Negli ultimi dieci anni poche volte mi sono sentita davvero orgogliosa di essere keniana. È successo nel 2010, quando fu approvata la nuova costituzione, ed è successo di nuovo il 1 settembre 2017, quando la corte suprema ha emesso una sentenza storica annullando il risultato delle elezioni presidenziali dell’8 agosto e ordinando nuove elezioni (il voto è previsto per il 17 ottobre). I giudici hanno mandato un messaggio importante ai cittadini: nessuno, nemmeno il presidente, è al di sopra della legge e della costituzione. “La grandezza di una nazione sta nella sua fedeltà alla costituzione e alla legge”, ha detto il presidente della corte suprema David Maraga. I paesi che, in Africa e altrove, sono abituati alla violenza politica e alle frodi elettorali, possono prendere esempio.
La decisione della corte suprema ha stupito gli osservatori internazionali. L’Economist l’ha definita “sorprendente”, mentre il New York Times ha sottolineato che “la sentenza dimostra l’indipendenza del potere giudiziario in un continente dove i tribunali subiscono pesanti pressioni dai leader politici”. D’altro canto, i leader politici e i commentatori che, non solo in Africa, si erano affrettati a dichiarare libere e corrette le elezioni di agosto sono stati colti in fallo.
Nessuna garanzia
La sentenza interrompe il ciclo di irregolarità e impunità che ha caratterizzato le elezioni in Kenya. Non è detto che sia destinata a cambiare la politica del paese, ma avrà conseguenze psicologiche di lunga durata sui cittadini, che sono stati indotti a credere che delle elezioni serene siano sinonimo di giustizia. Dopo le traumatiche presidenziali del 2007, noi keniani viviamo nel timore di nuove violenze elettorali. Questa paura ci ha portato a chiudere gli occhi davanti alle irregolarità durante il voto. Diamo per scontato che qualsiasi controversia sia destinata a provocare uno spargimento di sangue. La sentenza della corte suprema ha invece dimostrato che si può contestare un’elezione senza far sprofondare il paese nella violenza, e ha ripristinato la fiducia dei cittadini nella capacità delle istituzioni, in particolare del sistema giudiziario, di gestire pacificamente situazioni di conflitto.
Alcuni segnali del fatto che le elezioni del 2017 non sarebbero state libere e regolari erano emersi prima ancora dell’apertura dei seggi, a cominciare dal brutale omicidio di Chris Msando, direttore della Independent electoral and boundaries commission (Iebc), l’organo indipendente incaricato di monitorare le operazioni di voto. La sua morte, una settimana prima dell’8 agosto, aveva fatto capire a tutti che le elezioni non si sarebbero svolte in modo pacifico né trasparente.
Tra i leader del partito Jubilee, al governo, sono stati pochi quelli che hanno mostrato preoccupazione per la morte di Msando, che sembrava in tutto e per tutto un omicidio. Le loro rassicurazioni sul fatto che sarebbero state condotte delle indagini non erano affatto convincenti. Hanno evidentemente sottovalutato l’impatto psicologico della crisi politica in corso.
La vicenda delle schede elettorali stampate a Dubai ha fatto emergere dubbi sull’integrità e la trasparenza dell’Iebc. Nel giorno delle elezioni sembrava che molti formulari usati per conteggiare i voti fossero andati perduti o non fossero stati trasmessi correttamente per via elettronica. Nonostante queste irregolarità, la Iebc non ha esitato a dichiarare vincitore il presidente Uhuru Kenyatta.
Il 14 agosto, poco dopo l’ufficializzazione del risultato, Kenyatta si è rivolto a chi non era soddisfatto dell’esito delle elezioni chiedendo di “ricorrere alle procedure stabilite dalla nostra meravigliosa costituzione”.
Tuttavia, poche ore dopo la sentenza della corte suprema del 1 settembre, nel corso di un discorso a una folla di sostenitori a Nairobi, Kenyatta ha criticato aspramente quelle stesse “procedure” e il presidente della corte suprema Maraga. I keniani non sono ancora fuori dai guai. I prossimi due mesi saranno tesi e pieni di incertezze.
Anche perché non ci sono garanzie che a ottobre le elezioni presidenziali si svolgeranno in modo libero e trasparante. Una cosa però è certa: in Kenya c’è stato l’equivalente politico di un terremoto. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati