giardino. È da lì che viene il personaggio di Furiosa ed è lì che sta cercando di tornare. Tuttavia Miller sembra non avere la minima idea di come girare un film sui problemi sottili e complessi che s’incontrano in paradiso. Quindi si concentra su un inferno misogino ultraviolento a combustione interna (ed esterna).
Tutto questo mi fa pensare al saggio di Ursula K. Le Guin La teoria letteraria del sacchetto della spesa, secondo cui il primo utensile umano non è stato un’arma ma un contenitore, perché la raccolta era una fonte di cibo più importante della caccia. Le Guin, però, fa notare che la storia di come gli uomini uccidevano i mammut è più drammatica rispetto a quella delle donne che raccoglievano l’avena selvatica, una storia più ovvia, del tipo che ci sentiamo raccontare fin troppo spesso.
“Ho detto che è difficile imbastire un racconto avvincente su come abbiamo strappato l’avena selvatica dai suoi involucri, ma non ho detto che sia impossibile”, scrive Le Guin. La rivoluzione delle rinnovabili è un po’ come la storia dell’avena selvatica: è difficile convincere le persone a concentrarsi sulle sue implicazioni magnifiche (ma tecnicamente complesse e graduali), mentre in ogni guerra abbondano il dramma e la violenza della caccia al mammut.
Forse negli Stati Uniti ci troviamo nel pasticcio attuale – e ci stiamo trascinando anche il resto del mondo – perché troppe persone non sono state capaci di ascoltare le storie pragmatiche della raccolta d’avena della candidata donna (Kamala Harris) e sono state affascinate dalle fantasie del vecchio uomo su ulteriori massacri di mammut. Oppure, per estendere la metafora, non abbiamo capito che la nostra dieta è composta soprattutto da quell’avena, non da pezzi di carne di mammut. Cioè che il nostro benessere dipende da cose come la politica economica e la protezione dell’ambiente e non, per esempio, dalla violenza brutale degli agenti dell’Ice contro i nostri vicini.
La cosa che la saga di Mad Max (cominciata solo sei anni dopo la crisi petrolifera del 1973) coglie giustamente è che i combustibili fossili, con la loro distribuzione estremamente disomogenea, sembrano sempre scarsi e sono sempre oggetto di una lotta violenta. Il movimento per il clima, invece, è un movimento pacifico, per due ragioni. Prima di tutto è un impegno a ridurre i diversi tipi di violenza sociale e politica, commessa da umani contro altri umani, generata dai combustibili fossili. Per controllarli si combattono guerre, e in ogni fase, dall’estrazione al raffinamento fino al trasporto e all’utilizzo, sono devastanti sul piano ambientale. Le comunità povere, indigene e non bianche sono le più colpite. In secondo luogo, possiamo considerare la crisi climatica come una guerra che stiamo combattendo contro la natura (una violenza degli umani contro l’ecosistema), e il movimento ambientalista come un tentativo di riallinearci con ciò che il pianeta può sopportare. Un movimento per fare in qualche modo pace con la natura.
Violenza lenta
Il cambiamento climatico è dovuto a molte attività umane, e anche le soluzioni sono tante: cambiare il modo in cui progettiamo case, città, sistemi di trasporto, agricoltura, gestione dei terreni e abitudini di consumo, compreso quello alimentare. Ma la cosa più importante è superare la nostra dipendenza dai combustibili fossili. La crisi climatica è violenza, come dimostrano gli incendi, le alluvioni, le ondate di caldo, le siccità, le carestie, l’innalzamento del livello dei mari e altre catastrofi che uccidono gli esseri umani e distruggono il mondo naturale. Nel 2011 lo storico dell’ambiente Rob Nixon ha pubblicato Slow violence, in cui afferma che dovremmo considerare come violenza tutte le forze che avvelenano, contaminano, compromettono e costringono a fuggire. È una violenza causata da potenti minoranze che hanno sabotato decenni di sforzi per fare ciò di cui il clima ha bisogno.
I combustibili fossili sono storicamente legati alla violenza politica e alle nefandezze geopolitiche necessarie per accaparrarseli. Per esempio, l’azienda petrolifera Bp è nata nel 1909 come Anglo-Persian Oil Company, una compagnia controllata dal Regno Unito che estraeva petrolio in Iran. Dato che il governo britannico e gli azionisti incassavano enormi profitti, nel 1951 il parlamento iraniano decise di nazionalizzare le risorse del paese. Il Regno Unito preparò dei piani per invadere l’Iran, ma gli Stati Uniti sostennero un golpe contro il primo ministro di sinistra del paese, la monarchia fu ristabilita, i profitti ripresero a scorrere verso l’occidente e la Anglo-Persian Company si trasformò nella Bp. La rivoluzione del 1979 rovesciò lo scià e instaurò il sistema di governo che gli Stati Uniti stanno attaccando oggi. Anche l’Iran ha scatenato una guerra sui combustibili fossili, con attacchi contro le infrastrutture petrolifere e il blocco delle petroliere. A breve termine questo dovrebbe generare enormi profitti per alcune aziende del settore, ma sul lungo periodo potrebbe accelerare la transizione verso altre fonti di energia.
La Spagna ha criticato duramente l’attacco contro l’Iran, forse perché il suo primo ministro è di sinistra, ma forse anche perché ottiene la maggior parte della sua elettricità dalle fonti rinnovabili e quindi è molto meno dipendente dalle importazioni di combustibili fossili rispetto a molti altri paesi europei. Intanto diversi stati, dall’Ucraina a Cuba e al Pakistan, stanno accelerando la transizione energetica per svincolarsi dall’economia dei combustibili fossili, instabile e spesso violenta. Trump sta cercando di strangolare Cuba, la cui rete elettrica è crollata, bloccando la fornitura di petrolio venezuelano da cui l’isola dipendeva; la Cina sta fornendo pannelli solari per accelerare la transizione. Negli Stati Uniti il conflitto con l’Iran sta facendo aumentare l’interesse per i veicoli elettrici.
Brindiamo alla pace nel mondo, a tutti i tipi di pace, con la natura e tra gli esseri umani, e alla fine dell’era degli idrocarburi, un passo fondamentale sulla via della pace. ◆ as
Rebecca Solnit è una scrittrice e giornalista statunitense. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La madre di tutte le domande (Ponte alle Grazie 2026).
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati