Taiwan, sempre più emarginata da Pechino, è diventata una meta per migliaia di esuli politici provenienti soprattutto da Hong Kong, ma anche dalla Cina, dal Tibet, dalla Turchia, da Singapore, dalla Birmania e da paesi lontani come l’Egitto e l’Uganda. A causa del suo status unico (è riconosciuta ufficialmente solo da dodici stati nel mondo), l’isola non può firmare la Convenzione sui rifugiati delle Nazioni Unite del 1951. È quindi difficile quantificare il numero di profughi che ospita, e il governo di Taipei resta prudente per evitare di aumentare le tensioni con la Cina. Questo suo ruolo è un vantaggio in termini d’immagine a livello internazionale ma al tempo stesso irrita i governi della regione, di cui ospita i dissidenti.

Decine di migliaia di abitanti di Hong Kong si sono trasferiti a Taiwan dal 2019, quando Pechino ha intensificato la repressione in quella che era stata una delle città più libertarie dell’Asia: si stima che alla fine del 2022 fossero più di 37mila. Nel sudest asiatico, mentre la Cina finanzia progetti di sviluppo, Taiwan – soprattutto attraverso la Taiwan foundation for democracy, sostenuta dal ministero degli esteri di Taipei – sovvenziona attività democratiche. Nel 2024, su 105 progetti finanziati 24 erano incentrati sull’Asia sudorientale. La Taiwan-Asia exchange foundation (creata nel 2018 per integrare la New southbound policy, una delle principali eredità diplomatiche dell’ex presidente Tsai Ing-wen) è un centro studi dedicato alla regione e ha l’obiettivo di rafforzarne i legami con Taiwan attraverso la cooperazione tra le ong, la società civile e programmi di scambio.

Nel 2025, inoltre, Taiwan occupava il 24° posto nell’Indice mondiale della libertà di stampa pubblicato da Reporter senza frontiere, risultando prima in Asia orientale e seconda nell’Asia-Pacifico. Tra gli esuli arrivati sull’isola c’è Koko Thu, 58 anni, figlio di un ufficiale della giunta birmana che soppresse le rivolte del 1988. A 21 anni, resosi conto delle atrocità del sistema che suo padre serviva, fuggì prima in Thailandia, poi a Taiwan. Non ha più lasciato l’isola. Un altro rifugiato è il vietnamita Trinh Huu Long, che ha cominciato a fare attivismo nel 2011 e che nel 2016 si è trasferito a Taiwan. Non è più tornato in Vietnam, dove il suo mentore Pham Doan Trang è detenuto dal 2020. Ora gestisce un giornale indipendente in vietnamita, Luat Khoa Tap Chí, e la sua versione in inglese, The Vietnamese from Taipei.

Per chi appartiene alla comunità lgbt, Taiwan offre un ambiente accogliente. L’isola ospita ogni anno il pride più grande dell’Asia orientale. Roy Ngerng è un blogger singaporiano gay accusato di aver diffamato il primo ministro in un post del 2015. Un attivista gay malese che si presenta solo come Kin racconta che nel suo paese vivrebbe in un contesto ostile.

L’altro lato della medaglia

Resta però da vedere se Taiwan riuscirà a mettere in pratica i suoi princìpi di democrazia e rispetto dei diritti. Se da un lato, infatti, i dissidenti istruiti sono benvenuti, i lavoratori poco qualificati sono discriminati. Circa il 7 per cento della forza lavoro a Taiwan è straniero, e nel 90 per cento dei casi viene dal sudest asiatico. Le politiche sui lavoratori migranti sono razziste. Gli operai stranieri nelle fabbriche di semiconduttori lavorano in condizioni pessime e nel 2019 il sindaco di Kaohsiung ha dovuto scusarsi pubblicamente per aver chiamato gli insegnanti filippini con un termine offensivo e discriminatorio. Pare inoltre che negli ultimi anni molte università taiwanesi abbiano mandato studenti del sudest asiatico a lavorare illegalmente nelle fabbriche.

Pur essendo all’avanguardia sulle questioni di genere, a Taiwan sono stati segnalati casi di violenza domestica da parte di taiwanesi nei confronti delle mogli originarie del sudest asiatico. Dagli anni novanta le donne di quella regione arrivate sull’isola grazie a matrimoni combinati sono un gruppo in crescita, che oggi costituisce il 2,4 per cento della popolazione. Il terreno su cui si misura la capacità di Taiwan di difendere la democrazia è il trattamento riservato alle categorie più vulnerabili. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati