“Solo quando la marea si ritira si scopre chi stava nuotando nudo”, ha detto una volta il l’imprenditore Warren Buffet. Per gli Stati Uniti il covid-19 rappresenta una bassa marea di proporzioni storiche, capace di mettere a nudo debolezze e disuguaglianze che in un contesto normale sarebbero rimaste nascoste. Il settore in cui questo processo è più evidente è l’industria alimentare. Una serie di traumi ha colpito gli anelli deboli della catena, minacciando di svuotare gli scaffali dei negozi come succedeva un tempo nei paesi del blocco comunista. Il sistema che ha reso possibile la tipica abbondanza del supermercato americano, con la sua capacità di vendere grandi quantità di prodotti a prezzi stracciati, all’improvviso sembra discutibile, se non addirittura dannoso. I problemi rivelati dal virus non si limitano al modo in cui gli Stati Uniti producono e distribuiscono il cibo, ma si presentano anche a tavola. La dieta creata dall’attuale sistema alimentare è infatti tra le cause delle malattie croniche che rendono le persone più vulnerabili al covid-19.
L’accostamento tra le immagini degli agricoltori che distruggono i raccolti e buttano via il latte e quelle che mostrano supermercati vuoti e le file alle mense per i poveri racconta la storia di un’economia impazzita. Oggi negli Stati Uniti esistono due catene alimentari separate, che si dividono quasi alla pari il mercato. La catena alimentare al dettaglio collega un gruppo di agricoltori ai negozi di alimentari, mentre la seconda connette altri agricoltori ad acquirenti istituzionali come ristoranti, scuole e uffici. Con l’economia paralizzata e gli americani costretti a restare a casa, la seconda catena alimentare si è spezzata. E, a causa del modo in cui l’industria si è sviluppata negli ultimi decenni, oggi è praticamente impossibile dirottare il cibo prodotto per gli acquirenti istituzionali verso i negozi al dettaglio. Le aziende statunitensi producono ancora da mangiare in abbondanza, ma far arrivare gli alimenti dove ce n’è bisogno non è facile.
Come siamo arrivati a questo punto? Tutto è cominciato all’inizio degli anni ottanta, durante la prima presidenza di Ronald Reagan, quando il dipartimento di giustizia riscrisse le regole dell’antitrust: se una fusione garantiva maggior “efficienza” sul mercato senza danneggiare il consumatore, allora poteva essere approvata. La politica introdotta dal presidente Reagan, e confermata dalle amministrazioni successive, ha provocato un’ondata di fusioni e acquisizioni nel settore agroalimentare. Dagli anni ottanta a oggi l’industria alimentare è diventata sempre più concentrata e specializzata, con un numero ristretto di aziende che dominano ogni fase del processo di approvvigionamento.
Intervistato di recente dal Washington Monthly, un allevatore di polli che vende milioni di uova liquide usate per preparare le omelette nelle mense scolastiche ha dichiarato di non possedere i macchinari necessari (per non parlare delle conoscenze e dei contratti) per vendere i suoi prodotti sul mercato al dettaglio. Alla fine è stato costretto a sopprimere migliaia di galline, anche se molti supermercati sono a corto di uova.
Il 26 aprile John Tyson, presidente di Tyson Foods, la seconda azienda del paese nel settore della carne, ha acquistato uno spazio sul New York Times e altri quotidiani per dichiarare che la catena alimentare si stava “sgretolando” e avvertire del rischio di un’imminente carenza di carne causata dalla pandemia. Negli Stati Uniti i mattatoi sono stati focolai della malattia, con migliaia di lavoratori contagiati e decine di morti. Nulla di strano, se si pensa che in questi impianti il distanziamento fisico è impossibile e l’ambiente è ideale per la trasmissione dei virus.
La catena alimentare vacilla, ma alcuni settori resistono meglio di altri
Negli ultimi anni le aziende del settore sono riuscite a ottenere normative che hanno accelerato vertiginosamente la produzione. Così oggi i dipendenti lavorano a strettissimo contatto, tagliando e disossando la carne a un ritmo talmente frenetico da non potersi fermare nemmeno per starnutire. In mancanza di pause regolari per andare al bagno, alcuni lavoratori sono costretti a indossare pannoloni. Fino a poco tempo fa i mattatoi non offrivano alcun equipaggiamento protettivo, e molti lavoratori erano sollecitati a proseguire l’attività anche dopo essere stati esposti al virus. Se poi si considera che molti dipendenti sono immigrati che vivono in spazi sovraffollati senza accesso all’assistenza sanitaria, si capisce quanto sia elevato il rischio di contagio. Alla fine di aprile, quando il numero dei casi di covid-19 nei mattatoi degli Stati Uniti è esploso – 12.608 contagi accertati, con 49 morti all’11 maggio – le autorità sanitarie e i governatori hanno cominciato a ordinare la chiusura degli impianti. Proprio questa minaccia ai profitti ha portato alla presa di posizione di Tyson, in pratica un ricatto a Donald Trump. Una penuria di carne nei negozi avrebbe sicuramente aggravato le difficoltà politiche del presidente. Per riaprire gli stabilimenti, Tyson e gli altri industriali pretendevano che il governo federale ostacolasse il lavoro delle autorità sanitarie locali, oltre a chiedere protezione da eventuali cause giudiziarie che i lavoratori potrebbero intentargli per il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza e la salute.
Proteine a buon mercato
Pochi giorni dopo l’intervento di Tyson, Trump ha ceduto alle richieste dei produttori di carne invocando il Defense production act. Dopo essersi rifiutato di ricorrere alla legge per incrementare la produzione dei test per il covid-19, il presidente ha dichiarato che la carne è “un prodotto essenziale per la difesa della nazione”. Il suo ordine esecutivo ha tolto alle autorità locali la facoltà di chiudere gli impianti, ha costretto i dipendenti a tornare al lavoro senza misure di sicurezza e ha garantito agli industriali una certa protezione da eventuali cause per negligenza. L’8 maggio Tyson ha riaperto lo stabilimento di Waterloo, in Iowa, dove più di mille dipendenti erano risultati positivi al virus.
Il presidente, i consumatori di carne e soprattutto i lavoratori del settore non si sarebbero mai trovati in questa situazione se non fosse stato per l’estrema concentrazione dell’industria della carne, all’origine di una filiera talmente fragile che basta la chiusura di un singolo stabilimento per creare il caos. Oggi quattro aziende producono l’80 per cento della carne di manzo consumata negli Stati Uniti. Altre quattro macellano il 57 per cento dei maiali. Un singolo stabilimento della Smithfield Foods, quello di Sioux Falls, in South Dakota, lavora il 5 per cento della carne di maiale venduta nel paese. Quando un focolaio di covid-19 ha costretto il governatore dello stato a chiudere la struttura, gli allevatori che avrebbero dovuto consegnare i maiali sono stati abbandonati a se stessi. E una volta che i maiali hanno raggiunto l’età da macellazione, non è possibile usarli in altro modo. Continuare a nutrirli è troppo costoso, e gli allevamenti non sono progettati per ospitarli oltre una certa stazza. Lo stesso discorso vale per i polli: una volta superate le sei o sette settimane di vita rischiano fratture e problemi cardiaci, oltre a diventare troppo pesanti per essere appesi alle catene di macellazione. È per questo che le chiusure degli stabilimenti hanno costretto gli allevatori ad abbattere milioni di animali.
In circostanze normali il maiale e il pollo di oggi sono miracoli di brutale efficienza, allevati per produrre proteine a velocità frenetica grazie a una somministrazione accurata di cibo e farmaci. Lo stesso vale per gli impianti in cui gli animali sono macellati. Queste innovazioni hanno permesso alla carne, per secoli un prodotto di lusso, di diventare economica e accessibile a tutti. Oggi gli statunitensi mangiano in media più di 250 grammi di carne al giorno. Il covid-19, però, ha mostrato i rischi legati a questo sistema. Più efficienza vuol dire meno resilienza (per non parlare delle questioni etiche): l’industria alimentare ha fatto una scelta di cui stiamo pagando il prezzo.
Immaginate come sarebbe diversa la situazione se il sistema fosse ancora basato su centinaia di mattatoi locali che ricevono la carne da decine di migliaia di allevatori. In queste condizioni un’epidemia in una singola struttura non altererebbe l’intero processo produttivo. La carne, probabilmente, costerebbe di più, ma il sistema sarebbe sicuramente più solido.
Un’altra debolezza evidenziata dal virus è il paradosso per cui dei lavoratori considerati “essenziali” sono sottopagati e ritenuti sacrificabili. A dar da mangiare agli statunitensi sono gli uomini e le donne che disossano polli su rulli scorrevoli al ritmo di 175 al minuto, raccolgono ortaggi sotto il sole del deserto o guidano camion-frigorifero attraverso il paese. La totale dipendenza del paese da queste persone non è mai stata così evidente, e dovrebbe garantirgli un certo potere negoziale. In tutti gli Stati Uniti cominciano a vedersi proteste e scioperi a sorpresa. Probabilmente è solo l’inizio. Forse in futuro questi lavoratori riusciranno a ottenere stipendi, protezioni e benefici adeguati alla loro importanza per la società.
Alimentazione e diritti
Per il momento i reparti dei supermercati che vendono frutta e ortaggi sono abbastanza forniti. Ma che succederà se la pandemia colpirà anche i lavoratori agricoli? I braccianti, spesso immigrati irregolari, vivono e lavorano a stretto contatto, ammassati in alloggi temporanei. Non potendo contare sul congedo per malattia e sull’assistenza sanitaria, non hanno altra scelta se non quella di continuare a lavorare, anche se contagiati. Tra l’altro molte fattorie dipendono dagli stagionali in arrivo dal Messico: cosa accadrebbe se queste persone non avessero più il diritto di entrare nel paese?
La catena alimentare, insomma, vacilla, ma va detto che alcuni settori stanno resistendo meglio di altri. I sistemi locali, per esempio, hanno mostrato grande flessibilità. I piccoli agricoltori che diversificano le colture e riforniscono i ristoranti hanno trovato facilmente nuovi mercati. La popolarità delle pratiche di agricoltura sostenuta dalla comunità (Csa) sta crescendo rapidamente, perché molte persone isolate in casa hanno cominciato a ordinare forniture settimanali di prodotti locali. In diverse aree del paese i cosiddetti mercati dei contadini si sono adattati alle condizioni imposte dalla pandemia, con regole per il distanziamento sociale e nuovi metodi di pagamento. I sistemi alimentari basati sulla produzione locale non sono mai stati così in salute e la loro crescita negli ultimi vent’anni ha permesso a molte comunità di difendersi dagli scossoni dell’industria alimentare.
La pandemia, insomma, ha fatto capire, magari in modo disordinato, che il sistema alimentare statunitense va decentrato e deindustrializzato. Per esempio nel settore della carne, dove è necessario rompere l’attuale oligopolio e garantire diritti ai lavoratori. Un’altra cosa che dovrà cambiare è la dieta degli americani.
Da tempo è risaputo che un’industria alimentare basata su prodotti agricoli come il granturco e la soia porta a una dieta dominata dalla carne e dai cibi industriali. Gran parte di quello che è coltivato negli Stati Uniti non è cibo in senso stretto, ma serve a fabbricare mangime per animali e ingredienti che sono la base di merendine, bevande gassate, pietanze da fast food e altri prodotti industriali come lo sciroppo di granturco ad alto contenuto di fruttosio.
Mentre diversi settori agricoli soffrono a causa della pandemia, quello del mais e della soia uscirà dalla crisi attuale sostanzialmente indenne, anche perché ha bisogno di pochissima manodopera. Un unico agricoltore, con un solo trattore, può piantare e mietere migliaia di ettari di queste colture. I cibi industriali saranno quindi gli ultimi a sparire dagli scaffali.
Sfortunatamente, però, un’alimentazione basata su questi prodotti porta all’obesità e a malattie croniche come l’ipertensione e il diabete di tipo 2. E queste “patologie sottostanti” sono tra i fattori che favoriscono le forme più gravi di covid-19. Secondo i Centers for disease control and prevention (il principale istituto per la sanità pubblica statunitense), il 49 per cento delle persone ricoverate con covid-19 soffriva di ipertensione, il 48 per cento era obeso e il 28 per cento aveva il diabete.
L’attuale crisi sanitaria solleva quindi un interrogativo cruciale: vogliamo davvero risolvere le debolezze del nostro sistema alimentare? Non è difficile immaginare una politica coerente ed efficace che abbia questo obiettivo. Una politica simile migliorerebbe le condizioni dei lavoratori ed eliminerebbe le falle nella rete di sicurezza sociale. E i benefici – oggi è più che mai evidente – sarebbero per tutti. Perché la salute pubblica dovrebbe essere una questione di sicurezza nazionale.
Cambiare le regole
Per essere completa, però, la politica del dopo pandemia dovrebbe anche affrontare le carenze di un sistema alimentare così concentrato da essere profondamente vulnerabile ai rischi e ai traumi di questo momento storico. Oltre a proteggere gli uomini e le donne che lavorano nel settore, è necessario riorganizzare le politiche agricole per promuovere la salute, non solo la produzione; bisogna concentrarsi sulla qualità, non solo sulla quantità delle calorie prodotte. Anche quando il sistema funziona in modo “normale”, rifornendo gli scaffali dei supermercati con calorie abbondanti e a buon mercato, non fa che uccidere le persone: lentamente in tempi normali, rapidamente in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo.
Questo sistema non è il risultato del libero mercato, anche perché nel settore alimentare il libero mercato non esiste più dalla grande depressione. No: è il prodotto di politiche agricole e sulla concorrenza che vanno urgentemente riformate. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati