Ogni sera quando cala l’oscurità in piazza Ingastone, nel quartiere Noce a Palermo, una donna ghaneana alta e imponente vestita con abiti tradizionali dell’Africa occidentale si presenta davanti a una piccola congregazione seduta su alcune sedie di plastica allinea­te. La chiesa pentecostale di Odasani ha sede in un vecchio garage trasformato in luogo di culto, senza alcun riconoscimento formale. Molte delle persone presenti, in gran parte ragazze nigeriane, non sono lì solo per pregare, ma per essere liberate. “Queste donne vengono da me in cerca di aiuto, sono possedute da spiriti cattivi messi nei loro corpi da gente che vuole sfruttarle”, dice l’autoproclamata profeta. Indica le sue seguaci, che siedono armeggiando nervosamente con i telefonini. “Lo spirito le costringe a una vita di prostituzione. Quando arrivano in Europa e capiscono che non possono fare questa vita, vengono da me e io le aiuto a liberarsi per sempre dal juju”, cioè dalla maledizione. Dice di aver passato gli ultimi dieci anni a lottare contro le maledizioni juju che tengono decine di migliaia di nigeriane ostaggio dei trafficanti.

L’abuso dei sistemi di credenze religiose e culturali in Nigeria si è rivelato un meccanismo di controllo pericoloso ed efficace nelle mani dei trafficanti che reclutano donne per farle prostituire in Europa. Quest’industria criminale organizzata ed estremamente redditizia opera tra l’Italia e la Nigeria da più di vent’anni, ma secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) negli ultimi tre anni si è registrato un aumento del 600 per cento nel numero di potenziali vittime dello sfruttamento sessuale che arrivano in Italia via mare. “Agli occhi degli europei il juju può sembrare una cosa insignificante o sciocca, ma per le donne queste maledizioni sono reali e spaventose”, dice Princess Inyang Okokon, responsabile dell’associazione Piam onlus, che lotta contro il traffico di esseri umani. Lei stessa è stata vittima della tratta nel 1998. “Sfruttare questi antichi sistemi di credenze, che si tramandano di generazione in generazione, è una forma di controllo psicologico molto più forte di qualsiasi violenza”.

Disturbi mentali in aumento

Negli ospedali di tutta la Sicilia gli psicologi registrano sempre più spesso casi di disturbi mentali tra le donne nigeriane che le autorità o le ong hanno aiutato ad allontanarsi dai trafficanti. All’ospedale Vittorio Emanuele di Catania venti donne nigeriane sono in cura nel reparto psichiatria, il doppio rispetto al 2016. “Sono state portate qui dal pronto soccorso, sono state maltrattate, violentate, imprigionate e ricattate. Alcune hanno solo dodici anni”, dice il medico Aldo Virgilio. L’80 per cento delle donne che si rivolgono agli ambulatori ospedalieri hanno fatto domanda d’asilo. “In un anno abbiamo avuto già ottanta casi del genere. Molte però rifiutano di mangiare e di curarsi, temono che stia per arrivare qualcosa che gli farà del male. Non riusciamo a convincerle del contrario. Possiamo curare i sintomi con i farmaci, ma questo non risolve i traumi psicologici che hanno subìto. A parte i farmaci, c’è davvero poco che possiamo fare”.

Da sapere
L’etnopsichiatria

◆ In vari centri italiani si sperimentano protocolli di cura dei disturbi mentali dei cittadini di origine straniera, come quelli provocati dalla maledizione juju nelle donne nigeriane vittime della tratta, che si rifanno agli studi di etnopsichiatria. Tra questi, uno dei più importanti, è il centro Frantz Fanon di Torino, fondato nel 1997. Queste pratiche cliniche cercano di coniugare l’antropologia, la critica sociale e politica, e la psicoterapia, per affrontare i disturbi mentali in relazione ai diversi contesti culturali e sociali.


All’ospedale Paolo Giaccone di Palermo, i medici Filippo Casadei e Maria Chiara Monti stanno cercando di aiutare cinque donne nigeriane segnalate dai centri di accoglienza. Mentre per i medici gli episodi psicotici, le allucinazioni, gli attacchi di panico, l’insonnia e le crisi delle pazienti sono tutti sintomi di disordini da stress post-traumatico, le donne li considerano la prova che il juju sta arrivando a punirle per aver lasciato i trafficanti e infranto i giuramenti. Casadei e Monti ammettono di avere delle grosse difficoltà ad aiutarle. “È inutile dirgli che le maledizioni non sono reali, hanno bisogno di credere in una cura o in una soluzione, e c’è un muro impenetrabile tra i nostri due sistemi di credenze”, spiega Casadei. “L’approccio della psicologia occidentale è inutile in questi casi”.

Secondo gli inquirenti il juju è un’arma di controllo potente che sta ostacolando la lotta al traffico di esseri umani. “A causa del juju le donne nigeriane diventano le vittime perfette della schiavitù sessuale”, afferma Salvatore Vella, sostituto procuratore di Agrigento. Ci sono anche prove dei contatti tra le bande criminali nigeriane in Sicilia e i sacerdoti tradizionali che compiono questi rituali in Nigeria. “Danno ai trafficanti italiani tutte le informazioni utili per terrorizzare e controllare le loro vittime. Quando le donne arrivano in Italia i trafficanti conoscono i loro nomi, la vera età, i nomi dei familiari e soprattutto il nome del ‘sacerdote’ che ha fatto il rito del juju. Non c’è bisogno della violenza se si può esercitare questo genere di controllo”.

Alcuni leader della comunità africana in Sicilia cercano di fare da ponte tra le autorità italiane e le vittime per spezzare queste catene psicologiche. Mary Anne Nwiboko, una suora cattolica di Carlentini, in provincia di Siracusa, dice di aver aiutato dal 1998 più di trecento donne nigeriane a sfuggire ai trafficanti. Psicoterapeuta di formazione, lavora con la polizia per identificare e avvicinare le possibili vittime. “Ho sempre combattuto contro il juju”, dice. “Non ci credo, ma capisco il potere che esercita su queste donne”.

Negli ultimi mesi, racconta, sono sempre più numerose le ragazze che la cercano per farsi aiutare. Lei le invita nel suo convento e le fa pregare e cantare tentando di conquistare la loro fiducia. “Queste donne sono lontane da casa. Io conosco la loro lingua, il loro mondo, e questo mi aiuta a spiegargli che non devono aver paura. Dietro ognuna di queste cerimonie non ci sono altro che i soldi, e cerco di fargli vedere proprio questo aspetto. Non è magia, è solo un modo per tenerle sotto controllo”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati