Vicino alla sommità del vulcano Mauna Loa, alle Hawaii, a 3.400 metri sul livello del mare, uno scintillante osservatorio circondato da scure rocce laviche misura i livelli di anidride carbonica nell’aria, ogni secondo di ogni giorno. È qui che il chimico Charles Keeling, usando i dati dell’osservatorio, ha dimostrato che è possibile misurare l’impatto dei combustibili fossili sulla concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Il risultato della sua ricerca, conosciuto come “curva di Keeling”, ha evidenziato un costante aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera dal 1958, l’anno in cui sono cominciate le rilevazioni.

Oggi gli scienziati che analizzano i dati del Mauna Loa cercano qualcosa di diverso: un cambiamento nella concentrazione del gas imputabile al rallentamento economico globale provocato dall’epidemia di covid-19. “Non abbiamo mai registrato uno scarto improvviso nelle emissioni dovute ai combustibili fossili”, spiega Ralph Keeling, che gestisce il programma di analisi atmosferica fondato dal padre. Se la sua squadra riuscirà a rilevare un cambiamento sarà la prima volta in cui i dati dell’osservatorio registrano gli effetti di una crisi economica.

Per il momento la concentrazione rilevata a Mauna Loa è ancora in aumento, e a maggio, quando di solito si registra il picco annuale, dovrebbe raggiungere un record storico. Tuttavia Keeling ritiene che un calo del 10 per cento nelle emissioni da combustibili fossili nell’arco di un anno – uno scenario plausibile, considerando il blocco dovuto al virus – avrebbe un effetto concreto sulla concentrazione di anidride carbonica e potrebbe essere misurato a Mauna Loa.

In tutto il mondo i livelli di inquinamento stanno calando rapidamente. Le misure di contrasto alla pandemia, che hanno imposto restrizioni a circa 2,6 miliardi di persone, stanno cominciando ad avere effetto non solo sul virus, ma sull’intero pianeta. Anche se è solo un risultato temporaneo e ha un enorme costo sociale e umano.

Gli aerei restano a terra, il traffico automobilistico è quasi inesistente e le industrie sono chiuse, quindi le emissioni dovute ai trasporti e all’attività produttive sono crollate. Una stima recente del governo statunitense prevede che nel paese le emissioni caleranno del 7,5 per cento nel 2020. Secondo la società di consulenza francese Sia Partners, nell’Unione europea le emissioni quotidiane si sono ridotte del 58 per cento rispetto a prima della crisi.

Il Centre for research on energy and clean air (Crea) riferisce che i livelli globali di diossido d’azoto, un inquinante legato al traffico automobilistico, hanno toccato un minimo storico. Nel solo mese di febbraio, in Cina la riduzione della quantità di carbone bruciato ha permesso di evitare l’equivalente delle emissioni annuali di un piccolo paese europeo. In metropoli come New Delhi, Pechino e Los Angeles l’aria non è mai stata così pulita nella storia recente.

“È un grande esperimento naturale che non potremmo mai riprodurre su scala così vasta”, ammette James Lee, che insegna chimica atmosferica all’università di York. “Ci permetterà di capire meglio da dove viene l’inquinamento in circostanze normali, perché attività come la produzione di energia non si fermeranno, mentre il traffico stradale si sta azzerando”.

Eppure, nonostante il potenziale calo a breve termine delle emissioni, il rischio è che la pandemia – che probabilmente dominerà il dibattito pubblico per mesi, se non per anni – finisca per eclissare qualsiasi preoccupazione legata all’ambiente. I negoziati sul clima sono già stati posticipati e nuove iniziative sono state rimandate. Il centro congressi di Glasgow che a novembre avrebbe dovuto ospitare la conferenza sul clima delle Nazioni Unite è stato convertito in un ospedale per i pazienti affetti da covid-19. In questo momento i governi e i leader mondiali riescono a occuparsi di una sola crisi. “Tutto quello che ha a che fare con il clima sarà messo in pausa”, si rammarica Glen Peters del Centro per la ricerca internazionale sul clima e l’ambiente di Oslo. “Nei prossimi mesi il dibattito politico ignorerà del tutto il clima, si parlerà solo di coronavirus e ripresa economica”.

Ambiente
Miliardi dalle rinnovabili

◆Secondo un nuovo rapporto dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena), accelerare gli investimenti **nell’energia pulita potrebbe far aumentare la crescita globale di 98mila miliardi di dollari entro il 2050. Il rendimento sarebbe compreso fra i tre e gli otto dollari per ogni dollaro investito. I **posti di lavoro nel settore potrebbero quadruplicare, arrivando a 42 milioni, e le emissioni di anidride carbonica dovute alla produzione di energia potrebbero calare del 70 per cento.

◆ Il 9 aprile i governi di dieci paesi europei, tra cui l’Italia, hanno inviato una lettera alla Commissione europea chiedendo di mettere il green deal al centro dei piani per la ripresa economica. In seguito la lettera è stata firmata da altri sette governi. I paesi che non l’hanno ancora sottoscritta appartengono quasi tutti all’Europa orientale.

◆ L’Organizzazione meteorologica mondiale ha stabilito che in Europa il 2019 è stato **l’anno più caldo **da quando sono cominciati i rilevamenti, con temperature medie superiori di circa 2 gradi rispetto al periodo preindustriale.

◆ La pandemia rischia di far saltare gli obiettivi europei sulla riduzione dei rifiuti, scrive Politico. Molte città hanno smesso di riciclare i rifiuti a causa della carenza di personale e dei timori sanitari. Inoltre sono aumentate le vendite di prodotti confezionati e il ricorso ai contenitori non riutilizzabili. La lobby dei produttori di plastica ha chiesto alla Commissione europea di rimandare l’applicazione delle norme contro gli oggetti di plastica monouso.


Alcuni dei cambiamenti più immediati sono già visibili nella vita quotidiana. A Venezia l’acqua dei canali è tornata limpida, perché le barche non smuovono più il fango del fondale. Nel centro di Londra si sentono cinguettare gli uccellini, perché il rumore del traffico è completamente cessato.

Ma gli ambientalisti sanno che è ancora presto per cantare vittoria, e sottolineano che tutti questi benefici avranno vita breve. “Chiudere l’economia per qualche settimana o qualche mese non ci porterà alla decarbonizzazione”, dice Peter Betts, ex capo negoziatore sul clima del Regno Unito. “Potrebbe esserci qualche effetto positivo sul comportamento individuale. Ma il vero problema è cosa succederà con la ripresa. Tornerà tutto come prima?”.

Minimi storici

I climatologi stanno cercando di capire cosa potrebbe significare il calo delle emissioni per il riscaldamento globale. Keeling e i suoi colleghi stanno valutando la possibilità che le conseguenze economiche della pandemia riducano la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. “La lezione è che un trauma come questo può alterare le emissioni”, spiega. “Ma vorremmo capire come alterare le emissioni senza un trauma come questo”.

Probabilmente qualsiasi cambiamento a lungo termine nella concentrazione di anidride carbonica rilevabile a Mauna Loa sarà estremamente limitato. Ma il calo delle emissioni è reale. Un’analisi del traffico aereo a partire dai dati di Flightradar24 rivela che nel mese di marzo le emissioni dovute alle compagnie aeree sono calate del 31 per cento (circa 28 milioni di tonnellate di anidride carbonica in meno), l’equivalente della scomparsa di circa sei milioni di automobili dalle strade del mondo per un anno intero.

Il calo è destinato a diventare ancora più netto. Secondo la società di consulenza Oag all’inizio di aprile il traffico aereo era diminuito del 65 per cento rispetto a prima della crisi. Negli snodi globali come il Regno Unito, Hong Kong e la Svizzera è calato di oltre il 90 per cento rispetto all’anno scorso. Negli Stati Uniti le vendite di carburante sono diminuite del 48 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, toccando i livelli più bassi da almeno trent’anni. Secondo Ihs Markit la domanda mondiale di petrolio si è ridotta di oltre venti milioni di barili al giorno, ovvero di un quinto rispetto al normale.

Da sapere
Cadute e ascesa
Emissioni globali di anidride carbonica, miliardi di tonnellate all’anno. (Fonte: Global carbon project)

Lauri Myllyvirta, analista del Crea, ritiene che l’impatto sarà significativo, perché di solito il petrolio è responsabile di circa il 40 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica. “Sicuramente registreremo un crollo a breve termine delle emissioni, ed è probabile che basti per ottenere un calo complessivo nel 2020”, spiega Peters. “Al momento è difficile intravedere una via d’uscita dalla pandemia. Questo significa che le emissioni resteranno contenute ancora per qualche tempo”.

Glasgow può attendere

Tuttavia gli effetti positivi saranno probabilmente più che compensati dalle conseguenze negative dell’interruzione delle iniziative politiche sul clima. Il virus è arrivato proprio quando il movimento ambientalista sembrava in forte crescita. Il 2019 è stato l’anno in cui Regno Unito e Francia hanno sottoscritto l’impegno ad azzerare le emissioni nette, Greta Thunberg è diventata una celebrità e le banche centrali hanno cominciato a parlare di “stress test climatici” e “alleggerimento quantitativo verde”. Questa tendenza era visibile soprattutto in Europa. La nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha indicato come priorità assolute il green deal e l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2050.

Ma in un mondo stravolto dal nuovo coronavirus, oggi il cambiamento climatico sembra una minaccia molto più distante. A causa della pandemia quasi tutti i grandi eventi sul clima previsti per quest’anno sono stati rinviati. La legge sul clima proposta da Von der Leyen, che conteneva l’impegno ad azzerare le emissioni nette entro il 2050, si è arenata nel parlamento europeo, che in questo momento si riunisce solo virtualmente, e sembra probabile che sarà rimandata.

Anche l’adeguamento degli obiettivi dell’Unione europea per il 2030, che sembrava un passo molto più agevole, ora sembra a rischio. L’Unione sta valutando la possibilità di fissare un traguardo più ambizioso, portando dal 40 al 50 o 55 per cento la riduzione delle emissioni dei gas serra entro il 2030, ma quello che in circostanze normali sarebbe un semplice calcolo burocratico si è trasformato in un’impresa, perché il caos impedisce agli analisti economici di Bruxelles di fare proiezioni affidabili.

La sensazione che l’impegno sta calando è rafforzata dal rinvio della conferenza delle Nazioni Unite a Glasgow, in cui i governi avrebbero dovuto presentare nuovi obiettivi per la riduzione delle emissioni. Il rallentamento, però, consentirà ad alcuni dei paesi che hanno fatto di meno per ridurre le emissioni, come Stati Uniti e Australia, di rispettare gli impegni presi. “Gli Stati Uniti erano in netto ritardo rispetto all’obiettivo per il 2025”, spiega Peters. “Ma se le emissioni caleranno del 5 o del 10 per cento riusciranno a recuperare tutto”.

In definitiva, l’impatto complessivo del virus sul cambiamento climatico sarà determinato dal tipo di provvedimenti che saranno presi per stimolare l’economia nel mondo dopo la pandemia. Le misure adottate all’indomani della crisi finanziaria del 2008, che soprattutto in Cina prediligevano attività ad alto consumo di energia, hanno provocato un aumento delle emissioni. Da allora è opinione comune che le preoccupazioni ambientali vengono accantonate di fronte a una grossa crisi. “È possibile che ci sia una corsa alla crescita economica”, ammette Betts. “La Cina costruirà nuove centrali elettriche? Trump eliminerà i vincoli per la tutela dell’ambiente? Bisogna cominciare a parlarne”.

I primi segnali da Pechino fanno pensare che l’allentamento del blocco sarà accompagnato da un rafforzamento dell’industria pesante. Secondo il Global energy monitor il governo cinese ha autorizzato più centrali a carbone a marzo che in tutto il 2019. In Europa e negli Stati Uniti è più probabile che gli stimoli economici favoriscano la transizione energetica. A Washington si sta discutendo la possibilità di includere l’energia pulita nelle prossime misure di stimolo, anche se le rinnovabili non figurano nel pacchetto iniziale da 2.200 miliardi di dollari presentato a marzo.

“Stiamo entrando in una profonda recessione, forse in una depressione. Dobbiamo trovare il modo di uscirne più verdi ed equi di prima”, sottolinea Rachel Kyte della Tufts university, ex responsabile per le energie pulite delle Nazioni Unite. “Abbiamo un bisogno disperato di posti di lavoro e di attività economica, e guarda caso anche di energia pulita. Cogliamo l’occasione”.

I valori cambiano

La pandemia sta cambiando radicalmente anche il ruolo dello stato. “Non abbiamo più paura dell’idea che i governi stampino denaro o intervengano nell’economia. Di conseguenza non dovremmo avere paura che i governi intervengano per scongiurare i disastri del cambiamento climatico”, spiega Kyte. Ma altri si chiedono se gli stati, dopo aver speso somme colossali – finora sono stati stanziati più di tremila miliardi di dollari per sostenere le economie – saranno in grado di finanziare gli investimenti per ridurre le emissioni.

“Tutta questa faccenda ci ha insegnato che cambiare è possibile”, sottolinea Nicholas Stern, presidente dell’Istituto di ricerca Grantham sul cambiamento climatico e l’ambiente. “Dobbiamo accettare l’idea che in futuro ci saranno altre pandemie e prepararci meglio. Ma dobbiamo anche riconoscere che il cambiamento climatico è una minaccia più grande che non è destinata a scomparire, ed è altrettanto urgente”.

Secondo Stern i valori e le priorità stanno già cambiando. Le società hanno accettato misure senza precedenti come l’isolamento sociale. Forse alcuni cambiamenti nel comportamento potrebbero sopravvivere anche dopo l’emergenza. “Le persone devono capire che le loro azioni possono avere grandi conseguenze per tutti”, dice Stern. “In un certo senso questo vale anche per la crisi climatica”. ◆ _ as_

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Questo articolo è uscito sul numero 1355 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati