Gli europei hanno smesso di darsi la mano. O quanto meno è così per me e la maggior parte delle persone che incontro. La scorsa settimana a un evento del ministero degli esteri tedesco a Berlino abbiamo evitato di stringerci la mano. Ci accostavamo in modo maldestro, annuendo o allungando una gamba con fare scherzoso per toccarci i piedi in una specie di nuova forma di saluto. A Parigi un tassista mi ha raccontato che tiene i finestrini aperti nonostante il freddo per evitare di essere contagiato dai passeggeri. Le autorità francesi hanno ordinato di cancellare qualsiasi evento con più di mille persone. Naturalmente la situazione in Italia è più allarmante, il paese è quasi chiuso e il numero di infezioni e di decessi sale velocemente. Ma il momento in cui ho capito che la gente aveva smesso di stringersi la mano è stato il punto critico. Vivendo nell’Europa continentale e attraversando spesso i suoi confini invisibili, ho capito che il coronavirus stava per cambiare le nostre vite in modi che non potevamo immaginare. Mi sono chiesta che impatto avrà questa nuova forma di distanziamento sociale sulle relazioni tra persone e tra paesi nel nostro continente così complesso, diversificato e piuttosto inquieto.

Il virus sta alimentando la frammentazione in Europa. I viaggi sono in calo, gli aerei sono per metà vuoti. I governi stanno rispondendo senza coordinarsi, molti rifugiandosi in una sgradita modalità di “primato dello stato-nazione”. Naturalmente il virus non ha colpito tutti i paesi allo stesso modo, almeno fino a oggi, perciò le risposte variano. Ma credo di non essere l’unica a notare quanto deboli e distanti appaiano le istituzioni europee in questo momento.

Al tempo stesso c’è uno strano senso di solidarietà, come se stessimo sperimentando un nuovo bisogno di connessione in una fase di incombenti chiusure. Questo sta succedendo a livello continentale, non solo all’interno dell’Unione. Un amico che vive in Svezia mi ha detto che le persone hanno continuato a negare il problema finché i contagiati non sono saliti a più di 200. È possibile che una buona parte dell’Europa stia ancora negando il problema, soprattutto nelle regioni più orientali. È probabile che ci ritroveremo presto a riflettere in modo ossessivo sulle differenze tra i nostri servizi sanitari.

Il virus ha aperto un momento di riflessione per gli europei. Ha portato una nuova consapevolezza sul modo in cui viviamo: la centralità delle nostre piazze e dei nostri spazi pubblici; la vitalità della vita nei bar; l’alta urbanizzazione del nostro continente. Una nuova consapevolezza che riguarda anche i princìpi del libero movimento delle persone, con i nostri infiniti dibattiti, con incontri e festival culturali, il continuo incrociarsi dei nostri studenti, lavoratori, creatori. Senza dimenticare, naturalmente, il modo in cui ci salutiamo, che in molti paesi prevede svariati baci sulla guancia.

Stiamo scoprendo quanto siano preziose avere la libertà d’incontrarci senza paura, la leggerezza che viene dal confronto nonostante le differenze e quanto sia utile saperne di più su come funzionano le nostre società.

Soprattutto però questa situazione ci ricorda la centralità dell’individuo. Perché la lotta contro il Covid-19 riguarda, in ultima analisi, i gesti che ciascuno di noi sceglie di fare o di non fare, la responsabilità individuale. In un continente in cui le identità di gruppo e le mentalità chiuse dal punto di vista nazionale hanno avuto costi molto elevati, ci ritroviamo a dover sposare di nuovo il valore assoluto, insuperabile e insostituibile dell’individuo. Abbiamo smesso di darci la mano, ma forse stiamo riscoprendo qualcosa di
importante con cui avevamo perso il contatto. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati