Sull’orlo del baratro Donald Trump ha deciso di arretrare. La giornata del 7 aprile ha segnato una svolta per la guerra in Iran, le cui conseguenze al momento sono impossibili da prevedere. Al mattino il presidente statunitense aveva usato un linguaggio genocidario, promettendo la morte della civiltà iraniana. La sera, meno di un’ora e mezza prima della scadenza dell’ultimatum rivolto al regime di Teheran, Trump ha pubblicato un messaggio sul suo social network Truth per annunciare un cessate il fuoco di due settimane, grazie alla mediazione del Pakistan. Gli Stati Uniti hanno accettato di “sospendere il bombardamento e l’attacco contro l’Iran” in cambio della “riapertura completa, immediata e sicura dello stretto di Hormuz”. A quanto pare, Trump ha rinunciato (per ora) alla minaccia di distruggere le infrastrutture civili, a cominciare dai ponti e dalle centrali elettriche.

“Il motivo di questa decisione è che abbiamo già abbondantemente raggiunto i nostri obiettivi militari. Siamo in una fase avanzata nella trattativa per un accordo che sancisca una pace duratura con l’Iran e in Medio Oriente”, ha assicurato Trump. “Abbiamo ricevuto una proposta in dieci punti da parte dell’Iran e crediamo costituisca una base valida per il negoziato”. Questa epifania diplomatica piena di ottimismo, che rappresenta un totale ribaltamento della posizione della Casa Bianca, con ogni probabilità è la conseguenza dell’impasse in cui si trovava Trump.

Il passo indietro compiuto dal presidente tranquillizzerà sicuramente i mercati (il prezzo del petrolio è sceso in serata), ma è anche il segno di una confusione strategica. La dinamica dell’accordo, infatti, premia implicitamente l’atteggiamento decentralizzato e asimmetrico dell’Iran. Teheran ha avuto un’illuminazione quando ha capito che il controllo dello stretto di Hormuz è uno strumento di deterrenza e pressione a basso costo ben più temibile delle accelerazioni episodiche del suo programma nucleare.

Salvare la faccia

In Iran il Consiglio supremo della sicurezza nazionale ha confermato l’accordo di massima in vista di un cessate il fuoco di due settimane. A partire dal 10 aprile il Pakistan ospiterà a Islamabad i rappresentanti dei diversi schieramenti per trovare una soluzione definitiva al conflitto. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato la “sospensione delle operazioni difensive” e la riapertura dello stretto di Hormuz alla circolazione delle navi, in coordinamento con l’esercito iraniano ma “tenendo in debita considerazione le limitazioni tecniche”. Dunque nulla garantisce che il flusso delle petroliere attraverso lo stretto riprenda come prima. Il messaggio di Araghchi è stato riproposto dal profilo social di Trump, in una convergenza di interessi che però non cancella la sfiducia e il rancore reciproci.

Il presidente ha dimostrato ancora una volta di non essere un abile giocatore di scacchi in grado di prevedere le mosse altrui

In questo modo i due paesi, entrambi indeboliti seppure in modo diverso, cercano di salvare la faccia. L’Iran ha visto il suo esercito decimato e ha perso buona parte della sua gerarchia politica, religiosa e di sicurezza. Gli Stati Uniti dal canto loro hanno vantato a più riprese la propria superiorità schiacciante e il raggiungimento degli obiettivi, ma senza riuscire a riaprire lo stretto né a porre fine al lancio di missili e droni contro i paesi del Golfo. In un messaggio pubblicato su X poco prima delle dieci di sera, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha parlato di una “vittoria per gli Stati Uniti”, sostenendo che il “successo delle nostre forze armate ha creato una pressione insostenibile”. Leavitt si è spinta a complimentarsi con Trump per la riapertura dello stretto di Hormuz, mentre è stata proprio la guerra a provocarne la chiusura.

La tregua non implica la fine del conflitto, ma offre un momento di respiro e una fragile apertura diplomatica. Nella notte le sirene hanno continuato a suonare in Israele, il cui esercito ha proseguito le operazioni. Il 6 aprile Trump aveva definito il piano in dieci punti presentato dall’Iran “poco significativo” e “non abbastanza buono”. Poi, all’improvviso, ha deciso di considerarlo una “valida base per la trattativa” nonostante favorisca un consolidamento del regime. Al momento circolano diverse versioni del testo, che a quanto pare prevede garanzie di cessare le ostilità da parte di Stati Uniti e Israele. Una versione in lingua persiana ripresa dei mezzi d’informazione iraniani prevede la possibilità per Teheran di proseguire il suo programma per l’arricchimento dell’uranio, un punto che però non figura nel testo in inglese presentato alle Nazioni Unite.

In base al piano, lo stato ebraico dovrebbe interrompere le sue operazioni in Libano e ritirarsi dal sud del paese, attualmente occupato. Questa condizione sarà difficile da accettare per la coalizione guidata da Benjamin Netanyahu. La mattina dell’8 aprile l’ufficio del primo ministro israeliano ha specificato che il cessate il fuoco non si applica al Libano. Questo aspetto rappresenterà chiaramente un punto di frizione nelle prossime ore. Infine un aspetto determinante: gli Stati Uniti si sono impegnati a revocare le sanzioni contro Teheran, mentre il regime islamico ha accettato di riaprire lo stretto di Hormuz annunciando tuttavia che imporrà un pedaggio a tutte le navi. Ciò rappresenterebbe una fonte di entrate inattesa per il governo iraniano, che pretende un risarcimento per i danni subiti.

“Quasi tutti i punti di contrasto tra Stati Uniti e Iran sono stati superati”, ha affermato Trump nel suo post. “Ma serviranno due settimane per concludere l’accordo”. Questa fretta, tra le altre cose, conferma la scelta di abbandonare al loro destino gli oppositori iraniani, gli stessi a cui il presidente statunitense aveva promesso protezione durante la cruenta repressione di gennaio. Al momento non si conosce la sorte delle capacità balistiche dell’Iran e dei 440 chili di uranio arricchito al 60 per cento presumibilmente in mano al regime. Questi due punti dal 28 febbraio scorso sono stati costantemente al centro della narrazione statunitense per giustificare la necessità e l’urgenza di questa guerra.

Dal Libano

◆ L’8 aprile 2026, dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, le forze israeliane hanno condotto in Libano “la più ampia campagna di raid” dall’inizio della guerra, colpendo in dieci minuti cento siti e infrastrutture militari di Hezbollah, l’organizzazione sciita libanese legata a Teheran, che aveva sospeso i suoi attacchi contro Israele. Secondo il ministero della salute di Beirut, i bombardamenti hanno causato almeno 254 morti e più di 1.100 feriti, molti dei quali civili della capitale. Fino a quel giorno il bilancio in tutto il paese era stato di circa 1.500 morti dall’inizio delle ostilità il 2 marzo. Secondo l’Iran ed Hezbollah l’accordo di cessate il fuoco comprende anche il fronte libanese, mentre il presidente statunitense Donald Trump e Israele hanno fatto sapere di non considerarlo parte dell’intesa. Teheran ha perciò minacciato di fare marcia indietro. Al Jazeera


**Critiche dal mondo Maga **

Nel pomeriggio del 7 aprile, mentre l’esercito israeliano continuava a bombardare i ponti in diverse regioni dell’Iran (soprattutto a Teheran, Karadj, Tabriz, Kashan e Qom), la speranza di una soluzione diplomatica sembrava svanita. A quel punto il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif è intervenuto nel ruolo di mediatore, annunciando su X importanti progressi grazie all’operato del suo paese. Nelle prossime due settimane le parti dovrebbero rispettare una tregua, “permettendo alla diplomazia di ottenere un’interruzione definitiva della guerra”. Israele, nonostante sia un paese co-belligerante, non è stato nemmeno menzionato, come se l’adesione dello stato ebraico alla decisione di Washington fosse data per scontata. A tutto questo si aggiunge un dettaglio che sarebbe comico, se solo la situazione non fosse tragica: la prima versione del tweet del premier pachistano cominciava con la frase “bozza- messaggio del primo ministro del Pakistan su X”, un segnale del fatto che il contenuto potrebbe essere stato preparato da un alleato straniero.

Lavorando d’intesa con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto, il Pakistan presentava inoltre il vantaggio di non essere direttamente coinvolto nel conflitto, dunque la sua posizione poteva apparire neutra. Sharif in più è molto apprezzato dalla Casa Bianca, dove ricordano bene gli elogi rivolti a Donald Trump lo scorso 19 febbraio in occasione della prima riunione del Consiglio per la pace di Gaza. In quel contesto il premier pachistano aveva definito Trump “il vero salvatore dell’Asia meridionale” per la sua mediazione tra Islamabad e New Delhi nel 2025, che a suo dire aveva permesso di “evitare la morte di decine di milioni di persone”.

Diplomazia
La mano di Pechino

◆ “La speranza di una pace duratura è il risultato di intensi sforzi diplomatici fatti dal Pakistan, che ha cercato attivamente di disinnescare le tensioni in crescita dall’inizio dell’anno”, scrive il quotidiano pachistano Dawn, che continua: “Il giorno in cui è scoppiato il conflitto, il primo ministro Shehbaz Sharif e il ministro degli esteri Ishaq Dar hanno contattato i leader iraniani e quelli del golfo Persico, nonché altri soggetti regionali, sottolineando la necessità del dialogo e di un processo di distensione”. Oltre agli sforzi diplomatici del Pakistan, però, dietro alla tregua raggiunta il 7 aprile c’è la mano di Pechino. “Anche se la Cina non l’ha confermato, sembra che il suo intervento sia stato decisivo per spingere l’Iran ad accettare il cessate il fuoco di due settimane per lasciare spazio ai negoziati, a conferma dell’influenza di Pechino su Teheran e della sua volontà di impedire che la guerra si allarghi ulteriormente”, scrive il New York Times. Secondo Wu Xinbo, esperto di politica estera dell’università Fudan di Shanghai intervistato dal quotidiano, Pechino ha avuto un ruolo attivo sia nell’incoraggiare il Pakistan a fare da mediatore sia nel convincere l’Iran ad accettare un accordo (il 31 marzo, dopo un vertice a Islamabad con i colleghi di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto per parlare di una soluzione al conflitto, il ministro degli esteri pachistano era andato a Pechino). Il Pakistan e l’Iran dipendono molto dalla Cina per tenere a galla le loro economie, il primo grazie ai prestiti ricevuti da Pechino, il secondo grazie al fatto che la Cina acquista quasi tutto il suo petrolio esportato.


Negli ultimi giorni il presidente statunitense era sembrato intrappolato tra due pessime alternative: facendo un passo indietro sarebbe andato incontro alle prese in giro di chi lo definisce il presidente Taco (Trump always chickens out, Trump si tira sempre indietro), mentre dando seguito alla minaccia di colpire le infrastrutture civili avrebbe scatenato il caos, perché nessuno avrebbe potuto prevedere la forza della replica iraniana contro i paesi della regione. Anche per questo Trump è stato sommerso dalle critiche, arrivate anche dai commentatori del movimento Maga. Per non parlare dei sondaggi disastrosi.

L’economista Oren Cass, del centro studi conservatore American Compass, ha criticato l’amministrazione dopo averne difeso per un anno la politica commerciale. Parlando su X di un’“impasse”, Cass ha sottolineato che “questa guerra indebolisce fortemente la potenza di Wash­ington, aumenta i pericoli per i cittadini statunitensi e compromette gli sforzi del presidente per rispondere alle numerose sfide interne. La guerra ha provocato la chiusura di uno stretto che prima era aperto e spingerà altri paesi a volersi dotare dell’arma nucleare. La retorica impiegata di recente, inoltre, renderà più plausibile l’uso dell’atomica”.

Benjamin Netanyahu voleva e sognava da decenni la guerra contro l’Iran. Detto questo, la principale ragione dello scoppio del conflitto è che Donald Trump ha seguito il suo istinto: convinto dell’inaffidabilità degli esperti e rassicurato dal successo del raid in Venezuela, ha dimostrato per l’ennesima volta di non essere un abile giocatore di scacchi in grado di prevedere le mosse altrui. La sua incapacità di comprendere il regime iraniano è un fattore essenziale per capire il momento attuale.

Il 7 aprile il New York Times ha pubblicato una lunga inchiesta su come gli Stati Uniti sono arrivati alla guerra (vedi a pagina 21), insistendo sull’importanza della visita di Netanyahu alla Casa Bianca dell’11 febbraio. L’incontro non era stato in nessun modo pubblicizzato. In quella circostanza Netanyahu ha tentato di convincere il suo interlocutore che il regime iraniano, indebolito dalla “guerra dei 12 giorni” della scorsa estate, stesse per crollare. Nonostante la riluttanza e le riserve espresse in merito in un’altra riunione il giorno dopo dal direttore della Cia John Ratcliffe, dal segretario di stato Marco Rubio e dal vicepresidente JD Vance, alla fine tutti si sono accodati alla decisione di Trump, sedotto dalla possibilità di decapitare il regime iraniano. Oggi, arrivati al quarantesimo giorno di guerra, Trump si è piegato sotto il peso dell’infamia per le sue minacce di genocidio e del fallimento dei suoi esperimenti strategici. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati