I venezuelani tirano avanti come possono. Nella devastazione causata dai due terremoti ravvicinati di magnitudo 7.2 e 7.5 sulla scala Richter che il 24 giugno hanno colpito il nord del paese, la popolazione si sente abbandonata dallo stato. La rabbia convive con l’indignazione e tra le persone circola un pensiero ricorrente: “Per quanto ancora?”. Sono stati gli abitanti dei quartieri a rimuovere le macerie. C’è chi si sente in colpa perché non era insieme ai suoi cari quando la terra ha tremato, altri hanno visto i corpi dei vicini estratti dai resti degli edifici crollati. Il Venezuela non è nelle condizioni di affrontare il dramma umano e materiale che sta vivendo.

“Stiamo pagando le conseguenze della cattiva amministrazione del chavismo”, dice a Caracas Valentina Gil, riferendosi alla corruzione, all’ambiguità e al cattivo uso delle risorse durante i governi di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi. “I soldi del boom petrolifero sono spariti o sono finiti nelle mani sbagliate”.

La portata dei danni dei due terremoti ha ricordato a molti un’altra tragedia avvenuta alla fine del secolo scorso: quella di Vargas. Nel dicembre 1999 le piogge torrenziali e le alluvioni provocarono frane che travolsero case, palazzi, strade e migliaia di vite. All’epoca Hugo Chávez, in carica da poco, disse che “se la natura si oppone, la combatteremo e la costringeremo a obbedirci”. Poi gli fu rimproverata la decisione di non seguire le indicazioni della protezione civile e dichiarare lo stato di emergenza nazionale, una scelta che avrebbe potuto portare a evacuare il litorale. Altri lo criticarono per aver rifiutato gli aiuti internazionali, spinto (secondo alcuni) dal cinismo e da “stupide ragioni ideologiche”, come scrisse il geologo Gustavo Coronel sul quotidiano El Nacional riferendosi all’assistenza degli Stati Uniti.

Ma quello era un Venezuela diverso, sottolinea Antonio de Lisio, geografo e professore della Universidad central del Venezuela. A quei tempi il paese produceva 3,5 milioni di barili al giorno (oggi non supera il milione) e i settori privato e produttivo erano in piena salute. Più di 25 anni dopo, le quasi diecimila fabbriche dell’epoca sono un ricordo. Nel 2019 si parlava già del crollo del settore manifatturiero, con una capacità operativa ridotta a un misero 5 per cento. Oggi la situazione economica è drammatica rispetto al passato. In poche parole il paese che deve affrontare il bilancio terrificante (e ancora provvisorio) dei terremoti – più di 1.700 morti e cinquemila feriti, almeno 50mila persone disperse – è molto diverso da quello che aveva gestito l’alluvione di 27 anni fa.

A mani nude

A questo si aggiunge il deterioramento del sistema sanitario dopo anni di crisi e mancanza di investimenti. Le immagini degli ospedali al collasso, con sale operatorie improvvisate nei corridoi e all’aperto, raccontano una dura realtà. Secondo l’ong Transparencia, nel 2025 il paese ha destinato il 3,5 per cento del bilancio alla sanità, molto meno rispetto al 10 per cento della media mondiale e della soglia minima fissata dall’Organizzazione mondiale della sanità (6 per cento).

Nel 2024 l’Osservatorio nazionale per gli ospedali ha rivelato che c’era un deficit del 60 per cento nella capacità chirurgica, mentre in nove strutture su dieci i pazienti ricevevano una lista di materiali da acquistare a loro spese prima di essere operati. La situazione era peggiore lontano da Caracas, la capitale.

“Senza risorse e farmaci è impossibile per il medico e la sua squadra risolvere le emergenze, soprattutto in una crisi grave come quella attuale”, ha detto a France24 Douglas León Natera, presidente della federazione medica venezuelana.

Tra l’altro gran parte dei medici ha lasciato il paese per unirsi ai quasi otto milioni di persone che dal 2013 formano la diaspora venezuelana. Secondo alcuni dati, il 40 per cento dei medici che ha studiato in Venezuela è emigrato per diversi motivi, a cominciare dagli stipendi troppo bassi. E quelli che sono rimasti hanno un carico di lavoro eccessivo. Ma l’unica cosa da fare a questo punto è affidarsi a loro: “Non possiamo contare né sulla qualità del sistema sanitario, che è scadente, né sul governo”, dice Mercy Rangel. La donna, che viveva nel palazzo Petunia (uno di quelli crollati a Los Palos Grandes, a est di Caracas), racconta che i soccorritori lavorano da giorni a mani nude. Il giorno dopo le due scosse principali si è accorta che nelle operazioni gli abitanti del quartiere erano più numerosi dei professionisti. Il problema è che per scavare tra le macerie alla ricerca dei sopravvissuti servono gli attrezzi adatti.

In questo momento nelle zone più colpite, soprattutto a La Guaira, sono attive 25 squadre di ricerca e soccorso internazionali, con più di mille specialisti. Lo hanno comunicato le agenzie delle Nazioni Unite, che hanno stanziato 15 milioni di dollari per affrontare la catastrofe. Stati Uniti e Colombia (insieme ad altri paesi) hanno annunciato l’invio di aiuti, senza dimenticare i cittadini comuni che si stanno mobilitando in diverse parti del mondo. Ma per rimuovere i detriti occorrono macchinari e gente che sappia manovrarli. Il panorama è desolante: pompieri senza attrezzi e senza acqua, che chiedono in prestito cellulari per fare luce.

Molti venezuelani raccontano che da trent’anni sono abituati a risolvere i problemi da soli, ma ammettono che non avevano mai assistito a un disastro di queste dimensioni. Eppure continuano a coordinarsi per allestire centri di raccolta, creare piattaforme per registrare i dispersi, condividere i contatti dei soccorritori e creare mappe con i luoghi per le donazioni. Questo impegno collettivo offre un po’ di speranza.◆as

María José Noriega Ramírez è una giornalista colombiana che scrive per il quotidiano El Espectador. Si è occupata di Ucraina e segue la crisi umanitaria e politica del Venezuela.

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 31. Compra questo numero | Abbonati