La prossima volta che prendete un aereo guardatevi intorno. L’iPad è il nuovo ciuccio per neonati e bambini piccoli. Quelli che vanno già a scuola leggono sugli smartphone; i maschi più grandi non leggono affatto ma li vedrete piegati sui loro videogiochi. I genitori e gli altri passeggeri leggono sul Kindle o scorrono velocemente una serie di email e notizie. All’insaputa della maggior parte di noi, un cambiamento impercettibile ma epocale unisce tutte queste persone: nel circuito neuronale che è alla base della capacità del cervello di leggere sta rapidamente avvenendo una trasformazione che avrà conseguenze per tutti, dai bambini dell’asilo agli adulti.
Come sappiamo dalle ricerche dei neuroscienziati, più di seimila anni fa l’alfabetizzazione ha imposto al cervello della nostra specie la necessità di un nuovo circuito. Quel circuito si è sviluppato passando dal semplice meccanismo che serviva per decodificare informazioni elementari, come il numero di capre in un gregge, al cervello estremamente complesso e in grado di leggere che abbiamo oggi. Dalle mie ricerche ho appreso che il cervello capace di leggere consente lo sviluppo di alcuni dei nostri processi mentali e affettivi più importanti: l’interiorizzazione della conoscenza, il ragionamento analogico e la capacità deduttiva; l’assunzione di un punto di vista diverso dal nostro che è all’origine dell’empatia; l’analisi critica e l’intuito. Altre ricerche in corso ci mettono in guardia sui rischi che corrono tutti questi processi essenziali legati alla “lettura profonda” con le nuove modalità di lettura digitale.
Non si tratta di una semplice contrapposizione tra lettura a stampa e digitale. Come ha scritto la studiosa del Massachusetts institute of technology (Mit) Sherry Turkle, la società non sbaglia quando introduce un’innovazione, ma quando non tiene conto dei danni che può provocare. In questo momento di passaggio dalla cultura della stampa a quella digitale, la società deve affrontare i problemi che comporta – i danni che sta provocando al circuito memoriale della lettura esperta, le capacità che i nostri bambini e studenti non stanno più sviluppando – e pensare a cosa può fare in proposito.
Sappiamo da vari studi che gli esseri umani non acquisiscono la capacità di leggere per via genetica, come quella di vedere e parlare. Per svilupparsi, il circuito della lettura ha bisogno di un ambiente particolare e si adatta alle richieste di quell’ambiente, dai diversi sistemi di scrittura alle caratteristiche dei mezzi che usa. Se il mezzo predominante favorisce processi rapidi, consente di fare più cose contemporaneamente e di gestire una grande quantità d’informazioni – come l’attuale mezzo digitale – il circuito di lettura si adegua. Come scrive la psicologa dell’università della California a Los Angeles (Ucla) Patricia Greenfield, il risultato è che il cervello dedicherà meno tempo e attenzione a quei processi di lettura profonda che richiedono più tempo, come il ragionamento deduttivo, l’analisi critica e l’empatia, ma che sono indispensabili per apprendere a qualsiasi età.
È quello che sostengono sempre più educatori ed esperti di psicologia e materie umanistiche. Lo studioso di letteratura inglese e docente universitario Mark Edmundson ha osservato che molti studenti si rifiutano di leggere i classici dell’ottocento e del novecento perché non hanno più la pazienza di affrontare testi lunghi, difficili e densi di significato. Ma questa “impazienza cognitiva” degli studenti dovrebbe preoccuparci meno di quello che c’è alla sua base: la potenziale incapacità di un gran numero di studenti di leggere a un livello di analisi critica sufficiente da comprendere la complessità di pensiero e di argomentazione di testi impegnativi, che si tratti di libri di letteratura e di scienza all’università, di un testamento, di un contratto o delle domande volutamente contorte alle quali dovranno rispondere quando da comuni cittadini saranno chiamati a partecipare a un referendum.
Molti studenti si rifiutano di leggere i classici dell’ottocento e del novecento perché non hanno più la pazienza di affrontare testi lunghi
Diversi studi hanno anche dimostrato che negli studenti delle superiori e dell’università l’uso dello schermo può avere una serie di effetti preoccupanti sulla capacità di comprensione di quello che leggono. A Stavanger, in Norvegia, la psicologa Anne Mangen e i suoi colleghi hanno provato a verificare in che modo gli alunni delle superiori comprendono lo stesso testo su mezzi diversi facendo ai soggetti una serie di domande su un racconto la cui trama poteva interessare a qualsiasi adolescente (una storia d’amore e di sesso) intitolato Jenny mon amour. Metà di loro l’aveva letto su un Kindle e l’altra metà su carta. È risultato che gli studenti che avevano letto la versione cartacea lo avevano capito meglio di quelli che l’avevano letto sullo schermo, in particolare erano più capaci di ricordare i dettagli e di ricostruire la trama in ordine cronologico.
Ziming Liu dell’università statale di San Jose ha condotto una serie di studi dai quali risulta che la “nuova norma” è scorrere un testo piuttosto che leggerlo, soffermandosi solo su alcune parole. Ormai molte persone usano lo schema a F o a Z, leggono la prima riga e scorrono il resto del testo andando a caccia di parole chiave. Quando compie questa operazione, il nostro cervello riduce il tempo dedicato ai processi di lettura profonda. In altre parole, non abbiamo il tempo di cogliere la complessità, di comprendere i sentimenti degli altri, di percepire la bellezza e di formulare pensieri nostri.
Tecnologia della ricorrenza
Karin Littau e Andrew Piper hanno osservato un’altra dimensione del fenomeno: quella fisica. Il gruppo formato da loro e da Anne Manger sottolinea che leggendo su carta il tatto aggiunge un importante fattore di ridondanza alle informazioni, una sorta di “geometria” alle parole, e una “realtà” spaziale al testo. Come osserva Piper, gli esseri umani hanno bisogno di sapere dove sono collocati nel tempo e nello spazio perché questo gli consente di tornare sulle cose e riesaminarle, cioè di usare quella che chiama la “tecnologia della ricorrenza”. Sia per i lettori giovani sia per quelli più adulti la ricorrenza è importante perché implica la capacità di tornare indietro, di verificare e valutare la propria comprensione di un testo. La questione, a questo punto, è cosa succede alla comprensione quando i ragazzi scorrono uno schermo la cui mancanza di realtà spaziale li scoraggia dal tornare indietro”.
Gli esperti di mezzi d’informazione statunitensi Lisa Guernsey e Michael Levine, la linguista dell’American university Naomi Baron e la cognitivista Tami Katzir dell’università di Haifa hanno studiato gli effetti dei diversi mezzi d’informazione, in particolare sui giovani. Dalla ricerca di Katzir è emerso che gli effetti negativi della lettura su schermo appaiono evidenti già dalla quarta e quinta elementare, con conseguenze non solo sulla comprensione ma anche sullo sviluppo dell’empatia.
La possibilità che l’analisi critica, l’empatia e gli altri processi di lettura profonda diventino gli involontari “danni collaterali” della nostra cultura digitale non è un problema che riguarda solo la contrapposizione tra lettura su carta e lettura digitale. È questione di come cominciamo a leggere su qualsiasi mezzo e di come questo influisce non solo su ciò che leggiamo ma anche sullo scopo per cui leggiamo. E non riguarda solo i giovani. Il graduale atrofizzarsi dell’analisi critica e dell’empatia ci danneggia tutti. Influisce sulla nostra capacità di destreggiarci sotto un costante bombardamento di informazioni. Ci incoraggia a rifugiarci nel mondo più familiare delle informazioni non controllate, che non richiedono nessuna analisi, esponendoci al rischio delle false notizie e della demagogia.
Nelle neuroscienze c’è una vecchia regola che vale per tutte le età: se non lo usi lo perdi. È un concetto molto utile se applicato al pensiero critico perché implica una scelta. La storia del cambiamento del cervello che legge non è ancora finita. Possediamo sia le conoscenze sia la tecnologia per correggere il nostro diverso modo di leggere prima che diventi troppo radicato. Se pensiamo a quello che rischiamo di perdere, oltre ad acquisire le straordinarie nuove capacità che ci offre il mondo digitale, abbiamo motivo per essere entusiasti ma anche di stare in guardia.
Dobbiamo coltivare un nuovo tipo di cervello: un cervello “bi-alfabetizzato” capace delle forme di pensiero più profonde usando sia i mezzi digitali sia quelli tradizionali. Da questo dipendono molte cose: la capacità dei cittadini di una democrazia di assumere diversi punti di vista e di distinguere la verità dalla menzogna; la capacità dei nostri figli e nipoti di apprezzare e creare la bellezza; e la nostra capacità di andare oltre l’attuale fame d’informazioni per acquisire la conoscenza e la saggezza necessarie a creare una buona società. ◆ bt
Maryanne Wolf è una scienziata cognitivista che si occupa di lettura e dislessia. Insegna all’università della California a Los Angeles.
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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati