Mentre scrivo queste parole, in India si svolgono immensi cor- tei contro la nuova legge sulla cittadinanza che discrimina i musulmani. E gli attivisti di Hong Kong, che da mesi pro- testano per i loro diritti, esprimono solidarietà agli uiguri perseguitati in Cina. Questo decennio si è chiuso tra le proteste. Ma visto che una settimana nell’era Trump equivale a un secolo e che quasi nes- suno ricorda non dico il 2017 o il tempo lontano in cui Donald Trump non era ancora presidente, ma neanche quello che è successo il mese scorso, chi è capace di guardare dieci anni indietro?
Scherzi a parte, tutti dimentichiamo quello che è già stato, ed è questo il motivo per cui non riusciamo a vedere gli schemi ricorrenti, le conseguenze e la for- za reale dei movimenti di protesta. Per esempio l’on- data femminista chiamata #MeToo è spesso conside- rata una cosa spuntata dal nulla all’improvviso, men- tre in realtà aveva un precedente: la forte mobilitazio- ne femminista avvenuta in tutto il mondo negli ultimi dieci anni. Un fenomeno che ha prodotto notizie, pro- teste, hashtag e iniziative ben prima del #MeToo, che si è imposto all’attenzione solo nel 2017, quando sono state coinvolte alcune dive del cinema.
Se tra il 2000e il 2010 le proteste erano cominciate in sordina, dal 2011 hanno subìto un’accelerata grazie alle primavere arabe
Il mio vero timore, tuttavia, è che anche gli anni dieci del ventunesimo secolo, così come gli anni ot- tanta, saranno ricordati in un modo sbagliato a causa di un eccesso di semplificazione. Generalmente gli anni ottanta sono liquidati come gli “anni di Ronald Reagan”, come se quello che hanno fatto miliardi di persone in vari continenti potesse essere ridotto alle azioni di un singolo maschio bianco reazionario sta- tunitense. Reagan era orrendo, e durante il suo go- verno gli Stati Uniti hanno cominciato a fare marcia indietro dopo decenni di progresso verso l’ugua- glianza e la sicurezza economica.
Ma, al di là di questo, gli anni ottanta sono stati un periodo di forte attivismo che ha avuto conseguenze immediate: il rovesciamento del regime di Ferdi- nand Marcos nelle Filippine con la rivoluzione del rosario nel 1986, l’abbattimento della dittatura mili- tare sudcoreana nel 1987, la caduta del blocco sovie- tico nel 1989, l’inizio della fine dell’era dell’apartheid in Sudafrica (e le rivolte, potenti ma fallite, in Birma- nia e in Cina). Per giunta, negli anni ottanta sono state poste le basi di quello che è successo in seguito, con il femminismo, l’attivismo contro l’aids e per i
solnit doppia.indd 37
diritti delle persone queer, e l’apertura del movimen- to ambientalista nei confronti delle questioni razzia- li e sociali. Ancor più profonda è stata l’evoluzione di strategie organizzative nuove, inclusive, meno ge- rarchiche, non violente, che hanno ripudiato certi princìpi dell’attivismo del passato e che da allora so- no caratteristiche fondamentali dei movimenti in tutto il mondo.
Black lives matter e altri gruppi antirazzisti hanno distrutto l’illusione che la discriminazione fosse tramontata e che il progresso fosse qualcosa di lineare e inevitabile
Ma veniamo agli ultimi dieci anni. Potremmo ri- assumere tutto il periodo tra il 2010 e il 2019 con il successo di Donald Trump e dei regimi autoritari in tutto il mondo (e ne abbiamo visti tanti, dalle Filippi- ne all’Ungheria). Ma in realtà sono stati fatti anche molti passi nella direzione opposta. Se tra il 2000 e il 2o1o le proteste erano cominciate in sordina, dal gennaio 2011 hanno subìto una brusca accelerazione grazie alle primavere arabe, una delle ondate di an- tiautoritarismo più potenti mai viste. Diversi regimi sono stati rovesciati, dalla Tunisia all’Egitto alla Li- bia, e le proteste si sono estese dal Sudan all’Iraq. È vero, in Siria la situazione è peggiorata fino a precipi- tare nell’incubo della guerra civile, e molti dei paesi toccati dalle primavere arabe non hanno trovato una soluzione positiva ai loro problemi.
Tuttavia le proteste hanno fatto capire che nean- che i dittatori sostenuti dagli eserciti sono invulnera- bili, e che qualche volta i cittadini comuni, se sono uniti, hanno un potere straordinario. Hanno dimo- strato che nel mondo islamico la spinta democratica è forte e che ogni tanto sono i vinti a scrivere la storia quando smettono di essere vinti. Nell’ottobre di quello stesso anno è nato il movimento Occupy Wall street. La sollevazione femminista inoltre è diventa- ta globale e negli ultimi dieci anni è esplosa in modo significativo in Cile, Messico, Corea del sud, in Giap- pone, Pakistan, Kenya e non solo. Occupy Wall stre- et è stato influenzato dalle primavere arabe e dai movimenti anticapitalisti nati in Grecia e gli avam- posti di quel movimento hanno preso piede non solo in città come Kyoto e Auckland, ma anche in piccoli centri dell’Alaska.
Il movimento contro l’emergenza climatica è di- ventato più grande, più potente e più complesso. A guidarlo spesso sono state le popolazioni indigene, dall’Articoall’EcuadorfinoalPacificomeridionalee oltre. Dovrà crescere ancora di più nel 2020 e dovrà vincere nel prossimo decennio.
In questi ultimi dieci anni però c’è stata una cosa ancor più importante di qualsiasi movimento: la disil- lusione, una parola che uso in senso positivo, in quan- to abbandono delle illusioni. Per esempio il movi- mento Black lives matter, nato nel 2013, e altri gruppi antirazzisti nati in tutto il mondo, hanno mandato in frantumi l’illusione che la discriminazione fosse tra- montata e che il progresso fosse qualcosa di lineare e inevitabile. A sua volta il femminismo ha esaminato a fondo la natura dell’oppressione e ha puntato più in alto nelle sue richieste di uguaglianza.
Nel 2010 i matrimoni tra persone dello stesso ses- so sono stati legalizzati in Argentina, Messico, Islan- da e Portogallo, seguiti negli anni successivi da mol- ti altri paesi tra cui il Regno Unito e gli Stati Uniti. Si è approfondita anche la questione di cosa significhi uguaglianza per le persone lgbtq e via via che i diritti delle persone trans acquistavano visibilità, si è par- lato sempre di più di costruzione e decostruzione del concetto di genere.
Dietro tanta disillusione si nascondeva la dispo- nibilità a mettere in discussione concetti un tempo considerati inevitabili e indiscutibili; che si trattasse delle norme di genere, dell’eterosessualità, del pa- triarcato, del suprematismo bianco, dei combustibi- li fossili o del capitalismo. Si nascondeva la capacità di vedere oltre quello che vedevamo prima o di cam- biare la nostra percezione della realtà, delle cose importanti e di quelle possibili. A questo si è aggiun- ta la capacità di comprendere forme di oppressione più complesse, sottili e occulte e la capacità di scor- gere la sovrapposizione tra molteplici identità (e quindi tra varie forme di oppressione o di privilegio), racchiuse in una parola bella e preziosa, coniata dal- la studiosa del diritto statunitense Kimberlé Cren- shaw: intersezionalità, un termine che descrive la sovrapposizione di diverse identità sociali e le relati- ve possibili particolari discriminazioni.
Il decennio si è aperto sulla scia della crisi econo- mica globale, e una delle reazioni all’avidità e miopia del sistema finanziario è stata il movimento Occupy Wall street. L’idea che l’attuale assetto economico non favorisca la gente comune però ha innescato an- che proteste non inquadrabili in un contesto di sinistra: quelle dei gilet gialli in Francia, delle persone che hanno votato Trump convinte che fosse un po- pulista in senso economico, e degli elettori britanni- ci che hanno detto sì alla Brexit perché secondo loro il sistema li sfavoriva. Alla fine del decennio, poi, è nata una sorprendente forma di resistenza tra i di- pendenti di Facebook, Amazon e Google, dove i la- voratori protestano contro la mancanza di moralità di queste grandi aziende tecnologiche. E alcuni di loro a settembre hanno scioperato insieme a chi scioperava per il clima.
Il movimento per l’ambiente è inevitabilmente anticapitalistico. Nel trionfalismo che seguì al crollo dell’Unione Sovietica, fu detto e ridetto che il capita- lismo era il miglior modo di fare le cose, o addirittura l’unico. Quella convinzione è venuta meno dopo una serie ininterrotta di episodi di corruzione, distruzio- ne e fallimento, e con l’ascesa di una generazione di giovani pronti a ripensare le alternative, e non di ra- do ad abbracciare qualche forma di socialismo.
George Lakey, studioso statunitense e teorico della rivoluzione non violenta, sostiene che la pola- rizzazione genera chiarezza e crea un’instabilità che rende possibile il cambiamento. Oggi abbiamo sia polarizzazione sia disillusione. E, con la giusta pro- spettiva su come siamo arrivati fino a questo punto e su cosa abbiamo conquistato, nei prossimi dieci anni potremo cogliere tutte le opportunità. u ma
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati





