La cosa più bella della scuola sono gli amici, dice un bambino. A ricreazione giocano ad acchiapparsi, corrono su e giù per il cortile. Gli piacciono anche le lezioni, in particolare quelle di matematica e di educazione motoria. A scuola va volentieri. O meglio: andava volentieri. Fino a che un altro bambino l’ha picchiato in cortile.
Lo chiama semplicemente “il colpevole”. Indugia in particolare sulla prima “o”. È così che lo definiscono i suoi genitori. È stato colpito da lui a ricreazione, due volte, sulla testa. Agita il pugno e dice: “Bam bam”. Qualche settimana dopo ha rivisto “il colpevole” nella palestra della scuola e ha avuto paura. Si è chiesto se avrebbe preso di nuovo le botte.
Il bambino vive in un palazzone che proietta una lunga ombra. Si sale una scalinata buia, i passi risuonano. La madre ci accoglie sulla porta. Quando ha saputo che suo figlio era stato picchiato, racconta, l’ha portato al pronto soccorso. Aveva delle ferite in volto, dei lividi scuri che ha fotografato. Poi ha sporto denuncia alla polizia. Da allora ha paura che possa succedere di nuovo. E non è l’unica ad avere timori simili. Nell’istituto di suo figlio, la scuola primaria Regine-Hildebrandt di Cottbus, nell’est della Germania, i bambini continuano a picchiarsi e i genitori a denunciare. Un alunno ha portato un coltello a scuola. Un altro di nove anni ha spruzzato del gas irritante nello spogliatoio. Solo nel 2025 la polizia ha condotto venticinque indagini su questa scuola, riscontrando casi “particolarmente rilevanti” per numero e gravità.
“Chi, al momento del reato, non ha ancora compiuto quattordici anni non è imputabile”, recita il codice penale tedesco. Lo stato parte dal presupposto che i bambini non siano abbastanza maturi per essere ritenuti responsabili delle loro azioni. Per questo non possono essere perseguiti penalmente. La polizia indaga, ma la procura archivia. Tuttavia non era mai successo che dei genitori sporgessero così tante denunce contro bambini delle elementari.
Abbiamo fatto delle ricerche a Cottbus e parlato con le famiglie di dieci alunni della Regine-Hildebrandt. Un padre ha raccontato di essersi licenziato per poter seguire meglio le vicissitudini scolastiche del figlio. Una madre ci ha parlato del trauma cranico diagnosticato al figlio dopo una rissa. Un’altra è stata a sua volta vittima di offese verbali e fisiche.
Nel dicembre 2025 i rappresentanti dei genitori della scuola hanno scritto una lettera aperta che hanno mandato alla direzione scolastica, ai servizi sociali e al sindaco. Un grido d’allarme lungo otto pagine e ripreso dai mezzi d’informazione di tutta la Germania. Da lì sono arrivati i titoli che parlavano di “condizioni da incubo” e “violenze dei migranti”.
La realtà è più complicata. Arrivando a Cottbus si capisce subito che la città è alle prese con un fenomeno nuovo. Mancano le parole e si fatica a trovare una risposta alla domanda decisiva: perché dei bambini sono diventati così violenti?
Storie di quartiere
Inizio gennaio 2026. La scuola elementare Regine-Hildebrandt sorge tra dei condomini, circondata da alberi. Una luce calda filtra nel corridoio. C’è odore di caffè e waffle. Oggi è la giornata delle “porte aperte”. È una grande scuola, le aule sono distribuite su tre edifici, dalla prima alla sesta classe (con alunni dai sei agli undici anni). Quest’anno scolastico gli iscritti sono 464. Centottanta non hanno la cittadinanza tedesca, provengono principalmente da Siria, Afghanistan e Russia. Negli ultimi dieci anni il numero di bambini stranieri è aumentato di sei volte. Su una lavagna c’è scritto il programma del giorno di una prima in tedesco, inglese e arabo. I bambini ritagliano fiocchi di neve di carta, i genitori parlano con gli insegnanti. Sono venuti in pochi, dice un dipendente della scuola. “A causa del maltempo, ma anche per altri motivi”. Allude alle notizie sulle violenze.
Le storie sulla scuola non sono esagerate, la violenza c’è, afferma più tardi al telefono Evgenia Ruban. Ha 46 anni, da tre insegna alla Regine-Hildebrandt e ha ricoperto la carica di presidente del consiglio di istituto. A volte durante le pause si sente “una poliziotta”, racconta, perché deve intervenire in continuazione. Con i più grandi le capita di aver paura a mettersi in mezzo. “Con le classi superiori – quarta, quinta, sesta – se i ragazzi cominciano a scaldarsi può essere pericoloso”.
La scuola si trova a Sachsendorf, un quartiere meridionale di Cottbus. Qui all’epoca della Germania Est (Ddr) sono spuntati dal nulla edifici prefabbricati, grandi alveari per gli operai della vicina centrale elettrica a carbone. Quando la Ddr crollò, anche l’industria sparì. Oggi Sachsendorf è uno dei quartieri più poveri di Cottbus, quasi un quarto della sua popolazione vive di sussidi sociali.
A dieci minuti a piedi dalla scuola primaria c’è la scuola secondaria. Nell’estate del 2025 ha organizzato una festa dello sport. Alla fine dell’evento i ragazzi si sono attaccati a vicenda, afferma il capo della polizia. Gli stranieri avrebbero picchiato i coetanei tedeschi fino a mandarli in ospedale. Dopo quell’episodio la dirigente scolastica e la sua collega della primaria hanno convocato una riunione con autorità cittadine, rappresentanti della polizia e perfino dell’ufficio federale per la protezione della costituzione. Hanno descritto “una situazione di cui eravamo all’oscuro”, spiega il capo della polizia. Intimidazioni, paure, violenze. È stata creata una squadra investigativa con cui collabora anche l’ufficio per la tutela dei minori.
Cosa scatena la violenza? Le viene in mente una sola parola: insicurezza. I bambini che si sentono insicuri sono più inclini all’aggressività
Nel 2025 questa squadra ha registrato 178 procedimenti penali in 28 scuole di Cottbus. Quattordici si sono conclusi con un’incriminazione formale. Non è possibile fare confronti con gli anni precedenti, perché i dati sono raccolti solo da quando il gruppo è operativo. I reati comprendono aggressioni, minacce, insulti e incitamento all’odio attraverso slogan di estrema destra e frasi razziste. La maggior parte degli indagati, stando alle statistiche della polizia, non ha la cittadinanza tedesca: il 60 per cento circa è siriano, russo o afgano, il 23 per cento ha un’altra nazionalità e il 16 per cento è tedesco.
Venticinque di quei procedimenti riguardano la scuola Regine-Hildebrandt. Gli indagati sono diciassette, alcuni accusati di più reati. Sette sono siriani, tre libanesi, tre russi e quattro tedeschi. Le violenze, almeno nei casi denunciati, vengono soprattutto da bambini i cui genitori sono arrivati in Germania da poco tempo.
A Sachsendorf ci sono sempre stati immigrati. All’epoca della Ddr gli operai venivano dal Vietnam; dopo la caduta del muro di Berlino arrivarono i profughi dall’ex Jugoslavia. Nel 1992 dei neonazisti lanciarono delle molotov contro un centro di quartiere per rifugiati. Ancora oggi gli estremisti di destra si scagliano contro i nuovi arrivati, raccontano gli abitanti del posto. Qualcosa sta cambiando in meglio, dicono: hanno piantato nuovi alberi, ci sono centri culturali e assistenti sociali. Ma in fondo i problemi della scuola sono i problemi del quartiere.
La maestra Evgenia Ruban fa ogni giorno un’ora d’auto dalla cittadina di Hoyerswerda a Cottbus solo perché ama la Regine-Hildebrandt. Le piacciono i colleghi, l’associazione scolastica, che offre corsi di equitazione e di nuoto, i genitori che s’impegnano in prima persona. Ruban parla veloce e ride molto. È una dei pochi insegnanti disposti a confrontarsi con noi. “Certo che voglio parlare. Provo a cambiare le cose”, dice.
I conflitti riguardano tutti i bambini, spiega: sia quelli di famiglie che vivono a Sachsendorf da generazioni sia chi è arrivato da poco in Germania. Quasi sempre sono maschi. La povertà gioca un ruolo, così come la carenza di affetto da parte dei genitori. Spesso, osserva, i bambini arrivati da poco non trovano le parole per risolvere un conflitto. Alcuni hanno vissuto esperienze terribili durante il viaggio e ancora ne subiscono le conseguenze. A volte i loro genitori sono sopraffatti.
Cosa scatena la violenza? Ci riflette a lungo. Quando mette tutto insieme le viene in mente una sola parola: insicurezza. I bambini che si sentono insicuri sono più irascibili e più inclini all’aggressività.
Arriva la politica
Metà gennaio 2026. Sono passate cinque settimane dalla pubblicazione della lettera aperta. Alcune limousine nere sfilano per le strade del quartiere, davanti ai palazzi popolari. Arrivano le autorità locali: entrano nel centro civico di quartiere e prendono posto sulle sedie disposte in cerchio accanto ai rappresentanti dei genitori e al sindaco di Cottbus, Tobias Schick, del Partito socialdemocratico (Spd).
Poi parlano davanti alle telecamere. I bambini problematici saranno affidati ai servizi sociali, afferma il sindaco. “È inaccettabile che in casa s’insegni ai più piccoli a risolvere i problemi con la violenza”. Quelli che manifestano tratti violenti saranno educati fuori dalla scuola primaria. Saranno create due classi speciali con alunni di quarta e sesta elementare, che dovranno imparare a comportarsi in modo pacifico.
La questione non riguarda solo Cottbus, ma anche il resto della Germania, afferma il ministro dell’interno del land, René Wilke. Parla di “effetti di concentrazione”, cioè di quando ci sono troppi richiedenti asilo nello stesso luogo. E questo avrebbe un “impatto negativo sull’integrazione e sul buon funzionamento della società”. Annuncia un “cambiamento di rotta” nelle politiche migratorie e l’introduzione di un “obbligo di residenza specifico per distretto”. Per tre anni gli stranieri con permesso di soggiorno dovranno risiedere nel distretto che gli è stato assegnato e non potranno trasferirsi in altre città. I politici si disperdono, un cameraman riprende gli autori della lettera. Tra loro c’è Daniel Niedergesäß, rappresentante dei genitori.
Il mondo diverso
Un giorno ci porta a conoscere il quartiere. Passiamo davanti al cimitero di guerra sovietico, poi a un edificio basso, che era un ritrovo dei neonazisti negli anni novanta. Poi si ferma davanti a una villetta, casa sua. Niedergesäß apparecchia, il figlio si siede a tavola. Si mangia pasta al ragù.
Niedergesäß ha poco più di quarant’anni e cresce da solo i suoi due figli, una femmina e un maschio, che frequentano rispettivamente la seconda e la quarta elementare alla Regine-Hildebrandt. “A lezione mi diverto e in realtà va tutto bene fino a quando non cominciano le botte a ricreazione”, dice il bambino. Qualche giorno fa ha visto uno della sua età che lanciava sassi a un alunno più piccolo. Ha anche guardato un servizio in tv. “Allora ho pensato che è brutto quello che succede nella nostra scuola”. Niedergesäß ha presentato domanda per ritirare i figli. “Anche per me è una buona idea”, commenta il figlio.
Sia la Regine-Hildebrandt sia l’istituto dove i figli avrebbero dovuto trasferirsi avevano dato il loro consenso. Ma l’ufficio scolastico ha respinto la richiesta, ritenendo le motivazioni insufficienti. Nella sua domanda il padre citava solo “esperienze pesanti nelle interazioni” dei suoi figli. Non voleva “alzare un polverone”. La frustrazione è rimasta. Il cortile della scuola per lui è un “inferno”.
Come si è arrivati a questo? Quando Niedergesäß parla della Regine-Hildebrandt la sua argomentazione si sposta improvvisamente sui locali con narghilè e sui barbieri che, a suo dire, starebbero soppiantando le “attività commerciali perbene”. Parla di “arabizzazione” della città. Esce in terrazza e si accende una sigaretta. La sua casa politica sarebbe il Partito liberaldemocratico, racconta. Ma ora vota per l’estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd). “Per rendere giustizia alla situazione”.
Da tempo l’Afd propone di abbassare a dodici anni l’età in cui si può essere perseguiti penalmente. Il deputato Lars Schieske ha chiesto al consiglio comunale di Cottbus di esaminare i permessi di soggiorno dei minori che si sono distinti più volte per comportamenti violenti e di mandare un’informativa al ministero dell’interno. Molti hanno interpretato la sua richiesta come una minaccia di espulsione. L’ufficio per la tutela della costituzione considera Schieske un “estremista di destra”.
Un punto interrogativo
Febbraio. Davanti all’uomo c’è una tazza di tè fumante. La offre sempre a chi viene a trovarlo. Racconta di essere arrivato in Germania vent’anni fa, era un ragazzo e veniva dalla Turchia. Da allora vive a Sachsendorf.
Gli piacciono le metafore. “A Cottbus c’è questa macchia nera, il razzismo. I vicini ti guardano in modo strano, gli sconosciuti ti chiamano ‘straniero di merda’. È orribile. Questa macchia nera che resta addosso alle persone, si passa di padre in figlio e non se ne va mai”. Il suo bambino frequenta la Regine-Hildebrandt. Altri genitori dicono che è uno di quelli che spesso reagiscono in modo eccessivo. Anche il padre ammette che ha avuto difficoltà. “Ogni giorno c’era un problema”. La scuola li contattava continuamente perché il figlio disturbava la lezione. Chiama la moglie al telefono e lei racconta che una volta è stato sospeso perché aveva insultato un’insegnante. Altri bambini lo avevano picchiato e anche lui si è comportato “in modo aggressivo”, dice chiudendo lì la questione.
Per il padre non è facile parlare di queste cose, entrano in gioco anche vergogna e sfiducia. “Immaginati una mano”, dice. “Ovviamente ci sono bambini stranieri che picchiano. Sono un dito della mano. Ma, amico mio, vogliono farci credere che siano l’intera mano. E questo non è giusto”.
I genitori dei bambini violenti restano un punto interrogativo. Una poliziotta descrive come si svolgono i “colloqui preventivi” con loro. Si presenta a casa di queste persone senza preavviso. Solitamente si tratta di famiglie che hanno “tanti, tantissimi bambini”. Poi gli parla di quello che è successo e gli chiede di provare a fare qualcosa per migliorare la situazione. Non sa se il messaggio arrivi. La preside, Kathrin Haug, ci ha negato un colloquio con gli educatori della scuola. Non ci concede nemmeno una visita alle classi speciali riservate agli studenti violenti. “Capisce”, dice, “con tutta questa attenzione mediatica…”. E lei deve pur sempre dirigere una scuola elementare.
C’è un’altra ragione per quest’ondata di violenza, sostengono gli educatori e assistenti sociali dell’organizzazione Sos Villaggi dei bambini. Lavorano con le famiglie della Regine-Hildebrandt. Secondo loro qualcosa è cambiato: a fronte di un numero di stranieri che cresceva, il land ha “ridotto al minimo i servizi sociali per i migranti”. Così si è perso il contatto con le famiglie. Ed è un fattore fondamentale.
Dopo gli episodi di violenza, genitori e amministrazione scolastica non hanno dialogato a sufficienza. Poi di punto in bianco è arrivata la lettera aperta.
“Ovviamente ci sono bambini stranieri che picchiano. Sono un dito della mano. Vogliono farci credere che siano l’intera mano. E non è giusto”
Calmare le acque
Fine marzo. Le acque si sono calmate, su questo sono tutti d’accordo: la polizia, la scuola e Niedergesäß, il rappresentante dei genitori. Un venerdì sera, al tramonto, si riversano tutti nel centro civico: insegnanti, genitori, assistenti sociali, residenti, il capo della polizia e il sindaco. Una città in miniatura. L’incontro è organizzato dalla radiotelevisione Rbb. Il titolo: “Violenza a ricreazione”. Sul palco la preside Haug, il presidente del consiglio d’istituto, il sindaco Schick, un’assistente sociale e un moderatore.
Gli insegnanti presenti tra il pubblico si siedono vicini. Com’è possibile che la situazione sia “degenerata” in questo modo, chiede il moderatore. La preside dice che c’è stato un “accumulo” di fattori, che la soglia d’inibizione alla violenza si è abbassata e che “il numero di bambini provenienti da un contesto migratorio” ha giocato certamente un ruolo. Ma non sono solo quei bambini a “creare problemi”. Per l’assistente sociale segregare alcuni in gruppi di apprendimento separati è un errore fatale. Così vengono allontanati dalla quotidianità scolastica ed etichettati come “i cattivi”. La fila degli insegnanti applaude. Haug non è d’accordo. I gruppi separati possono essere efficaci, gli alunni li percepiscono come un’opportunità, non come una punizione. Presto torneranno nelle loro classi.
Un’assistente sociale prende la parola. Lavora in una casa famiglia dove vivono dei rifugiati. Lei stessa è iraniana e parla farsi e afgano. “Quando questi genitori sentono parole come ‘affidamento’, ‘servizi sociali per i minori’, hanno paura di perdere i loro figli”, dice. Devono imparare come funzionano le cose in Germania. “Ecco perché vi chiedo di parlare con loro”.
Una donna è seduta vicino al palco. Si presenta come “una nonna che non vuole essere picchiata”. Durante il dibattito pronuncia slogan a voce abbastanza alta da essere sentita dai vicini: “Chi non si adatta deve tornare da dove è venuto”.
Fuori è diventato buio. “È importante parlare di più con i genitori, non devono vederci come nemici”, dice il presidente del consiglio scolastico rivolgendosi all’assistente sociale.
È il momento delle conclusioni, fa notare il moderatore. Guarda il pubblico: “Posso immaginarmi che non tutti sarete soddisfatti dalle risposte che ci siamo dati oggi”. Fa una pausa. “Ma anche se discutessimo per altre tre ore, la sensazione sarebbe probabilmente la stessa”. Gli spettatori si alzano, alcuni continuano a chiacchierare tra loro, il sindaco parla con alcuni genitori fino a quando la sala non viene chiusa.
Di nuovo in classe
Una settimana dopo. Nella sua stanza, il bambino che è stato picchiato mostra un disegno. L’universo: pianeti, stelle e razzi che girano intorno. L’ha fatto con un’educatrice. Ormai la vede regolarmente e insieme parlano di quello che succede a scuola. La cosa lo aiuta.
Domani c’è lezione. Dice di muoversi ancora con una certa circospezione nel cortile durante la ricreazione. Il “colpevole”, quando lo incontra, ha sempre uno sguardo torvo. Ma ha ricominciato ad andare a scuola ogni giorno, nella sua classe. “Quella mi piace”. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati