Lo Sri Lanka ha molti pregi. È celebrato come uno dei luoghi più belli del mondo, ma porta le cicatrici di guerre civili, crisi economiche e sconvolgimenti politici. Il paese ha resistito alle difficoltà e la sua popolazione resta ancorata a duemila anni di cultura, fede e tradizioni sacre, che si capiscono meglio visitandolo. Sono tornata sull’isola per la quarta volta per esplorare questa cultura, in particolare alcune zone che mi attraggono da tempo. Ho visto cittadine sulla costa, zone paludose, stazioni ferroviarie e antiche città che ospitano templi poco noti.
Il viaggio ha avuto un inizio quasi mitologico, quando il mio volo dall’India è passato sopra il Ram Setu, il “ponte” formato da una striscia di sabbia che unisce i due paesi ed è descritto anche nel Ramayana, un antico poema epico indiano. Poi lentamente lo Sri Lanka moderno si è rivelato dall’oblò dell’aereo: piccoli boschi di cocco, di palme e di banane cuciti insieme come una trapunta verde punteggiata di cemento e circondata dall’oceano Indiano. Una lacrima paradisiaca in mezzo al mare. Dopo aver cambiato dei contanti e comprato una sim all’aeroporto Bandaranaike, a nord di Colombo, ho detto all’autista della vettura a noleggio di andare verso Negombo, la città più vicina. È una tappa insolita, ma volevo entrare nel clima del paese passando per le zone meno battute.
In albergo un massaggio pindasweda (un trattamento a base di erbe per i dolori muscolari) mi ha ritemprata. Nel pomeriggio ho fatto un’escursione in barca nella palude di Muthurajawela, ai margini della laguna di Negombo. La sera ho cenato con zuppa di zucca, insalata di mango e ceci, croccanti cotolette di giaco con salsa al curry, e il dolce tipico della zona: la torta al cocco e jaggery (un dolcificante naturale), ammirando le acque placide della laguna dall’elegante porticato dell’albergo.
Infinite tonalità di verde
La mattina successiva mi attendeva la visita di Negombo, non prima però di un’elaborata colazione singalese a base di kurakkan roti (un pane piatto con farine di miglio e di riso), dal (curry di lenticchie) e pol sambol, il condimento preferito dell’isola, a base di cocco grattugiato, peperoncini rossi, cipolle tritate e sale.
Negombo, un tempo villaggio di pescatori, oggi è una cittadina turistica. Ci sono chiese, templi, mercati del pesce, canali costruiti durante il dominio coloniale olandese e spiagge battute dalla brezza. Prima di lasciare la città ho fatto scorta di torta cocco.
Il mio autista, che è stato anche la mia guida, ha preso l’autostrada e ci siamo spinti nell’interno dell’isola prima di deviare verso il distretto di Rambukkana, nella provincia di Sabaragamuwa, nota per le sue bellezze naturali e per le pietre preziose. Lungo la strada ho potuto ammirare, in infinite tonalità di verde, le colline avvolte da strati di nebbia e le risaie bagnate dalla pioggia.
Nel villaggio di Deliwala la prima tappa è stato il Deliwala Kota, un tempio buddista del terzo secolo avanti Cristo costruito da Keerthi Tissa, un re della regione. Una scalinata in pietra mi ha condotto a un parco dove un Budda sdraiato riposava all’interno di un santuario con il tetto in terracotta, mentre lì accanto uno stupa – un monumento religioso buddista – ancora in fase di scavo lasciava intuire la ricchezza storica del luogo.
Ho dormito in un’imponente dimora aristocratica del diciassettesimo secolo restaurata e convertita in albergo. Nel ristorante ho assaggiato vari piatti locali, tra cui la _ kola kanda_, una zuppa di verdure ed erbe aromatiche provenienti dall’orto della proprietà.
La mattina dopo ho optato per un breve tragitto in tuk-tuk e una passeggiata fino alla piccola stazione ferroviaria di Ihalakotte. Un treno speciale proveniente da una galleria, affollato di studenti in gita, è entrato in stazione sbuffando. Aveva uno striscione con il nome della scuola davanti alla locomotiva. Il treno si è fermato stridendo sulla banchina dell’epoca coloniale britannica. La stazione è dominata dalla formazione rocciosa dell’Alagalla (chiamata anche “montagne Patata” per la forma), raggiungibile con un sentiero che passa tra la vegetazione rigogliosa e le nuvole basse.
Più tardi ho seguito, un po’ in ansia, una guida nel tunnel ferroviario e ho avuto l’impressione di essere inghiottita dall’oscurità. Per alcuni minuti abbiamo camminato nel buio quasi totale, l’aria era fresca e immobile, finché una timida striscia di luce è filtrata da una piccola apertura nella roccia alla nostra sinistra. La guida ha sistemato accanto ai binari la scala di legno che aveva con sé e mi ha aiutato ad arrampicarmi in un passaggio stretto. Da lì il panorama si è aperto: campi verdi in una conca circondata da colline avvolte dalla nebbia. Sembrava di trovarsi in un balcone scavato nella montagna.
La vera sorpresa c’è stata quando siamo tornati indietro lungo il tunnel verso la stessa apertura: quello che avevo scambiato per un semplice passaggio era in realtà l’ingresso di una grotta sapientemente mimetizzato dalla splendida cascata Meeyan Ella.
Tornata a Deliwala ho passato la sera girovagando per il paese e le sue risaie, ammirando quel ritmo rilassato tipico anche di molte zone rurali dell’India.
Il viaggio è continuato verso la provincia centrale, ricca di cultura e archeologia. La mia base qui è stata un albergo a sette chilometri da Sigiriya, un’antica fortezza costruita nella roccia. Durante un’escursione ho avvistato l’inafferrabile lori grigio, minacciato di estinzione a causa della progressiva scomparsa del suo habitat. Al parco nazionale di Minneriya ho osservato mandrie di elefanti attraversare le praterie. Un esempio del fatto che la provincia centrale e gli altipiani centrali, con le loro piantagioni di tè e i corsi d’acqua, sono tra le regioni più ricche di biodiversità dell’isola.
Nei due giorni successivi sono salita in cima alla fortezza di Sigiriya, ammirando il panorama e comprendendo la complessità delle antiche cisterne d’acqua e dei suoi sistemi idraulici. Da lì ho raggiunto la città di Anuradhapura, dove stagni con fiori di loto e grandi stupa si alternano in un paesaggio sacro frequentato dai fedeli per i loro rituali. Nelle grotte di Dambulla ho ammirato gli interni affrescati, dove pareti e soffitti sono tappezzati da tante riproduzioni e statue di Budda, una presenza ripetitiva e quasi ipnotica.
Iscrizioni nella roccia
Un viaggio in Sri Lanka non può dirsi completo senza una visita alla città sacra di Kandy. A circa quindici chilometri dalla città ho fatto una sosta al monastero Lankatilaka, un luogo di culto buddista del quattordicesimo secolo noto per la sua architettura. Il santuario principale si erge su una grande roccia, le pareti e i soffitti sono ricoperti da dipinti colorati che incorniciano l’enorme Budda. Gli altri santuari indù si integrano bene così come le iscrizioni nella roccia in singalese e tamil, una testimonianza dell’influenza tamil in questa società multireligiosa. Da lì ho continuato verso Kandy e lo Sri Dalada Maligawa, o tempio del dente, che ospita una reliquia del Budda e attrae fedeli e turisti tutto l’anno. Il tempio si trova nel cuore della città e confina con il vecchio palazzo reale, la foresta di Udawattakele e il lago Kandy. Intricati intagli in oro, argento, bronzo e avorio conferiscono al santuario un’aria opulenta e aggraziata.
Anche se Kandy è un centro turistico molto frequentato, ho avuto l’opportunità di esplorare le aree meno conosciute con l’aiuto della Jetwing Kandy gallery, visitando i laboratori di tessitura dei sari e le case dei guaritori tradizionali specializzati nel trattamento delle fratture ossee. È stato il mio quarto viaggio in Sri Lanka e lo ricorderò soprattutto per le località più tranquille e gli incontri fortuiti. Deviazioni che raramente pianifichiamo nei nostri itinerari, ma che spesso restano più nitide nella memoria. ◆ nv
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati