I tavoli all’aperto del bar Benê si riempiono lentamente. È sabato pomeriggio e dagli altoparlanti esce musica reggae brasiliana. Il barista prepara i cocktail senza fretta. I clienti sono seduti su sedie da spiaggia dai colori accesi. Due metri più in là sfrecciano auto e camion. “L’area è vuota da molto tempo”, spiega Tomer Gelberg, 28 anni, uno dei comproprietari del bar. “Ho piantato degli alberi e fatto costruire dei bagni”. La piccola oasi accanto alla strada trafficata è molto popolare. “Se guardi dal lato delle auto sei a São Paulo”, prosegue Gelberg, “ma se giri la sedia sei sulla spiaggia”.

São Paulo, la più grande città del Sudamerica, è il posto al mondo a cui si addice meglio la definizione di “giungla di cemento”. La mancanza di verde costringe i paulistanos a trovare altri modi per dare colore alla città, che nel suo grigio caos è in grado di offrire grandi bellezze. Ci riesce grazie alla creatività dei suoi abitanti, agli ottimi ristoranti (i migliori del Brasile) e a una scena artistica e musicale senza pari in Sudamerica.

La maggior parte dei turisti trascura São Paulo preferendo Rio de Janeiro, la principale meta turistica del Brasile. Rio de Janeiro ha tutto ciò che manca a São Paulo: bellezze naturali, un mare luccicante, chilometri di spiagge e musica samba a ogni incrocio. São Paulo mostra un altro volto del paese. La città che non dorme mai è un miscuglio di culture e dista solo sei ore d’auto da Rio de Janeiro. Mentre Rio è una città subito accogliente, São Paulo all’inizio può spiazzare. Tutti sembrano avere fretta, il traffico è un incubo e c’è un viavai costante di venditori ambulanti, elicotteri e sirene. São Paulo non conosce logica. È come se un gigante avesse rovesciato distrattamente un sacco pieno di edifici, viadotti e strade su un terreno collinare.

I dodici milioni di abitanti (venti, considerando l’hinterland) hanno imparato a convivere con il cemento, e perfino a trarne qualcosa di buono. Per capirlo basta andare al “Minhocão” (il grande verme), un viadotto lungo tre chilometri che attraversa il centro della città. Per limitare l’inquinamento acustico, la sopraelevata è chiusa al traffico dalle otto di sera alle sei del mattino e per tutto il fine settimana. Quando è chiusa i paulistanos la usano come se fossero al parco: il sabato, appena sorge il sole, il Minhocão si riempie di ciclisti e di persone che fanno jogging (in abiti sportivi) con gli iPhone al braccio. Poco più tardi si cominciano a srotolare i tappetini da yoga all’ombra degli edifici. I venditori di acqua di cocco ghiacciata fanno ottimi affari.

L’arte per fuggire al caos

Dopo mezzogiorno arriva gente diversa: persone che fanno capoeira, attori che provano i loro spettacoli in pubblico, ragazzi che si affrontano in gare di break-dance, giovani travestiti che fanno una passeggiata, genitori che insegnano ai figli ad andare in bicicletta, studenti che bevono birra presa da un frigo portatile. Da una finestra in prossimità del viadotto qualcuno spruzza dell’acqua sui passanti, offrendogli sollievo dall’afa estiva.

“Qui non ci sono auto, perciò ci si sente subito in un parco”. Estelle Correia, trent’anni, ha corso tre volte su e giù per il viadotto con un’amica e ora si è fermata a prendere fiato. “Vengo regolarmente qui in bikini”, racconta. “e mi sdraio a prendere il sole sull’asfalto”. Ammette che è buffo: “A São Paulo abbiamo tutto, tranne la natura. Perciò ci arrangiamo così”.

Informazioni pratiche

Arrivare e muoversi Il prezzo di un volo dall’Italia per São Paulo (Tap Portugal, Iberia, Alitalia) parte da 720 euro a/r.

Per raggiungere l’ingresso del viadotto Minhocão conviene prendere la metropolitana e scendere alle stazioni Santa Cecilia o Marechal Deodoro.

◆**Cultura **Dal 18 al 19 maggio 2019 São Paulo ospiterà Virada cultural. Il festival include concerti, film, spettacoli teatrali e mostre d’arte. Per consultare il programma: bit.ly/2H3MNTP

◆**Libri **Carlos Cazalis, Occupy São Paulo, Kehrer 2013, 34 euro.

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Alcuni writer hanno trasformato i grattacieli lungo il Minhocão, sporchi di smog, in vere e proprie opere d’arte. E anche il resto della città è un paradiso per gli amanti della street art: si vedono ovunque enormi murales. Artisti di fama internazionale come Os Gêmeos, Nunca, Cranio ed Eduardo Kobra hanno mosso qui i primi passi, e continuano ad arricchire São Paulo con le loro opere. L’onnipresenza del grigio sembra stimolare la loro creatività.

“Per noi l’arte è un modo per fuggire al caos”, dice il compositore Rafael Abranches. “E quello stesso caos è una fonte d’ispirazione per gli artisti”. Abranches conosce bene la scena artistica di São Paulo. Offre visite guidate ai turisti sul sito Airbnb. “São Paulo è ricchissima di cultura”, spiega. La città ospita le più importanti gallerie del Brasile e ad aprile di quest’anno, per la quindicesima volta, ha ospitato Sp-Arte, la più grande fiera d’arte del Sudamerica. Lungo l’avenida Paulista, una strada a sei corsie che costituisce il cuore economico della città, si trova il ­Masp (Museo d’arte di São Paulo), con la migliore collezione internazionale del paese. Invece la Pinacoteca, nel centro della città, ospita opere brasiliane dal settecento a oggi. Ma il luogo preferito di Abranches è il Centro cultural São Paulo, finanziato dal comune, che ha una splendida sala da concerto. “Criolo si è fatto conoscere qui”, spiega Abranches, riferendosi a uno dei più importanti musicisti brasiliani del momento. “Tutti gli artisti emergenti vogliono esibirsi al Centro cultural. È il posto migliore per scoprire nuovi talenti”. I corridoi sono pieni di ragazzi, molti di loro sono arrivati da quartieri poveri e lontani. Ballano, rappano e cantano. “Qui si possono incontrare spiriti affini”, dice Abranches, e ride evitando un anziano che prova concentratissimo un moonwalk. E aggiunge: “È per questo che São Paulo è il posto più ricco d’ispirazione del Brasile”.

São Paulo fu fondata dai gesuiti 465 anni fa. Inizialmente era una base per gli esploratori. O meglio, per uomini che si addentravano nel paese per ridurre in schiavitù le popolazioni indigene. Solo nella seconda metà dell’ottocento la città acquisì un’importanza maggiore. Erano gli anni del boom del caffè e nella regione di São Paulo proliferarono le coltivazioni di questa pianta redditizia.

Nel 1888, mentre l’industria del caffè fioriva, la schiavitù fu abolita. Invece di offrire un lavoro retribuito nelle piantagioni agli ex schiavi, i proprietari terrieri spalancarono le porte agli immigrati. Nei primi decenni dopo l’abolizione della schiavitù arrivarono in Brasile circa tre milioni di europei, molti dei quali si stabilirono a São Paulo. In seguito arrivarono decine di migliaia di libanesi e siriani, cui seguì una grande ondata di giapponesi.

Ristoranti ottimi

Questo miscuglio di culture è la ragione dell’offerta culinaria molto varia. I paulistanos d’origine italiana sostengono che la loro pizza sia migliore di quella che si mangia in Italia e i brasiliani d’origine giapponese fanno un discorso simile per i loro ristoranti nel quartiere Liberdade. Nel corso degli anni le varie tradizioni gastronomiche si sono mescolate tra loro, inglobando anche quelle angolana e peruviana, arrivate successivamente. Senza dubbio la cucina di São Paulo è la migliore del Brasile. Ma l’immigrazione di massa ha portato anche a una crescita demografica repentina e sregolata, come si vede molto bene nel centro della città. Gli edifici pomposi ed eclettici dei primi anni del novecento si alternano a quelli nuovi, che però sono già in rovina. Sottoterra sfrecciano i vagoni della metropolitana, sopra è un pullulare di auto, pedoni e ciclisti. Anche i senzatetto e i tossicodipendenti cercano di assicurarsi un loro spazio in una città che va troppo veloce.

E dovunque si vada, lo stretto rapporto tra i paulistanos e il cemento è palpabile. Lo si capisce dal fatto che di sera ci sono persone con indosso un’imbracatura che scendono o si arrampicano sul viadotto di Sumaré, sotto cui passa una strada a sei corsie. Lo si vede nel caffè Mirante 9 de Julho, i cui clienti ambiscono ai posti con vista sull’autostrada. “Per me il traffico è rassicurante”, spiega la designer Juliana Rezende, seduta a lavorare con il suo computer. “Per poter amare São Paulo bisogna abbracciare il caos”, dice alzando le spalle. ◆ sm

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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati