Sotto l’ombra di un gelso, in mezzo a una distesa di tombe punteggiata di bandiere taliban, uno dei principali leader dei combattenti dell’Afghanistan orientale ci ha raccontato che il gruppo ha subìto perdite enormi a causa degli attacchi delle forze governative afgane e statunitensi negli ultimi dieci anni. Ma queste perdite hanno cambiato poco la situazione: i taliban continuano a rimpiazzare i loro morti e feriti con nuove reclute e a combattere con la solita brutale violenza.
“Questa lotta per noi è una forma di devozione”, ci ha spiegato Mawlawi Mohammed Qais, capo dei miliziani taliban della provincia di Laghman, mentre decine di combattenti sostavano poco lontano sul fianco di una collina. “Se un fratello viene ucciso, un altro prenderà il suo posto e farà la volontà di Dio”.
Era marzo, e i taliban avevano appena firmato l’accordo di pace con gli Stati Uniti che ha portato il movimento a un passo dal realizzare il suo sogno: il ritiro completo delle truppe americane dall’Afghanistan.
I taliban sono sopravvissuti a diciannove anni di guerra contro una superpotenza mondiale. E decine di interviste rilasciate da leader e combattenti attivi in tre paesi e da vari funzionari afgani e occidentali hanno messo in evidenza la fusione di vecchie e nuove strategie e generazioni che ha reso possibile questo risultato. Dopo il 2001 i taliban si sono riorganizzati in una rete decentrata, che dà ai comandanti sul territorio il potere di reclutare uomini e trovare risorse localmente, mentre i vertici del movimento rimangono al sicuro nel vicino Pakistan. I ribelli hanno perfezionato il loro modo di pianificare gli attacchi terroristici, tenendo sotto pressione continua il governo di Kabul, e nel frattempo hanno messo a punto un sistema di finanziamento basato su attività criminali e traffico di droga, nonostante la loro austera ideologia islamica.
Un’ideologia che non è cambiata, neanche ora che si preparano a intavolare negoziati diretti con il governo di Kabul sulla condivisione del potere. Non hanno mai esplicitamente rinnegato la protezione offerta in passato a esponenti del terrorismo internazionale, né l’oppressione delle donne e delle minoranze che ha contraddistinto il loro governo negli anni novanta. I ribelli restano fermamente contrari a gran parte dei cambiamenti introdotti nel paese grazie al sostegno dell’occidente negli ultimi vent’anni.
“Preferiamo che l’accordo sia applicato integralmente in modo da raggiungere una pace completa”, dice Amir Khan Mutaqi, capo dello staff del leader supremo dei taliban, in un’intervista che ci ha concesso a Doha, la capitale del Qatar. “Però non possiamo certo stare qui con le mani in mano mentre le prigioni sono piene dei nostri uomini, il sistema di governo è uguale a quello occidentale e si suppone che i taliban debbano starsene a casa. È inaccettabile che tutto resti come prima dopo tanto sacrificio. Il governo è sostenuto da denaro straniero, armi straniere, risorse straniere”.
Fino al giorno del giudizio
Lo spettro della storia recente incombe. L’ultima volta che una potenza occupante lasciò l’Afghanistan – quando i mujahidin, con l’appoggio degli Stati Uniti, costrinsero i sovietici alla ritirata nel 1989 – i gruppi guerriglieri rovesciarono il governo e si contesero il potere, finché i taliban ebbero la meglio. Oggi, mentre gli Stati Uniti e i ribelli hanno smesso di combattersi, i taliban hanno intensificato gli attacchi contro le forze governative afgane, sospesi solo per un’insolita tregua di tre giorni in occasione delle celebrazioni dell’Eid, alla fine di maggio. La loro strategia sembra essere seminare il terrore.
Il movimento si è fuso con la criminalità locale e il narcotraffico, offrendo nuovi incentivi economici al proseguimento della guerra santa
Molti in Afghanistan temono che i taliban riusciranno a intimidire i negoziatori e a ottenere così un ruolo dominante nel governo. Nel frattempo continuano a indebolire le istituzioni e a uccidere i funzionari governativi con autobombe e agguati. Vari comandanti taliban sul campo dicono esplicitamente che il cessate il fuoco riguarda solo le truppe statunitensi, per facilitarne il ritiro, “in modo che alzino le chiappe e se ne vadano”, spiega il capo delle milizie dell’Afghanistan meridionale. Ma non c’è alcuna riserva sul proseguimento degli attacchi alle forze di sicurezza del governo di Kabul.
“La nostra guerra è cominciata prima che arrivassero gli americani, è una guerra alla corruzione. I corrotti hanno implorato gli Stati Uniti d’intervenire perché erano troppo deboli per combattere”, dice un giovane comandante dell’Unità rossa, un corpo d’élite taliban ad Alingar. Era un neonato quando l’occupazione statunitense è cominciata. Ha accettato di incontrarci in una zona di confine, dove il controllo del governo cede il posto a quello dei taliban. “Se non sarà instaurato un vero governo islamico”, racconta, chiedendo di rimanere anonimo, “il nostro jihad continuerà fino al giorno del giudizio”.
I taliban possono contare su un numero di miliziani attivi che oscilla tra i cinquanta e i sessantamila, ma anche su decine di migliaia di combattenti part-time e di facilitatori, stando alle stime di Kabul e Washington. Non sono, tuttavia, un’organizzazione monolitica. I vertici hanno costruito una macchina da guerra efficacissima combinando elementi diversi, incoraggiando ogni cellula locale a diventare autosufficiente. In molte delle zone che controllano, i taliban amministrano servizi e risolvono dispute, agendo come una sorta di governo ombra.
Reclute a sufficienza
“Seguono una strategia capillare, altamente decentrata, che permette ai comandanti dei vari distretti di mobilitare risorse umane e logistiche”, spiega Timor Sharan, ricercatore afgano ed ex alto funzionario del governo. “Ma al vertice il loro potere è legittimato da un’unica fonte, un unico leader”. Nel corso degli anni i vertici dell’organizzazione sono rimasti per lo più in Pakistan, dove l’Isi, il servizio segreto pachistano, ha sostenuto la ricostituzione del movimento. Il paese è stato un porto sicuro che ha permesso di garantire continuità anche se tra le fila dei miliziani in Afghanistan si contavano perdite ingenti.
A volte le perdite sono state così alte – centinaia di combattenti uccisi ogni settimana in attacchi aerei statunitensi, che dal 2013 hanno sganciato circa 27mila bombe – da costringere i taliban a mettere a punto un nuovo sistema di riservisti che gli permettesse di mantenere la pressione anche dove avevano perso uomini, stando a quello che dicono diversi comandanti di gruppi regionali. Il 2019 è stato particolarmente devastante, e il governo di Kabul ha fatto sapere che l’esercito stava uccidendo taliban a un ritmo mai raggiunto prima: più di mille uomini al mese, alla fine dell’anno circa un quarto delle forze stimate del gruppo. Oltre agli attacchi aerei delle forze afgane, gli Stati Uniti hanno sganciato circa 7.400 bombe, forse il numero più alto in un decennio.
Anche al culmine di una lunga occupazione militare come quella statunitense e dell’impegno straniero per aiutare il governo di Kabul a ottenere consensi nelle zone rurali, i taliban sono riusciti a reclutare un numero di giovani sufficiente per proseguire la lotta. Le famiglie hanno continuato a rispondere al richiamo del gruppo, e i grandi profitti contribuiscono a tenere in piedi l’organizzazione.
Mawlawi Qais spiega che il suo comando nella provincia di Laghman, dove si trova Alingar, ha un comitato di reclutamento che va per le moschee e le scuole coraniche in cerca di nuovi potenziali combattenti. Ma precisa che sono i miliziani attivi a reclutare il maggior numero di persone, coinvolgendo amici e familiari. C’è un bisogno continuo di sangue nuovo, ed è stato così soprattutto negli ultimi dieci anni.
“Solo nella nostra _dilgai _più vicina”, racconta riferendosi a un’unità che comprende tra i cento e i 150 combattenti, “abbiamo perso ottanta uomini”. Eppure i combattenti continuano ad aderire, dice, in parte grazie all’ostilità diffusa nei confronti delle istituzioni occidentali e dei valori che il governo di Kabul ha mutuato dai suoi alleati. “Non ce l’abbiamo con persone in carne e ossa”, dice Mawlawi Qais, “ma con il sistema”.
I funzionari afgani spiegano che, se in alcuni posti i taliban non esercitano un controllo abbastanza stabile da permettergli di reclutare combattenti, possono sempre attingere ai circa due milioni di rifugiati afgani che vivono in Pakistan e alle scuole religiose del paese.
I comandanti taliban non pagano stipendi regolari ai miliziani, ma gli pagano le spese. Ad aiutarli negli ultimi anni è stata la prassi di dare ai comandanti mano libera su come usare le risorse locali, e così il bottino di guerra. Alcuni canali di finanziamento, come la tassazione di vari beni, sono stati centralizzati. Ma sempre di più il movimento si è fuso con la criminalità locale e il narcotraffico, offrendo nuovi incentivi economici al proseguimento della guerra santa.
“I fratelli che sono con noi in prima linea a combattere il jihad non ricevono un salario”, dichiara il mullah Baaqi Zarawar, al comando di un’unità nella provincia di Helmand. “Ma ci assicuriamo che abbiano soldi da spendere, benzina per le motociclette, e che tutte le loro spese di viaggio siano coperte. Se prendono bottini di guerra, quella è la loro ricompensa”.
Nelle zone che controllano stabilmente molti combattenti taliban, e i loro capi, si dedicano anche ad altri lavori. Durante l’intervista Mawlawi Qais si scusa per gli abiti impolverati: ha passato tutta la mattina a macinare farina, la sua occupazione abituale. Molti dei suoi miliziani svolgono varie occupazioni quando non sono chiamati a combattere.
Per assicurarsi che l’afflusso di nuove reclute non si esaurisca, i taliban hanno perfezionato campagne d’informazione raffinate, basate su produzioni video di grande effetto e un uso aggressivo dei social network. Ogni volta che le forze statunitensi o afgane causano vittime civili, la notizia, non importa se vera o inventata, viene diffusa a tappeto sui social network, accompagnata da video di taliban che saltano dentro cerchi di fuoco o si esercitano con le armi.
Il messaggio è sempre lo stesso: unirsi a noi vuol dire abbracciare una vita di eroismo e sacrificio.
D’altronde hanno sempre potuto attingere a una simbologia potente: combattono sotto la guida di un leader supremo, Mawlawi Haibatullah Akhundzada, che ha mandato il figlio a compiere un attentato suicida sacrificandolo alla causa, contro un governo appoggiato da una forza militare occupante i cui vertici spesso tengono le loro famiglie al sicuro all’estero.
Dopo l’accordo con gli Stati Uniti, la propaganda dei taliban si è addirittura intensificata, assumendo toni trionfalistici. Nel suo messaggio annuale in occasione dell’Eid al Fitr (la fine del Ramadan), il 20 maggio, il leader supremo ha promesso un’amnistia a tutti i nemici che smetteranno di collaborare con il governo di Kabul.
Alingar è anche un esempio di come i taliban siano riusciti a imporsi in qualità di governo ombra nelle zone sotto il loro controllo. I miliziani impongono delle tasse, il 20 per cento delle quali è inviato alla leadership centrale, mentre il resto serve a sostenere l’attività delle milizie locali, affermano i capi del distretto. I loro comitati gestiscono i servizi di base, tra cui la sanità, l’istruzione e i bazar della zona.
I rifornimenti e gli stipendi per gli ambulatori medici e le scuole sono ancora pagati dal governo afgano e dalla cooperazione internazionale, ma sono i taliban ad amministrarli: un compromesso a cui sono dovuti scendere con riluttanza anche i cooperanti, dato che l’alternativa sarebbe l’interruzione di questi servizi. E la posizione dei taliban sull’istruzione è la prova più lampante di come siano rimasti saldamente ancorati alla loro tradizionale repressione delle donne, dell’arte e della cultura. Delle 57 scuole di Alingar, diciassette sono scuole femminili, secondo Mawlawi Ahmadi Haqmal, a capo del comitato per l’istruzione di Alingar. Ma i taliban vogliono che l’istruzione delle bambine si fermi alla quinta elementare, in contrasto con i parametri stabiliti per ricevere aiuti internazionali. Hanno anche stralciato dai programmi scolastici la cultura come insegnamento perché “promuove volgarità come la musica”, spiega Mawlawi Haqmal.
Dopo che i taliban hanno firmato l’accordo con gli Stati Uniti, Al Qaeda ha salutato l’evento come ‘una grande vittoria’ contro l’America
Anarchia
Quando negli anni novanta i taliban sconfissero le altre fazioni e presero il potere, gli Stati Uniti si mostrarono per lo più indifferenti al loro governo oppressivo. Tutto questo cambiò nel 2001, quando i leader di Al Qaeda che si erano rifugiati in Afghanistan riuscirono a sferrare gli attacchi dell’11 settembre su suolo americano.
Il leader saudita di Al Qaeda, Osama bin Laden, aveva soggiornato a lungo in Afghanistan, e aveva anche combattuto al fianco degli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica alla fine della guerra fredda. Il leader taliban, il mullah Mohammed Omar, gli aveva permesso di rimanere in Afghanistan e i due nel tempo si erano avvicinati, al punto che Bin Laden gli aveva giurato fedeltà, riconoscendolo come emiro islamico.
Ferita e in cerca di vendetta, l’amministrazione statunitense non ebbe la pazienza di aspettare che i taliban, su loro stessa proposta, trovassero un modo di sbarazzarsi di bin Laden senza consegnarlo direttamente agli americani, e diede inizio all’occupazione militare.
Un gruppo che aveva facilmente avuto la meglio sulle altre fazioni afgane cominciò presto a crollare sotto il fuoco degli attacchi aerei statunitensi. I miliziani tornarono alle loro case e l’emirato islamico si disintegrò. I leader taliban si rifugiarono in Pakistan o finirono nelle prigioni statunitensi.
Diversi comandanti taliban mi hanno detto che nei mesi successivi all’occupazione neanche immaginavano di poter arrivare un giorno a cacciare l’esercito statunitense. Le cose cambiarono appena i loro vertici trovarono il modo di riunirsi grazie alla protezione offerta dall’esercito pachistano, e questo nonostante Islamabad continuasse a incassare centinaia di milioni di dollari in aiuti statunitensi.
Da quel rifugio sicuro, i taliban poterono progettare una lunga guerra di logoramento contro le truppe statunitensi e della Nato. Cominciando con attacchi più seri sul territorio nel 2007, i miliziani riciclarono e integrarono le vecchie planimetrie che gli Stati Uniti avevano fatto realizzare per combattere i sovietici in quelle stesse regioni montuose, mappe che ora venivano usate contro gli statunitensi.
“La maggior parte dei nostri leader aveva combattuto contro i sovietici. Questo era il nostro paese, il nostro territorio, e i nostri fratelli lo conoscevano bene”, dice Mutaqi. “La storia dell’Afghanistan era di fronte a noi: quando arrivarono gli inglesi le loro forze erano superiori alle nostre, e così quelle dei sovietici e degli Stati Uniti. E questo ci ha fatto sperare che anche gli americani, prima o poi, se ne sarebbero andati”.
Fin dall’inizio i taliban si scagliarono contro la corruzione e gli abusi del governo installato a Kabul dagli Stati Uniti, presentandosi come garanti della giustizia e protettori delle tradizioni afgane: un elemento chiave del consenso che continuano a riscuotere in molte zone rurali del paese. E mentre Washington era distratta dalla guerra con l’Iraq, le ambizioni dei taliban crescevano e così il territorio da loro controllato.
Quando il presidente statunitense Barack Obama si insediò nel 2009, il movimento era cresciuto al punto che Obama aumentò le truppe sul campo di 100mila unità. In aggiunta ai corpi della polizia e dell’esercito afgani, che furono potenziati fino a raggiungere le 300mila unità, i militari statunitensi diedero supporto anche a milizie irregolari sul territorio come misura d’urgenza. La guerra entrò in un circolo vizioso.
L’apice della violenza
Il secondo decennio della guerriglia taliban si è distinto per violenza e ferocia, e per la capacità di colpire a piacimento anche le zone meglio sorvegliate della capitale Kabul. Hanno caricato di esplosivi camion dell’autospurgo, furgoni e perfino un’ambulanza, colpendo il cuore della città e facendo centinaia di vittime. Si sono infiltrati nei ranghi delle forze governative afgane usando uomini sotto copertura, che hanno poi aperto il fuoco contro i comandanti afgani e, in un caso, contro il più alto generale statunitense in Afghanistan. La sfiducia reciproca tra forze statunitensi e afgane è arrivata al punto che i generali americani hanno dichiarato insostenibili gli sforzi per addestrate gli afgani.
I taliban hanno ristabilito i vecchi canali di finanziamento provenienti dagli stati arabi, quelli che avevano contribuito a foraggiare la lotta dei mujahidin contro i sovietici sostenuta dagli Stati Uniti. Ma sono diventati anche molto più bravi a creare opportunità di autofinanziamento dentro l’Afghanistan, con un ricavo stimato di centinaia di milioni di dollari all’anno. Hanno sfruttato miniere illegali, imposto tasse sul commercio e, soprattutto, si sono impadroniti dei guadagni dell’oppio.
Un esempio chiaro di come i taliban abbiano portato vecchie esperienze di guerriglia a nuove vette di brutalità è lo sviluppo della rete Haqqani e la sua integrazione nella loro leadership. Ai tempi della guerra contro l’Unione Sovietica, il patriarca della rete, Jalaluddin Haqqani, era considerato un alleato efficiente degli americani. Ma nel conflitto contro gli Stati Uniti i seguaci di Haqqani si sono ritrovati a essere l’unica costola dei taliban inclusa da Washington nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere.
Gli uomini di Haqqani hanno trasformato le vecchie rotte del contrabbando in corridoi per far entrare nel paese kamikaze e combattenti ben addestrati, che hanno colpito obiettivi statunitensi e le più importanti agenzie del governo afgano. Il figlio di Jalaluddin Haqqani, Sirajuddin, è stato promosso dai taliban al rango di vice del leader assoluto e comandante delle operazioni nel 2015. Il giovane Haqqani, originario dell’Afghanistan orientale, ha spesso inviato i suoi istruttori migliori a supporto delle unità taliban a sud, nelle zone calde della guerriglia, facendo impennare la violenza dei loro attacchi.
Quando gli Stati Uniti hanno dato il via ai negoziati con i taliban nel 2018 a Doha, seduti al tavolo c’erano gli architetti – e i sopravvissuti – della ribellione. Quasi la metà dei delegati taliban aveva passato un decennio a Guantánamo. Il principale negoziatore taliban, il mullah Abdul Ghani Baradar, è stato da poco rilasciato dopo dieci anni di detenzione in una prigione pachistana. Era stato arrestato perché aveva tentato di negoziare la pace con il governo di Kabul senza l’avallo degli apparati militari pachistani che hanno sostenuto i taliban.
A ogni sessione il mullah Baradar aveva l’abitudine di raggiungere la sede dei negoziati, un lussuoso club per diplomatici, con due Chevrolet Impala nere. Cinque o sei guardie vestite di bianco si precipitavano ad accogliere le due vetture, aprendo lo sportello per scortare il leader, ancora provato dalla prigionia, aiutandolo a salire i gradini della scalinata di marmo mentre i delegati statunitensi erano tutti lì in attesa, impazienti di mettere fine al conflitto.
Durante i negoziati, autobombe colpivano le basi militari afgane e squadroni di attentatori suicidi attaccavano gli uffici del governo di Kabul facendo vittime tra i civili. Tutti atti di violenza che hanno rallentato e spesso fatto deragliare queste delicatissime trattative.
Una delle principali preoccupazioni di Washington e Kabul era capire se l’ala politica dei taliban e personaggi come il mullah Baradar avessero una reale influenza sui comandanti militari dei ribelli. Un’altra questione era se i taliban si sarebbero davvero rivoltati contro altre organizzazioni terroristiche come il gruppo Stato islamico (Is) o Al Qaeda una volta che gli statunitensi se ne fossero andati.
Anche se negli ultimi anni sono emersi diversi nuovi comandanti, il consiglio dei capi è composto in larga parte dalle vecchie figure
In una particolare sessione avviata la scorsa primavera, il comandante delle forze statunitensi e di quelle della Nato, il generale Austin S. Miller, ha rivolto un appello ai taliban perché si unissero allo sforzo antiterroristico statunitense. “I nostri possono continuare a uccidersi a vicenda”, ha detto, “oppure potremmo distruggere l’Is insieme”.
Funzionari statunitensi affermano che l’ostilità del presidente Trump alle trattative si è attenuata quando i taliban hanno cominciato a collaborare in questo senso. I ribelli hanno messo sotto pressione le roccaforti dell’Is a est, mentre gli Stati Uniti le colpivano dal cielo e i commandi afgani le attaccavano da un’altra direzione. Eppure, quando si è trattato di Al Qaeda, i taliban si sono mossi su una linea sottile negli accordi con gli Stati Uniti, rifiutandosi di definirla un’organizzazione “terroristica”, parola che ha paralizzato i negoziati per giorni. I taliban non hanno mostrato rimorsi per la loro passata collaborazione con Al Qaeda, concedendo solo la promessa di impedire che il territorio afgano sia usato per sferrare attacchi in futuro.
Circa due settimane dopo la firma dell’accordo tra i taliban e gli Stati Uniti, Al Qaeda in un comunicato ha salutato l’evento come “una grande vittoria” contro l’America.
Tenere a freno le truppe
I taliban hanno dimostrato fino a che punto sia saldo il controllo sui loro ranghi anche in un altro modo. Quando le parti hanno stabilito che dopo la firma dell’accordo ci sarebbe stato un cessate il fuoco di una settimana, la violenza è calata dell’80 per cento, stando alle stime di Washington e Kabul. Non era un esito scontato. Il mullah Baradar aveva rifiutato categoricamente di sottoscrivere l’impegno per un cessate il fuoco totale di sette giorni, un’impuntatura che, secondo molti osservatori afgani e internazionali, serviva ai leader taliban per non perdere la faccia nel caso che qualche cellula rifiutasse di obbedire agli ordini. C’erano altri segnali che il mullah Baradar fosse impegnato a gestire complicati equilibri dietro le quinte. Alcuni funzionari di Kabul sostengono che, secondo l’intelligence, Baradar ha imposto un ultimatum all’ala militare dei taliban, dicendogli che se si ostinavano a cercare di vincere con l’uso della forza, non c’era alcun bisogno che lui passasse le proprie giornate a contrattare con i delegati statunitensi su ogni parola, ogni virgola.
Quando la settimana del cessate il fuoco è cominciata, i comandanti taliban si sono affannati sui gruppi WhatsApp e sulle frequenze radio militari per costringere i combattenti e le unità a ubbidire. La vittoria è vicina e questo è quello che dobbiamo fare, dicevano ai miliziani, stando alle intercettazioni dell’intelligence condivise con noi da funzionari di Kabul. A rallentare i negoziati con gli Stati Uniti ha contribuito l’insistenza dei leader politici taliban nel voler discutere ogni minimo dettaglio degli accordi con i comandanti sul campo, per farli sentire partecipi ed evitare ribellioni o scissioni. Per settimane i turbanti neri si sono seduti al tavolo delle trattative insieme agli statunitensi a Doha, per poi inviare delegazioni in Pakistan e consultarsi con i comandanti sul campo.
Nel frattempo, c’era sempre WhatsApp. Ogni volta che i delegati taliban si interrompevano per le preghiere quotidiane, uscendo riprendevano i loro telefoni dalle cassette di sicurezza. Le notifiche dei messaggi in entrata facevano da colonna sonora alle preghiere nella moschea, e si cominciava a far scorrere i messaggi non appena le mani si levavano a toccare il volto a conclusione della preghiera.
Un unico leader
Oggi i taliban dicono che ciò che li distingue dalle fazioni che fecero la guerra contro l’Unione Sovietica e poi combatterono per ottenere il potere è che la fedeltà di quelle fazioni era divisa tra più di una decina di capi diversi. I taliban invece hanno intrapreso la loro lotta sotto il comando di un unico leader, il mullah Omar. Ma la ribellione ha raggiunto il suo apice in tempi molto più recenti, grazie a una struttura di comando che poggia sul consenso e che usa il pugno di ferro contro chiunque disubbidisca al suo interno.
Anche se negli ultimi anni sono emersi diversi nuovi comandanti, il consiglio dei capi è composto in larga parte dalle vecchie figure che hanno pianificato la ribellione negli anni immediatamente successivi all’occupazione statunitense. I vecchi leader politici ammettono che il gioco di equilibri che devono gestire è una sfida senza precedenti. Hanno mantenuto un controllo strettissimo sulla legittimazione ideologica della loro violenza: questa è una guerra santa, finché il leader supremo e i suoi discepoli dicono che lo è.
Sharan, il ricercatore afgano, spiega che è stato più facile mantenere l’unità fino a quando c’era un nemico comune, gli Stati Uniti, da combattere. Se però i taliban dovessero veder realizzato il loro sogno di un Afghanistan libero dalla presenza statunitense, dice, si troveranno a dover affrontare molti dei problemi che già una volta hanno fatto sprofondare il paese nell’anarchia.
“Il rapporto tra i capi politici e i comandanti delle milizie che hanno il monopolio delle risorse e della violenza sarà messo a dura prova”, spiega Sharan. “La guerra civile degli anni novanta a Kabul non scoppiò perché i leader politici non riuscivano a mettersi d’accordo tra loro, ma perché i comandanti dei miliziani erano diventati ambiziosi. I leader politici non avevano alcuna speranza di controllarli”. ◆ fg
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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati