Quando sembrava ormai imminente, il viaggio di JD Vance a Islamabad, in Pakistan, è stato annullato il 21 aprile. Il vicepresidente degli Stati Uniti avrebbe dovuto partecipare a una seconda sessione di negoziati con l’Iran, ma l’incontro è saltato per mancanza di interlocutori.
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Mentre il cessate il fuoco di quindici giorni stava per scadere, il presidente Donald Trump ha riunito i suoi consiglieri più stretti alla Casa Bianca. Alla fine ha deciso di non mettere in atto le sue minacce di bombardare tutti i ponti e le centrali elettriche iraniane se il regime non avesse accettato le richieste statunitensi. Usando come pretesto la sollecitazione dei pachistani, Trump ha prorogato il cessate il fuoco, senza una scadenza precisa. “Visto che il governo iraniano è profondamente diviso”, ha sostenuto il presidente, gli Stati Uniti aspettano che le varie correnti del regime, quella che fa riferimento all’apparato di sicurezza e quella politica, arrivino a formulare una “proposta unitaria”. Ciò implicherebbe che Mojtaba Khamenei, la nuova guida suprema (ancora in condizioni incerte), prenda una decisione.
Trump ha chiarito che la marina statunitense continuerà a bloccare lo stretto di Hormuz per impedire il transito delle navi che attraccano nei porti iraniani. Dunque la proroga del cessate il fuoco non preannuncia novità per il futuro e mostra che da parte statunitense non c’è fretta di concludere un accordo qualsiasi, anche al ribasso. “Mi aspetto di bombardare”, ha detto Trump alla tv Cnbc. Il Pentagono, in coordinamento con Israele, ha già un elenco di obiettivi da colpire. “Spero che entrambe le parti continuino a rispettare il cessate il fuoco e siano in grado di concludere un accordo di pace completo durante il secondo round di discussioni”, scriveva il 21 aprile su X il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif.
Il messaggio pubblicato da Trump il 21 aprile sul suo social media Truth era, per una volta, ben ponderato, senza insulti, maiuscole o punti esclamativi. Era evidente il contrasto con i post precedenti sulla guerra in Iran. Il giorno prima, per esempio, Trump proclamava che “il nemico è disorientato” e che il blocco “sta distruggendo completamente l’Iran”. In un altro messaggio si rallegrava di aver ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare concluso dall’amministrazione Obama con Teheran nel 2015. Una scelta che spiega l’enorme sfiducia che regna in Iran riguardo a qualsiasi impegno statunitense. Washington è in grado di mantenere la parola data?
Sfida di resistenza
Il 20 aprile il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha osservato che “i segnali non costruttivi e contraddittori dei funzionari americani trasmettono un messaggio amaro: cercano la capitolazione dell’Iran”. E per questo Teheran ha scelto di non mandare rappresentanti a Islamabad. La posizione ufficiale del regime è che il blocco navale imposto dagli Stati Uniti, oltre a essere illegale, viola il cessate il fuoco. L’Iran ne chiede quindi la revoca per riprendere i negoziati.
La decisione di Trump di annunciare la proroga del cessate il fuoco fa ricadere sull’Iran la responsabilità di qualsiasi futura escalation. A Washington sono convinti che il blocco contribuisca a soffocare il regime dal punto di vista finanziario. Alla fine, ragionano i collaboratori del presidente, la sofferenza sarà insostenibile.
“Tra pochi giorni”, ha osservato il 21 aprile il segretario al tesoro Scott Bessent, su X, “i depositi sull’isola di Kharg saranno pieni e i fragili pozzi petroliferi iraniani saranno messi fuori servizio. Limitare gli scambi marittimi dell’Iran mira direttamente alle principali fonti di finanziamento del regime”.
Da parte loro, i funzionari iraniani scommettono sull’impazienza degli Stati Uniti, sull’ansia di Trump di trovare una via d’uscita, sulla sua incapacità di sostenere nel tempo questo gigantesco sforzo militare. “Il tempo non è mio nemico”, ha detto Trump il 21 aprile in uno dei suoi tanti messaggi sui social. Tre giorni prima, durante un incontro dell’organizzazione conservatrice Turning Point Usa a Phoenix, in Arizona, sosteneva che “la maggior parte dei punti era già stata negoziata con Teheran e accettata”. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati