Il 7 settembre l’incontro a Teheran tra Russia, Turchia e Iran per decidere le sorti della provincia siriana di Idlib, l’ultimo baluardo dell’opposizione, si è concluso senza un accordo chiaro. Il cessate il fuoco proposto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è stato rifiutato e ora sembra imminente un’offensiva delle forze di Damasco, che probabilmente sarà la battaglia più sanguinosa della guerra siriana.
Idlib è l’ultimo ostacolo alla vittoria del governo siriano contro la ribellione cominciata più di sette anni fa. La provincia nordoccidentale al confine con la Turchia era una delle quattro zone di contenimento del conflitto previste dall’accordo firmato da Ankara, Mosca e Teheran nel maggio del 2017, durante i colloqui di pace lanciati ad Astana all’inizio dell’anno per cercare una soluzione al conflitto siriano.
Le altre tre zone (Homs, la Ghuta orientale, Daraa e Quneitra) sono state conquistate una dopo l’altra dall’esercito siriano e dai suoi alleati. E man mano che Damasco riprendeva il controllo dei territori ribelli, migliaia di civili e di combattenti venivano trasferiti in autobus a Idlib.
I possibili scenari per Idlib sono tre: una carneficina di massa, un’offensiva prolungata oppure una lotta interna tra fazioni ribelli seguita da un accordo di riconciliazione con Damasco. Ma qualunque cosa accadrà, a pagare il prezzo più alto saranno i molti civili intrappolati nella provincia.
Gli interessi in campo
Il futuro di Idlib sarà deciso probabilmente da cinque forze principali: il governo siriano e i suoi alleati Iran e Russia, la Turchia e gli Stati Uniti. Il presidente siriano Bashar al Assad punta a una “soluzione militare” del conflitto. L’obiettivo è riprendere il controllo totale della Siria per evitare di dover fare concessioni all’opposizione. Con la conquista di Idlib l’opposizione perderebbe anche l’ultimo territorio sotto il suo controllo, quindi non avrebbe alcuna voce in capitolo in eventuali negoziati futuri.
Teheran non ha interessi strategici diretti a Idlib ma vuole eliminare i ribelli e appoggia l’offensiva di Assad con l’obiettivo di consolidare la sua presenza in Siria, nonostante l’avversione di Stati Uniti, Israele e Russia. Anche Mosca vuole la riconquista di Idlib, ma preferirebbe che i gruppi di opposizione si arrendessero e fossero integrati nelle divisioni militari siriane sotto il controllo russo piuttosto che prolungare combattimenti che sono già costati molto. Mosca spera che la caduta di Idlib costringa la Turchia, l’Unione europea e gli Stati Uniti a negoziare una soluzione politica favorevole, che l’avvantaggerebbe nei colloqui per la sospensione delle sanzioni statunitensi e per la soluzione del conflitto in Ucraina.
La Turchia (che in base agli accordi di Astana doveva essere la potenza garante per Idlib) vuole evitare un’offensiva e mantenere almeno in parte il controllo sulla regione. Il paese ospita già più di tre milioni di siriani e teme che una crisi nel nordovest della Siria possa far aumentare il numero dei profughi. Ankara vorrebbe anche lo scioglimento di Hayat tahrir al Sham (Hts, uno dei due principali gruppi armati che controllano Idlib), per non dare alla Russia il pretesto per attaccare.
Al summit di Teheran i leader di Turchia, Russia e Iran hanno avuto posizioni diverse sul futuro di Idlib, ma nella dichiarazione finale hanno ribadito che la crisi siriana potrà essere risolta solo attraverso un “processo politico negoziato”.
Gli Stati Uniti non hanno un interesse strategico su Idlib e hanno lasciato intendere che non si opporranno a un’offensiva limitata sulla provincia. Anche Washington vuole l’eliminazione di Hts e ha preso di mira alcuni leader del gruppo con attacchi con i droni. Ma Washington ha anche minacciato un’azione militare se Damasco userà armi chimiche. Inoltre è preoccupata dalla presenza iraniana in Siria e ha chiesto il ritiro delle forze e delle milizie di Teheran. In precedenza il governo statunitense aveva meditato un ritiro totale delle sue truppe dal nordest della Siria (un territorio sotto il controllo delle Forze democratiche siriane, a guida curda e alleate di Washington), ma ora ha approvato delle misure per restare nella zona a tempo indeterminato.
Uno dei due principali gruppi armati che controllano la provincia di Idlib è Al jabhat al wataniya lil tahrir (Fronte di liberazione nazionale, Fln), una coalizione eterogenea di forze dell’opposizione moderata considerata vicina alla Turchia. L’altro gruppo, Hts, era conosciuto come Fronte al Nusra, un’organizzazione affiliata ad Al Qaeda in Siria emersa nel 2012, che nel luglio 2016 ha rinunciato al patto di fedeltà e ha cambiato nome in Jabhat fateh al Sham. Nel 2017, dopo aver attaccato alcuni gruppi ribelli a Idlib, ha unito le forze con altre fazioni estremiste e ha preso il nome di Hayat tahrir al Sham. Secondo alcune stime nella provincia avrebbe circa diecimila combattenti, in gran parte stranieri, ma altre fonti riducono la cifra a qualche migliaio.
Altri due gruppi più piccoli e radicali attivi a Idlib sono Al hizb al Turkestani (Partito islamico del Turkestan, composto in prevalenza di combattenti uiguri) e Heras al din (I guardiani della religione, nato da una scissione di Hts). Secondo Ahmad Abazeid, un analista siriano che vive in Turchia, Ankara sta cercando di creare divisioni all’interno di Hts con l’obiettivo di far sciogliere il gruppo e togliere alla Russia e ad Assad un motivo per attaccare.
Troppe incertezze
Nella provincia di Idlib vivono più di tre milioni di persone in un’area di 1.437 chilometri quadrati: una campagna aerea e un’offensiva terrestre farebbero un’enorme quantità di vittime. L’offensiva inoltre causerebbe uno spostamento in massa della popolazione (da quando sono cominciati i bombardamenti sulla provincia, all’inizio di settembre, sono già fuggite trentamila persone, secondo l’Onu). Per Fadel Abdulghani, fondatore del Syrian network for human rights (Snhr), gli sfollati potrebbero raggiungere il milione: “Si concentrerebbero al confine turco o andrebbero verso Jarabulus o Afrin”, le città sotto controllo turco nel nordest della Siria.
A Idlib ci sono già più di un milione e mezzo di sfollati interni, sfuggiti all’avanzata dell’esercito in altre province. Molti vivono in campi improvvisati in cui mancano i servizi di base. “Per loro Idlib è l’ultimo rifugio. In molti si sono trasferiti già quattro o cinque volte”, dice Ahmed Mohammed, dell’ong Islamic relief worldwide. La sua organizzazione ha documentato “attacchi indiscriminati” contro infrastrutture ed edifici civili, comprese scuole e ospedali.
L’Onu e diverse parti in conflitto hanno denunciato che i civili rischiano anche di subire un attacco con le armi chimiche. Gli Stati Uniti hanno avvertito che se Damasco userà queste armi, Washington e i suoi alleati “risponderanno in modo rapido e opportuno”. Funzionari siriani e russi hanno ipotizzato che si stiano preparando “finti” attacchi chimici per provocare una reazione occidentale. Secondo Marwan Kabalan, esperto di Siria e direttore dell’Arab center for research and policy studies, da queste dichiarazioni non si può escludere che Damasco stia pianificando attacchi chimici. Kabalan sottolinea che in passato il regime ha usato le armi chimiche quando quelle convenzionali non erano sufficienti e soprattutto in presenza di tunnel e rifugi sotterranei: “Solo con le armi chimiche è possibile far uscire la gente dai tunnel. Assad le ha usate nella Ghuta orientale perché era l’unico modo per vincere”. Negli ultimi tre anni i ribelli hanno costruito tunnel in tutte le aree urbane di Idlib.
Al summit di Teheran la Russia, la Turchia e l’Iran si sono impegnati a stabilire un “processo politico negoziato”, ma non è ancora chiaro cosa comporterà. La Russia e l’Iran insistono perché Assad rimanga al potere, ma per gli Stati Uniti non potrebbe far parte di un governo che abbia il consenso di tutti i siriani. Con il principale blocco di opposizione senza potere nelle trattative, gli avversari di Assad non hanno più rappresentanza.
Inoltre, non si sa se i rifugiati siriani potranno tornare a casa. Secondo Abdulghani rischiano la detenzione e la tortura. E forse non ci saranno case in cui tornare: ad aprile il governo ha approvato la legge sulla proprietà degli assenti, che dà ai cittadini trenta giorni per registrare i loro beni presso le amministrazioni locali, altrimenti gli vengono confiscati. Questa misura, che non è ancora stata applicata, potrebbe privare delle loro proprietà i 13 milioni di siriani emigrati all’estero o sfollati interni.
Il trasferimento di migliaia di siriani e la morte di almeno mezzo milione di loro ha inasprito le divisioni confessionali nel paese. Secondo Kabalan, anche se un’altra rivolta è improbabile, il paese non tornerà sicuro. Anzi, la Siria è destinata a vivere una situazione instabile simile a quella dell’Iraq dopo l’invasione statunitense del 2003. Senza una soluzione politica giusta, conclude, non ci sarà stabilità in Siria. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati