In vista delle elezioni in Armenia, il presidente russo Vladimir Putin ha usato i suoi collaudati metodi: ha vietato d’importare prodotti agricoli armeni in Russia, privando improvvisamente gli agricoltori del loro mercato di esportazione più importante; ha minacciato di aumentare i prezzi del gas e perfino d’invadere il paese se la popolazione si fosse allontanata dalla Russia.

Nonostante tutto, il partito del primo ministro filo-occidentale Nikol Pashinyan ha ottenuto una solida vittoria.

Le minacce di Putin hanno avuto scarso effetto sugli elettori armeni, che si sentono traditi perché nel 2023 la Russia non ha fatto niente per impedire la conquista da parte dell’Azerbaigian dell’enclave armena del Nagorno-Karabakh.

Ora la strada è spianata per uno sviluppo delle relazioni con l’occidente, ma la battaglia non è finita. Come molte ex repubbliche sovietiche, l’Armenia è fortemente legata alla Russia per la sua economia, di conseguenza Mosca ha sempre l’opportunità di esercitare pressioni. Inoltre preoccupano le tendenze autoritarie di Pashinyan: alcuni oppositori sono stati arrestati.

In questa fragile situazione è fondamentale che gli Stati Uniti e l’Unione europea continuino ad assistere l’Armenia nel suo sviluppo economico e politico. Ridurre l’influenza russa nel Caucaso è negli interessi dell’Europa. E visto che Pashinyan è un convinto sostenitore della pace con l’Azerbaigian, la sua vittoria rappresenta uno sviluppo positivo anche in tal senso.

L’Azerbaigian chiede all’Armenia di rinunciare alle sue rivendicazioni sul Nagorno-Karabakh: Pashinyan non può farlo perché la sua maggioranza parlamentare non è abbastanza larga. La pace è una condizione fondamentale per lo sviluppo di questa regione vulnerabile, che costituisce un collegamento strategicamente importante tra Asia ed Europa. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati