Mezzo milione di persone, tutte vestite di bianco, circondavano la rotatoria dell’hotel Indonesia nel centro di Jakarta. Bloccavano le strade per quasi due chilometri in tutte le direzioni, raggiungevano il monumento nazionale e proseguivano ancora oltre, fino al palazzo del presidente. Era il 4 novembre 2016 ed erano arrivate in pullman, in aereo e a piedi da tutta Java e perfino da qualche altra isola dell’arcipelago per partecipare alla più grande manifestazione islamista nella storia dell’Indonesia.
“Siamo venuti davanti al palazzo per far applicare la legge”, ha detto il predicatore Rizieq Shihab in un silenzio rapito. “I dissacratori del Corano devono essere puniti. Dobbiamo respingere il leader degli infedeli”, continuava alludendo a Basuki Tjahaja Purnama, noto come Ahok, il governatore di origine cinese e cristiano della capitale. “Se le nostre richieste non saranno ascoltate, siete pronti a trasformare questa protesta in una rivoluzione?”.
“Siamo pronti!”, gridava la folla tra un oceano di applausi. “Dio è grande!”, “A morte Ahok!”.
Era una scena insolita per l’Indonesia, il più grande paese a maggioranza musulmana del mondo, ma non una vera e propria “nazione musulmana”. Ufficialmente è uno stato multiconfessionale che tutela sei fedi allo stesso modo, dove l’appartenenza etnica è tacitamente esclusa dal discorso politico. Una protesta apertamente islamista come quella non aveva precedenti.
In teoria la manifestazione era stata organizzata dal Fronte dei difensori islamici (Fpi), guidato da Shihab, per chiedere la cacciata di Ahok, accusato di blasfemia. Ma di fatto l’obiettivo era dimostrare pubblicamente la devozione e il peso degli indonesiani musulmani, e ha funzionato. La città quel giorno ha chiuso tutte le sue arterie principali. Alla seconda manifestazione, il 2 dicembre, si è presentato il presidente dell’Indonesia in persona, senza farsi annunciare, e ha pregato con i manifestanti.
La chiamata
La campagna dell’Fpi è andata meglio di ogni speranza più rosea. Ad aprile del 2017 Ahok non è riuscito a farsi rieleggere governatore di Jakarta e un mese dopo, alla fine di un processo farsa, è stato condannato a due anni di prigione per blasfemia. La manifestazione del 4 novembre è stata davvero un punto di svolta per l’islam politico in Indonesia. Le successive elezioni presidenziali sono state contese in larga misura nei termini dettati dagli eventi del 2016: entrambi i candidati hanno esibito le loro credenziali islamiche. Il vicepresidente è stato in passato il principale leader religioso musulmano del paese. Ma Shihab non è in Indonesia a godersi il frutto delle sue fatiche. Vive in Arabia Saudita. Dopo l’elezione del governatore di Jakarta, è stato coinvolto in uno scandalo a sfondo sessuale e quando è stato emesso contro di lui un mandato di arresto è fuggito alla Mecca. Anche se si trova a più di ottomila chilometri dall’Indonesia, il regno è stata una scelta naturale per Shihab, che è legato ai sauditi da trent’anni. Si è laureato alla Lipia, un’università di Jakarta costruita, finanziata e tuttora sovvenzionata dall’Arabia Saudita, dove si insegnano l’arabo e l’islam. Gli studi alla Lipia gli aprirono la strada per proseguire la sua istruzione a Riyadh, dove ha creato una rete di relazioni durature con i leader religiosi locali.
All’interno dell’università nulla è scritto in indonesiano, neppure i cartelli
Essendo il più grande paese a maggioranza musulmana e uno stato postcoloniale in via di sviluppo, l’Indonesia è stata uno dei principali destinatari di tutti i vari aspetti del proselitismo saudita, noto come dawa, la chiamata all’islam. E anche se la punta massima degli investimenti è stata raggiunta almeno dieci anni fa, come in gran parte del mondo musulmano, gli effetti continuano a farsi sentire. Gli investimenti sauditi in Indonesia hanno sostenuto i jihadisti, contribuito a consolidare il maggiore partito politico islamista del paese e formato decine di ideologi influenti.
L’influenza saudita in Indonesia non ha rivali e comprende la Lipia, una grande ambasciata e un addetto agli affari religiosi potente e autonomo. Le organizzazioni benefiche saudite hanno pagato la scuola e l’università a migliaia di studenti poveri, e hanno aiutato a ricostruire regioni devastate come quella di Aceh dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004.
Intolleranza in aumento
L’influenza dell’organizzazione e delle idee di Shihab è solo un esempio di come la dawa saudita ha condizionato l’Indonesia moderna. Un altro esempio sono gli attentati di Bali del 2002, che uccisero 202 persone, per lo più turisti, in quello che all’epoca fu l’attacco terroristico più grave dopo l’11 settembre. Quell’evento risvegliò l’Indonesia al pericolo del terrorismo dentro i suoi confini. Gli attacchi furono progettati da un circolo di jihadisti affiliati ad Al Qaeda che avevano la loro base nel convitto islamico di al Mukmin, nella regione di Java centrale, un’istituzione fondata grazie a un finanziamento del re saudita nel 1972.
A parte questi grossi investimenti, un’eredità altrettanto pervasiva del proselitismo saudita in Indonesia è la comparsa di un’accesa intolleranza religiosa. Oltre alle continue molestie inflitte ai gruppi cristiani e al processo farsa di Ahok, oggi nel paese esiste anche una lega nazionale “antisciita” e folle infuriate hanno cacciato i musulmani ahmadi dalle loro case spingendoli nei campi profughi. In effetti quando Barack Obama, che da bambino ha vissuto cinque anni a Jakarta, tornò in Indonesia nel 2011, osservò che nell’arcipelago sembrava prevalere “un’interpretazione più fondamentalista e spietata” dell’islam e l’attribuì all’influenza saudita. Quello che Obama aveva colto era l’arabisasi, ambiziosa in teoria e ancora più influente in pratica.
Aiuti e proselitismo
Arabisasi è stata una delle prime parole indonesiane che ho imparato dopo essermi trasferita nel paese nel 2016. È un neologismo che significa arabizzazione. Ma in Indonesia è stato usato in relazione a una serie di sviluppi: l’ascesa dell’islam politico, i processi per blasfemia, la crescente popolarità di burqa e hijab, nuove moschee, moschee più vistose, nuove scuole e la persecuzione delle minoranze religiose. Soprattutto, si riferisce al ruolo centrale e relativamente nuovo dell’islam nella vita culturale e politica di una grande democrazia che fino al 1998 era stata una dittatura militare rigidamente controllata. La tesi di fondo è che alla base di tutto questo ci siano cinquant’anni d’influenza religiosa dell’Arabia Saudita.
Vero o falso che sia, lo stesso termine denota una preoccupazione generalizzata per i “soldi sauditi”, in Indonesia e nel mondo. Questo sembra spiegare come mai un arcipelago tropicale famoso per la sua tolleranza, nel 2016 era ormai intrappolato in una guerra culturale su tutto, dall’ammissibilità dei cappelli di Babbo Natale alla possibilità che ragazzi e ragazze uscissero insieme, e si era trasformato in un rifugio sicuro per gli islamisti più rigidi e perfino nella patria di alcune centinaia di persone che avevano aderito al gruppo Stato islamico.
Il wahhabismo – un movimento puritano e intollerante, fondato nel settecento, che promuove un’interpretazione letterale del Corano e cerca di sradicare le tradizioni regionali “devianti” – esportato nel mondo dall’Arabia Saudita è stato spesso oggetto di discussione dopo l’11 settembre, cioè da quando il conservatorismo religioso è spesso considerato sinonimo di estremismo e terrorismo. Ma gli effetti reali del proselitismo saudita non sono molto noti.
Non è stato solo “il governo saudita” a diffondere il wahhabismo; tra gli attori sauditi internazionali ci sono università, un ministero per gli affari islamici, numerose organizzazioni di beneficenza internazionali vicine allo stato come la Lega mondiale musulmana, aiuti umanitari regionali una tantum e uomini d’affari indipendenti. Il termine dawa letteralmente significa chiamare o invitare, ma in pratica copre la vasta gamma di attività di proselitismo disponibili per qualunque individuo o istituzione musulmani. Oggi esiste una dawa saudita ufficiale in più di venti paesi, a cui si affiancano attività non ufficiali in molti altri. I suoi effetti non sono espliciti e diretti. La dawa saudita, per esempio, di regola finisce con il promuovere non il wahhabismo saudita ma il salafismo, un movimento del novecento, simile ma distinto, apparso originariamente in Egitto, che vuole tornare alle tradizioni del primo islam. Il proselitismo saudita tende a coltivare una classe di studiosi e ideologi salafiti che poi si dedichino a creare i propri “paesaggi religiosi” locali. Un altro esito comune è la violenta intolleranza nei confronti dei musulmani sciiti e sufiti, di sette minoritarie come gli ahmadi e di altre religioni come il cristianesimo. L’effetto più tristemente noto è stata la diffusione del jihadismo salafita, che ha trovato una base in alcune comunità sostenute dalla dawa saudita.
Il progetto della dawa saudita è modellare sistematicamente il mondo musulmano – e i musulmani del mondo – a sua immagine. Per ambizione e portata non ha confronti. Ma è anche caotico e pieno di contraddizioni; le iniziative saudite sostengono gli islamisti politici affiliati ai Fratelli musulmani e allo stesso tempo cercano di contrastarli; oppure finanziano contemporaneamente equivoche organizzazioni benefiche e centri contro gli estremisti, che agiscono a pochi chilometri di distanza le une dagli altri.
Indubbiamente non è stata solo l’Arabia Saudita a determinare la svolta conservatrice dell’Indonesia. Ma in tre anni ho capito che l’ha incoraggiata in tanti modi diversi. Viaggiando per larga parte dell’arcipelago, da Aceh a Sulawesi, sono rimasta stupita dalle dimensioni della campagna saudita e dalla sua capacità di raggiungere i leader della regione. E mi ha colpito anche la caratteristica concezione saudita di unire aiuti e proselitismo, offuscandone il confine.
Alla mente e al cuore
L’islam approdò nell’arcipelago indonesiano intorno al tredicesimo secolo, probabilmente con i mercanti arabi, e i potenti sovrani di Java e Sumatra si convertirono gradualmente alla nuova religione abbandonando induismo e buddismo. Le isole che oggi formano l’Indonesia appartenevano a un più vasto arcipelago musulmano che abbracciava parti delle moderne Thailandia, Malaysia, Singapore, Filippine e Cambogia. L’Indonesia ospita ancora il più grande tempio buddista del mondo –Borobudur, nella parte centrale di Java – molti templi indù e milioni di cristiani discendenti di famiglie che si convertirono sotto il dominio coloniale, ma nel paese sopravvivono anche profonde tradizioni mistiche e animistiche. Molti di questi elementi hanno colorato l’islam indonesiano, che non può dirsi esattamente liberale ma tollera ancora molte pratiche popolari. Per fare un esempio, sul monte Kemukus, a Java centrale, esiste un santuario dove i musulmani si recano in pellegrinaggio e fanno sesso con altri pellegrini sconosciuti per ingraziarsi la buona sorte. Questo rito, che abbraccia elementi mitologici giavanesi e l’esoterico tantra indù, può esistere solo in Indonesia.
Quando l’Indonesia diventò indipendente, nel 1945, “l’islam indonesiano” si trovò ad affrontare una questione cruciale: il nuovo paese doveva essere musulmano? Doveva applicare la sharia? Alla fine i padri fondatori decisero di no. Ma da questi accesi dibattiti postcoloniali emerse la figura di Mohammed Natsir, un uomo che sarebbe riuscito quasi da solo a imporre l’influenza saudita sull’arcipelago. Natsir era un devoto studioso islamico di Sumatra e diventò il primo capo del governo dell’Indonesia indipendente. Nel 1958 partecipò a un fallito tentativo di ribellione contro Sukarno, il presidente fondatore, e si ritirò in esilio nella giungla di Sumatra per tre anni. Appena ne uscì fu incarcerato e quando poté finalmente tornare alla vita civile, nel 1966, fu ignorato e tenuto in disparte dalla nuova dittatura militare di Suharto, che era appena arrivata al potere con un violento colpo di stato appoggiato dalla Cia.
Ma Natsir non rinunciò alla vita pubblica. Riteneva inammissibile che, in un nuovo paese dove quasi il 90 per cento dei cittadini professava la fede islamica, ai musulmani fosse negata una voce politica. Decise di puntare alla mente e al cuore degli indonesiani invece che ai loro voti. “Noi non predichiamo più attraverso la politica, ma ci impegniamo in politica attraverso la predicazione”, disse. Quello che intendeva era che avrebbe coltivato l’attivismo islamico di base invece di fare pressioni per leggi e istituzioni politiche islamiche. L’Arabia Saudita fu felice di aiutarlo.
Quando re Faisal, il monarca saudita, visitò per la prima volta l’Indonesia nel 1967, fu profondamente colpito da Natsir. All’epoca Faisal stava sviluppando la sua visione di una politica estera saudita spinta dalla al tadamon al Islami, o “solidarietà islamica”. Aprì i rubinetti del regno a Natsir e lui immediatamente creò il Dewan dakwah islamiyah Indonesia, Consiglio indonesiano della dawa islamica (Ddii), che diventò il canale principale per il denaro pompato dall’Arabia Saudita in Indonesia. La diplomazia personale di Natsir gli valse una tazkiya (lettera di raccomandazione) permanente della Mecca, perché accettasse donazioni da qualunque fonte saudita.
Oggi il Ddii è ospitato a Cikini, nella regione centrale di Jakarta, in un palazzo di otto piani a forma di stella chiamato torre dawa. Ha ancora uffici in 32 delle 34 regioni dell’Indonesia, ma i finanziamenti sauditi diretti si sono esauriti e le sue entrate oggi arrivano dalle proprietà che possiede grazie alle donazioni. Più di quarant’anni dopo la sua fondazione, il Ddii ha “sia perso sia vinto”, dice Ulil Abshar-Abdalla, un intellettuale musulmano che vive a Jakarta. L’organizzazione stessa oggi è meno ricca e influente che negli anni ottanta e novanta, ma le sue idee sono ormai popolari.
Mentre il Ddii è sempre stato amministrato da indonesiani, un altro importante centro dell’influenza saudita in Indonesia ha solo personale saudita: l’università Lipia, nella parte meridionale di Jakarta. La Lipia è l’avamposto più visibile della dawa saudita in Indonesia, ed è uno dei suoi maggiori successi in tutto il mondo. È una vera università, completamente amministrata dai sauditi e tuttora controllata dall’ambasciata di Riyadh. Il suo sito web attira i candidati con rette gratuite, un assegno mensile e, dopo la laurea, l’opportunità di continuare gli studi in Arabia Saudita. Tutte le lezioni si tengono in arabo. All’interno dell’università praticamente nulla è scritto in indonesiano, neppure i cartelli. Ci sono delle ragazze, ma studiano in un’area riservata e seguono videolezioni trasmesse in diretta dalle classi maschili al piano di sotto. Negli ultimi tempi la Lipia ha cercato di assumere più docenti donne, ma l’anno scorso erano ancora meno di un terzo.
L’ambasciata saudita investe risorse nei programmi di lingua araba in Indonesia
Come prevedibile, i libri di Muhammad ibn Abd al Wahhab, il fondatore del wahhabismo, hanno un ruolo cruciale nei programmi della Lipia. Ma il piano di studi dell’università non è mai stato esclusivamente wahhabita, e negli anni novanta la Lipia era un focolaio di islamisti vicini ai Fratelli musulmani (a differenza dei salafiti puri, che sono apolitici). Proprio per questo l’università è uno dei principali centri di reclutamento del Partito della giustizia prosperosa (Pks), che è modellato sui Fratelli musulmani ed è il partito politico islamista con più consensi in Indonesia. Alcuni dei più influenti ex alunni della Lipia sono membri del Pks, compreso l’ex presidente del partito, Hidayat Nur Wahid. L’evoluzione della Lipia ne fa un microcosmo del multiforme progetto della dawa saudita, dove trovano spazio sia gli islamisti politici sia i quietisti salafiti, così come tanti studenti poveri che hanno semplicemente colto al volo l’opportunità di una borsa di studio.
Il regno come logo
Uno dei luoghi più improbabili dove il salafismo riesce a fiorire è Batam, un’isola resort piuttosto squallida in una zona economica libera, proprio di fronte alla baia di Singapore. L’isola ha ben poco da offrire a parte lo shopping esentasse e i bar a buon mercato, ma negli ultimi dieci anni è diventata la sede di un’importante emittente radiofonica salafita, Hang radio, e di svariati convitti salafiti. Ho visitato una delle scuole, Pesantren anshur al sunnah, nel principale quartiere salafita di Batam, Cendana, nel 2017. Le sue strutture sono all’osso, ma educa più di 150 studenti di Indonesia, Malaysia e Singapore. Il direttore della scuola, che grazie a un sussidio ha potuto studiare a Medina, ha accettato di parlarmi solamente in una stanza divisa da un tramezzo perché non voleva trovarsi da solo con una donna che non era sua parente.
Nel vivace centro di Batam, Hang radio ha una redazione e uno studio di registrazione di tutto rispetto. L’emittente esiste da decenni, ma ha avuto una svolta religiosa nel 2004 quando il suo proprietario, Zein Alatas, un uomo d’affari locale, abbracciò il salafismo in una crisi spirituale di mezza età. Ora trasmette ogni giorno venti ore filate di contenuti religiosi, tra cui sermoni di predicatori in visita nell’isola. Nel 2016 Batam ha respinto la richiesta di passaporto a 418 residenti sospettati di voler aderire all’Is. Hang radio è stata citata dalle autorità locali come una delle cause del radicalismo sempre più diffuso tra i detenuti.
Oggi in termini assoluti la dawa saudita in Indonesia sta diminuendo: secondo i rapporti annuali del ministero saudita per gli affari islamici, la dawa e la guida spirituale, nel sudest asiatico il suo obiettivo principale ora sono le Filippine. Ma le istituzioni indonesiane si sono adattate. Quando i finanziamenti del Golfo al Ddii si sono interrotti, a sostituirli hanno provveduto in parte politici come Prabowo Subianto, un generale diventato ministro, che ha finanziato il centro per tutto il primo decennio di questo secolo. È grazie alla resilienza di queste istituzioni che l’influenza saudita sopravvive. Anche se tutti i cittadini sauditi lasciassero l’Indonesia domani, continuerebbe comunque a esserci un vitale ecosistema salafita.
Eppure, nonostante l’autonomia economica di molti salafiti indonesiani, tra i musulmani del paese è ancora diffusa la tendenza a idealizzare le tradizioni del Golfo: ci sono più musulmani nell’arcipelago che in tutti gli stati del Golfo messi insieme, ma nonostante la loro netta superiorità numerica le idee raramente viaggiano nella direzione opposta. L’establishment sunnita dell’Indonesia negli ultimi anni ha cercato di proiettare “l’islam nusantara” o “islam dell’arcipelago” sulla scena mondiale, ma sembra ideologicamente confuso e incline a luoghi comuni come “moderazione” e “tolleranza”.
L’immagine dell’Arabia Saudita rimane quindi molto forte, non solo nella sfera religiosa. Gli studiosi salafiti indonesiani citano spesso i colleghi sauditi nelle loro decisioni, e quasi tutti i musulmani risparmiano per visitare la Mecca o Medina. Nella prospera economia consumistica e islamico-capitalistica del paese, i prodotti che raffigurano il santuario della Kaaba alla Mecca, dagli orologi ai calendari, sono onnipresenti. Una volta ho comprato del tè freddo da una donna di Manado, a nord dell’isola di Sulawesi, che indossava un hijab ricamato con la parola “saudita” in corsivo: il regno come marchio e come logo.
In questo clima di benevolenza generale, l’Arabia Saudita ha cominciato a modificare il suo modo di presentarsi. Nel 2017 il primo ambasciatore saudita che ho incontrato a Jakarta, Osama bin Mohammed al Shuaibi, aveva modi severi. Vestito con il tradizionale e ampio thawb e un turbante a scacchi rossi, si era arrabbiato quando gli avevo chiesto quale fosse il ruolo del wahhabismo nella diplomazia saudita e aveva inveito contro quella che considerava l’interferenza dell’Iran all’estero. Ma il suo successore, Esam Althagafi, che ho incontrato una settimana dopo la sua nomina nel 2019, è più disponibile e occidentalizzato. Indossava un impeccabile completo blu scuro con la cravatta e parlava un inglese perfetto. “A nostro modo di vedere, l’Indonesia è un membro di Vision 2030”, mi ha detto Althagafi, riferendosi al progetto di Mohammed bin Salman – 34 anni, il principe della corona saudita – di diversificare l’economia del regno allontanandola dal petrolio e sviluppando settori come la sanità, la cultura e il turismo. “Guardiamo all’economia del paese”, ha detto Althafagi, “non solo alla religione”.
Ha perfino preso in considerazione le mie domande sul proselitismo saudita: mentre il suo predecessore era stato cauto, il nuovo ambasciatore ha ammesso che era un aspetto al centro delle relazioni tra i due paesi. “Ma oggi non abbiamo niente da nascondere”, ha detto. “Tutto quello che facciamo qui, dalle gare coraniche alle cene del Ramadan, risponde alle richieste dei gruppi musulmani del paese”.
Naturalmente gli affari islamici rimangono una priorità, ma, ha sottolineato Althafagi, l’ambasciata saudita ora investe risorse nei programmi di lingua araba in Indonesia, collocandosi, da questo punto di vista, accanto a organizzazioni culturali come il British council e l’Alliance francaise.
Considerando l’opacità con cui la dawa saudita ha operato in passato, questo cambio di retorica è significativo. Ma ci sono ottime ragioni per essere scettici sul progetto Vision 2030, giudicato da molti economicamente impraticabile e accusato di nascondere le questioni relative alle violazioni dei diritti umani per dare lustro all’immagine di bin Salman. È difficile credere alla presunta promessa riformista del principe e al progetto, se si considera che, proprio durante la campagna promozionale del 2018, il giornalista Jamal Khashoggi è stato brutalmente assassinato in un consolato saudita.
Ci vorrà almeno qualche anno per stabilire se il ruolo saudita in Indonesia è davvero cambiato. Quello che è certo, però, è che nell’ultimo mezzo secolo la dawa saudita non è mai stata immutabile. Conservare un’idea cristallizzata che risale a dieci o perfino vent’anni fa è l’ostacolo principale per capire come operano oggi il denaro dell’Arabia Saudita e la sua influenza. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati