“Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo il decesso di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita”, hanno dichiarato le persone a lei vicine in un comunicato trasmesso il 4 giugno 2026 all’agenzia France-Presse. La sua morte, a 56 anni, chiude il percorso eccezionale di un’artista che ha trascorso la vita a combattere le caricature, le semplificazioni e la narrazione dominante.“

Si dirà che era l’autrice di Persepolis (Rizzoli Lizard 2002). Si ricorderà che è stata la prima disegnatrice iraniana a conquistare un pubblico mondiale. Si evocheranno i milioni di copie vendute, le traduzioni in molte lingue – tra cui l’arabo nel 2006 a Beirut –, il premio della giuria al festival di Cannes per l’adattamento cinematografico nel 2007, i riconoscimenti internazionali (Pollo alle prugne, pubblicato nel 2005, ha ottenuto il premio per il miglior albo al festival del fumetto di Angoulême), le mostre, i film e le prese di posizione politiche. Tutto vero. Ma questo non dice l’essenziale. Perché Marjane Satrapi non ha mai raccontato solo l’Iran. Ha raccontato cosa succede quando un paese è progressivamente sostituito dalla sua immagine.

Profondamente umana

Nata nel 1969 a Rasht, cresciuta a Teheran in una famiglia intellettuale, progressista e politicamente impegnata, da bambina ha assistito alla rivoluzione islamica del 1979. A 14 anni i genitori la mandarono da sola a Vienna per proteggerla dalla radicalizzazione del regime. Dopo un difficile ritorno in Iran, nel 1994 si stabilì definitivamente in Francia, dove studiò alla Scuola superiore di arti decorative di Strasburgo per poi trasferirsi a Parigi.

Di questa biografia molti hanno ricordato l’esilio, che lei però considerava soprattutto come un posto di osservazione. Quando ha pubblicato Persepolis nel 2000, il mondo occidentale guardava l’Iran attraverso una lente quasi esclusivamente geopolitica: la Repubblica islamica, i mullah, il nucleare, il velo, l’integralismo. L’Iran esisteva più come un oggetto di dibattito che come società reale. Marjane Satrapi ha capito prima di molti altri che il modo migliore per combattere questa visione non era il saggio politico, ma l’autobiografia, non eroica, anzi profondamente umana. Una bambina che colleziona poster di Kim Wilde. Un’adolescente che mente ai genitori. Una famiglia che scherza intorno a un tavolo. Persone che amano, che si arrabbiano, che si contraddicono. Persone, insomma.

“Quell’immagine della donna corvo e dell’uomo barbuto integralista (…) era quello che il governo permetteva di vedere. Ma l’Iran è una dittatura, e una dittatura non mostra tutto”, spiegava già nel 2003. Tutta la sua opera è racchiusa in questa frase.

Marjane Satrapi non ha mai cercato di assolvere il suo paese, e ancora meno di idealizzarlo. Denunciava senza sosta la violenza del regime iraniano, i guardiani della rivoluzione, la polizia morale e le violazioni delle libertà. Ma rifiutava altrettanto fermamente che l’Iran fosse ridotto a questa unica realtà. Ai suoi occhi c’era un altro vero pericolo oltre alla dittatura. Era lo stereotipo. Questa ossessione ha caratterizzato tutta la sua carriera. È riemersa con forza dopo la morte della giovane curda Mahsa Jina Amini e la rivolta “Donna, vita, libertà”, di cui è diventata una delle voci più ascoltate al livello internazionale. Eppure, anche in quel contesto, ha rifiutato il ruolo di portavoce provvidenziale.

Satrapi insieme all’attrice Chiara Mastroianni al festival di Cannes, in Francia, il 27 maggio 2007 (Anne-Christine Poujoulat, Afp/Getty)

“Possiamo essere il megafono, tutto qui”, diceva a proposito della diaspora iraniana. “Se pensiamo di essere qualcosa di più, è meglio tacere”. La formula riassume un’altra caratteristica di Satrapi: la sua diffidenza verso tutte le forme di appropriazione della parola. Quelle degli stati, delle ideologie, degli intellettuali e, soprattutto, quelle delle stesse diaspore.

Questa indipendenza spiega perché fosse a volte difficile da classificare. Femminista convinta, rifiutava i dogmi; progressista, diffidava dei nuovi puritanesimi; orgogliosamente laica, rifiutava di trasformare la laicità in una religione sostitutiva. “Le persone cercano un altro tipo di religione. Questo aspetto moralista mi dà sui nervi”, dichiarava con la sua solita franchezza.

Avversaria accanita delle autorità di Teheran, nel 2025 Satrapi aveva rifiutato la Legion d’onore francese per denunciare “l’atteggiamento ipocrita della Francia nei confronti dell’Iran”, che attraversava in quel periodo una nuova fase di repressione.

Una forma di resistenza

Questa irriverenza non era solo un aspetto del suo carattere, era uno stile di vita. Satrapi diffidava delle verità definitive, forse perché era cresciuta in un paese dove le certezze ideologiche avevano finito per schiacciare gli individui.

Il suo umorismo derivava dalla stessa logica. “La vita è fatta di perdite. Moriremo come muore il verme o il gatto: se non si ride di tutto questo, siamo davvero degli stupidi!”, diceva. Per lei ridere non era un semplice divertimento, era una forma di resistenza.

È indubbiamente per questo che Persepolis rimane ancora oggi così moderno. Molte opere impegnate invecchiano insieme alle cause che difendono. Il libro di Satrapi continua a essere letto perché parla d’altro: del modo in cui gli esseri umani sopravvivono alle narrazioni che gli sono imposte.

Con i conflitti che polarizzano il mondo e in particolare il Medio Oriente, in un’epoca in cui le identità si irrigidiscono di nuovo in blocchi inconciliabili, in cui i popoli e le comunità sono regolarmente ridotti ai loro governi o ai partiti politici affiliati, in cui i social media premiano le caricature più che le sfumature, la sua opera appare quasi profetica. Satrapi ripeteva spesso che il suo obiettivo era sempre stato restituire gli iraniani alla loro umanità.

Marjane Satrapi ha dedicato la sua vita a ricordare che nessun popolo si riduce ai suoi leader, che nessuna donna si riduce a un velo, che nessun esiliato si riduce al suo sradicamento e che nessun paese merita di essere rinchiuso nelle immagini che se ne costruiscono. Una posizione che peraltro ben si adatterebbe all’attuale contesto libanese.

È forse per questo che Persepolis ha commosso milioni di lettori in tutto il mondo. Perché in fondo quel libro non parla solo dell’Iran. Parla di tutti noi. E della nostra cronica incapacità di vedere gli altri se non attraverso le nostre stesse caricature. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati