L’esploratore si avvicina per primo. Tranquillamente, facendo attenzione a non farsi individuare, ha contato i nemici e valutato le loro forze, per poi tornare dai suoi a reclutare dei soldati. La colonna si forma e si mette in marcia per arrivare all’obiettivo, quindi si lancia all’assalto. Una lotta terribile, impari, che fa strage dei difensori ma non risparmia neanche gli aggressori. Alla fine della battaglia gli attaccanti riportano al campo i feriti che possono essere salvati. L’operazione sanitaria comincia: un’ora di cure intensive e meticolose, che rimettono in piedi la maggior parte degli infermi in 24 ore. Un buon pasto – a base dei cadaveri degli avversari – e una notte di sonno sono sufficienti a rinfrancare le truppe, che già il giorno dopo ripartiranno a cercare da mangiare, pronte a morire.

Questo breve racconto potrebbe trovare posto in un remake della Guerra del fuoco, il film ambientato nella preistoria. Eppure tutto è assolutamente vero e scientificamente provato. I protagonisti di questa battaglia epica non sono esseri umani. E gli scienziati che l’hanno pazientemente ricostruita non sono archeologi o storici. Non studiano negli archivi e quando scavano la terra non cercano testimonianze del passato. Sono dei biologi del comportamento con una specializzazione particolare: la mirmecologia, ovvero la scienza delle formiche.

Si tratta infatti di uno scontro fra insetti. A rigore si dovrebbe parlare di caccia, perché contrappone delle prede e dei predatori. Difficile però non pensare alla guerra di fronte alla strategia adottata, alla complessità tattica, alla precisione dell’organizzazione e al rigore con cui sono eseguiti gli ordini. Un’équipe dell’università di Würzburg, in Germania, ne ha metodicamente raccontato le fasi in cinque articoli.

Pubblicato il 13 febbraio 2018 in Proceedings B, la rivista della Royal society britannica, l’ultimo articolo descrive quella che somiglia in modo incredibile all’azione di un’unità medica militare che accompagna l’offensiva delle truppe. L’ultimo atto di una saga incredibile.

Nulla lasciava presagire che Erik Frank sarebbe diventato il narratore di questo racconto. Nato a Grenoble da genitori di origine argentina, il giovane biologo è cresciuto a Monaco di Baviera e ricorda di aver “sempre avuto interesse” per gli animali, ma non una propensione particolare per gli insetti e ancora meno per le formiche. “Le ho scoperte verso i sei-sette anni nel giardino di famiglia. Osservavo i loro movimenti e immaginavo che andassero a combattere. Ho continuato a pensarlo finché ho cominciato a studiarle all’università e ho scoperto che facevano l’amore, non la guerra”.

Frank ha cercato di saziare la sua passione per il regno animale ai tropici, studiando le scimmie. Così dopo la laurea triennale è andato a studiare gli oranghi nel Borneo. “È un settore appassionante, ma ci sono già tanti specialisti che avevo l’impressione che tutto fosse già stato scoperto”. Così è tornato in Germania, all’università di Würzburg, dove ha ottenuto rapidamente un master. Dopo il diploma Frank aveva sei mesi a disposizione e sempre una grande voglia di muoversi. “È sulla homepage dell’università che ho visto l’annuncio”, ricorda.

Un inizio difficile

All’inizio del 2013 K. Eduard Linsenmair, etologo di fama mondiale, cercava dei collaboratori per riaprire la stazione scientifica di Comoé, in Costa d’Avorio. Un centro nel cuore della savana dalla storia particolare. Linsenmair ci era arrivato trent’anni prima con la speranza di conoscere meglio un’improbabile rana degli ambienti aridi. “E a poco a poco ho costruito un centro pluridisciplinare che studia tutta la fauna della savana, dagli insetti agli elefanti, con un equipaggiamento all’avanguardia, 800 metri quadrati di laboratori e degli alloggi per accogliere 35 ricercatori. Mi ci sono voluti più di vent’anni”.

Nella primavera del 2003 la stazione permanente funzionava ormai a pieno regime, ma sei mesi più tardi in Costa d’Avorio è scoppiata la guerra civile e poco dopo i ribelli si sono impadroniti della regione. “Siamo dovuti andare via”, racconta il biologo. “Hanno portato via tutto, computer, attrezzature, utensili da cucina, tavoli, sedie e ovviamente anche le auto che avevamo abbandonato. Ci hanno lasciato solo il tetto e i muri”. L’esilio è durato quasi dieci anni, nel frattempo Linsenmair ha continuato le sue ricerche nel vicino Benin e nel Burkina Faso, tenendo d’occhio la situazione politica, che a partire dal 2010 è gradualmente migliorata. Così nel 2012 ha deciso di ricostruire la stazione.

All’inizio del 2013 il compito di Frank doveva essere proprio questo: sorvegliare i lavori delle opere più importanti e l’installazione delle nuove attrezzature inviate dalla Germania. Linsenmair lo ha accompagnato durante la prima settimana, poi lo ha lasciato solo con i dipendenti locali. “Non c’erano né elettricità né acqua corrente, dormivo per terra. I quattro container di materiale erano bloccati alla dogana di Abidjan, a quindici ore di strada. Prima di partire Eduard mi aveva consigliato di studiare le formiche matabele (Megaponera analis), una specie che mangia le termiti. Non sapevo molto sull’argomento, ma avevo del tempo libero”.

Così dalla mattina alla sera il giovane ricercatore ha cominciato a osservare gli insetti, seduto davanti al loro nido. Li ha seguiti mentre andavano a caccia delle loro prede esclusive. “Dopo un mese ho constatato che le formiche sane riportavano al nido quelle ferite. Non sapevo se fosse veramente una novità, non avevo una connessione a internet per verificare né un telefono per chiedere al mio professore. Così sono andato avanti. Chi trasportava le formiche ferite e in che modo? Come si organizzavano prima dell’attacco, quante erano le combattenti e la percentuale di formiche ferite nel corso degli assalti? Quando Linsenmair è tornato, tre mesi dopo, era entusiasta. Mi ha subito chiesto se volevo fare un dottorato”.

Gli individui che hanno perso più di tre zampe sono abbandonati al loro destino. Una selezione a cui le stesse vittime contribuiscono

Frank ha discusso la sua tesi a gennaio del 2018, dopo un totale di 29 mesi passati sul posto. Il suo lavoro è già stato oggetto di articoli su riviste di primo piano, che forniscono un quadro completo di quello che il professor Linsenmair considera “un fenomeno fondamentale di questo ambiente”. Laurent Keller, direttore del dipartimento di ecologia ed evoluzione all’università di Losanna, spiega: “Si pensa alla savana come un posto abitato da leoni, elefanti e antilopi, ma se si guarda bene la composizione della biomassa, la savana è popolata soprattutto da termiti e da formiche, mentre i mammiferi sono solo un dettaglio”.

Gli scienziati hanno studiato a lungo le cattedrali costruite dalle colonie di termiti, meraviglie di robustezza, climatizzazione naturale e integrazione ecologica. Delle fortezze inattaccabili, come le formiche ben sanno. Ma per nutrirsi le termiti devono uscire dalla loro base e recuperare i residui vegetali (foglie, gambi, cortecce) che alimenteranno le loro coltivazioni di funghi. Così scelgono un sito, lo ricoprono di un guscio di terra per proteggersi dal sole e da eventuali predatori, e lo collegano al termitaio con un tunnel.

Le formiche però hanno imparato a individuare queste linee di rifornimento. O meglio alcune formiche, le esploratrici, che vanno in giro per la savana in cerca di prede. Quando una di loro individua un sito, si avvicina con precauzione per valutare il numero di termiti presenti. “La spia deve muoversi con discrezione, perché se le guardiane la individuano, lanciano l’allarme e tutte le termiti vanno a mettersi al sicuro”, spiega Frank. Una volta raccolta l’informazione, l’esploratrice torna al formicaio per organizzare l’esercito. Da 100 a 600 individui si mettono in marcia: in testa c’è l’esploratrice, seguita da due file di ufficiali incaricate di segnare la pista con i loro feromoni, i marcatori chimici che guidano gli insetti nei loro spostamenti. Queste ufficiali, chiamate “maggiori”, assicurano anche la protezione del gruppo. Il resto della truppa avanza dietro in fila per quattro. In coda alla colonna, lunga da due a tre metri, altri maggiori chiudono la marcia.

Vicino all’obiettivo la colonna si ferma e si riorganizza. Le maggiori, lunghe fino a due centimetri, si sistemano agli avamposti. Frank non ha ancora capito chi lancia il segnale, ma improvvisamente le maggiori attaccano tutte insieme. Il loro obiettivo è distruggere la corazza di terra costruita dalle termiti, un compito che viene eseguito rapidamente. In seguito le “minori”, lunghe circa cinque millimetri, si lanciano all’assalto delle termiti.

Anche queste ultime sono divise in due caste. Le soldate con le loro potenti mandibole affrontano con coraggio gli aggressori, mentre le operaie cercano di raggiungere il tunnel per fuggire. “La resistenza delle termiti è eroica”, dice Frank. “Mordono tutto quello che possono, strappano zampe e antenne, si attaccano agli addomi delle formiche e come dei pitbull non lasciano più la presa. Altre formiche vengono in aiuto e si aggrappano alle termiti soldato e mordono a loro volta. Al punto da staccare i corpi delle termiti dalla testa, che rimane attaccata alle nemiche. Le formiche finiscono sempre per avere la meglio e si lanciano su quello che rimane delle operaie. Ma pagano comunque un prezzo elevato”. Secondo le sue constatazioni, circa un terzo degli assalitori è ferito più o meno gravemente durante i 10-15 minuti dell’attacco.

Ed è qui che avviene la cosa più sorprendente. Le maggiori, che erano rimaste in disparte durante la lotta, tornano in azione. Alcune riportano al nido il prezioso bottino, fino a sei termiti ciascuna, altre si trasformano in infermiere e raccolgono le compagne ferite, o almeno alcune di loro. Le più gravi, quelle che hanno perso più di tre zampe, sono abbandonate al loro destino. Una selezione a cui le stesse vittime contribuiscono.

Infatti le formiche ferite cercano tutte di tornare al loro nido, camminando come possono. Quando le soccorritrici si avvicinano, le più sane rallentano, si alzano sulle zampe posteriori e rilasciano dei feromoni, per poi assumere una posizione a zampe piegate sotto il corpo – come allo stato di ninfa – che rende più facile trasportarle. Gli individui feriti più gravemente invece non emettono alcun segnale chimico né adottano una posizione particolare. “Non è un sacrificio volontario, una scelta individuale”, precisa Frank. “Semplicemente non possono alzarsi per trasmettere il segnale di aiuto. Ma questo comportamento collettivo, basato su un meccanismo semplice, si dimostra molto efficace”.

Cure miracolose

Franck Courchamp, ecologo dell’università Paris-Sud, è affascinato da questi risultati. “Possiamo vedere l’evoluzione e l’adattamento su una scala diversa da quella a cui siamo abituati”. L’obiettivo non è permettere all’individuo di alimentarsi e di trasmettere i suoi geni, ma far sì che la colonia mangi e prosperi. “Da un lato le formiche”, continua Courchamp, “devono adattarsi a un ambiente caratterizzato in gran parte da colonie di termiti e quindi si assiste all’evoluzione di morfologie e fisiologie adatte a combattere questo nemico mortale. Dall’altro le formiche sono animali coloniali, quindi i comportamenti che preservano gli individui della colonia sono favoriti perché portano benefici per tutti”.

Il seguito dell’operazione illustra ancora meglio queste affermazioni. Una volta che la colonna è rientrata nel formicaio, i medici si sostituiscono agli infermieri. Probabilmente questi termini faranno rabbrividire qualcuno, che ci vedrà un imperdonabile antropomorfismo. Ma come definire altrimenti quello che i ricercatori tedeschi hanno scoperto introducendo delle minuscole telecamere in sei formicai trasferiti in laboratorio? Subito dopo l’arrivo dei feriti, altre formiche si occupano di loro, le liberano dai resti delle termiti e dalla sporcizia rimasta sulle loro ferite e le leccano con avidità. “Hanno solo un’ora per agire, perché poi l’infezione si estende a tutto il corpo”, spiega Linsenmair.

Per misurare l’efficacia delle cure, il professore e il suo studente hanno selezionato 120 formiche a cui mancavano due zampe, ne hanno lasciate alcune senza cure, ne hanno messe altre in un ambiente sterile e hanno affidato il terzo gruppo alle loro simili. Nelle 24 ore successive è morto l’80 per cento del primo gruppo, il 20 per cento del secondo e solo il 10 per cento del terzo. L’efficacia delle cure è quindi evidente.

“Un altro aspetto spettacolare di questa ricerca è il modo in cui Frank ha cominciato l’osservazione”, commenta Laurent Keller. “Oggi per ottenere dei finanziamenti bisogna fare delle ipotesi, non basta dire: ‘Mi metto seduto davanti a un formicaio in Africa e vedo cosa succede’. Eppure è proprio così che si fanno le grandi scoperte”. Lo scienziato svizzero ha invitato il giovane laureato nel suo laboratorio, ma con delle domande ben precise: di cosa muoiono le vittime? Qual è la natura delle infezioni? Di cosa è composta la saliva magica? Il trattamento è di natura profilattica o curativa?

Lo scopo è osservare il modo di vita delle formiche, tra promiscuità estrema e scambi permanenti, capire i loro processi difensivi e magari approfittarne per trovare nuovi tipi di antibiotici. In un articolo pubblicato il 7 febbraio 2018 su Royal Society Open Science, un’équipe dell’università dell’Arizona ha analizzato le secrezioni di venti specie di formiche americane e ha constatato che il 60 per cento di loro aveva proprietà antimicrobiche, mentre l’altro 40 per cento ne era del tutto sprovvisto. La formica, la cui evoluzione va avanti da decine di milioni di anni, potrebbe mostrarci la via per evitare le resistenze agli antibiotici o, al contrario, per sconfiggere le infezioni patogene senza agenti antibatterici. ◆adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati