Si dice che le persone importanti lasciano grandi impronte. Ma quelle di Astrid Lindgren, l’autrice di Pippi Calzelunghe, sono piuttosto piccole: il tappeto marrone steso davanti al piccolo letto di legno nel suo appartamento di Stoccolma è consumato in due punti. Ogni mattina, per cinquant’anni, scendendo dal letto Lindgren ha poggiato i piedi nello stesso punto. “È qui che, se non le avevano già, ai visitatori vengono le lacrime agli occhi”, dice Johan Palmberg, il pronipote di Lindgren che guida i tour dell’appartamento. Dal 2015 la casa della scrittrice è aperta ai visitatori. La stanza con le impronte dei piedi di Lindgren chiude il giro, che è anche un viaggio nel tempo. Nelle prime ore del mattino del 28 gennaio 2002 Astrid Lindgren è morta in questo letto, in questa casa. Da allora niente è stato più toccato: la macchina da scrivere nello studio, gli occhiali sul tavolino, perfino il ketchup in frigorifero. In questi 150 metri quadri tutto è rimasto esattamente com’era nel giorno in cui è morta.
Johan, che all’epoca aveva 11 anni, fu preso da scuola per unirsi alla famiglia in lutto, in via Dalagatan 46. “Piangevano tutti, una cosa mai vista”, racconta. I familiari, compreso lui, salutarono Lindgren uno alla volta. E verso mezzanotte, quando uscirono in strada, ai loro piedi si stendeva un mare di fiori e candele accese. Al funerale nella Storkyrkan, la cattedrale di Stoccolma, c’erano il premier e la famiglia reale, mentre decine di migliaia di persone erano disposte ai lati della strada.
Invecchiando, Astrid Lindgren aveva accresciuto il suo prestigio. Per tanti svedesi era molto di più di una famosa autrice di libri per bambini, anche perché partecipava attivamente al dibattito pubblico (esprimendosi a favore della protezione degli animali, contro le tasse troppo alte e per un’educazione non violenta). Era ancora viva quando fu nominata “svedese del secolo” e diede il suo nome a un asteroide. Oggi il suo volto è raffigurato sulla banconota da venti corone. Non sono neanche due euro, ma è una scelta voluta: è più facile che questa banconota capiti nelle mani dei bambini.
Tutto cominciò 75 anni fa, con una piccola “superdonna” dalle trecce rosse, come disse una volta la stessa Lindgren: Pippi Calzelunghe. Il libro di quella che era ancora un’autrice sconosciuta uscì nel novembre del 1945. Ancora oggi tra i vari personaggi creati da Lindgren – come Emil, Karlsson sul tetto, i fratelli Cuordileone, Ronja, la figlia del brigante e i bambini di via Bullerby – Pippi è la più famosa. La sua storia è stata tradotta in 77 lingue e il libro ha venduto più di 66 milioni di copie.
Oggi che ne compie 75, questa eterna bambina di nove anni sarà festeggiata a dovere: con edizioni speciali e con un nuovo film in inglese (sono stati ingaggiati i produttori di Harry Potter e di Paddington). Con la pandemia spettacoli teatrali, musical e letture pubbliche sono stati rimandati, ma online si possono ordinare le tazze di Pippi, i braccialetti di Pippi, le perline di Pippi e i maglioni di Pippi.
Pippi Calzelunghe è stata tradotta in 77 lingue e ha venduto 66 milioni di copie
Tutto questo trambusto piacerebbe ad Astrid Lindgren? Se lo devono chiedere i suoi discendenti: la figlia, i nipoti e i pronipoti. Per loro tutelare il ricordo e l’opera della progenitrice è diventata una ragione di vita, oltre che una fonte di guadagno. L’eredità di Astrid Lindgren sta alla sua famiglia come il baule pieno di monete d’oro sta a Pippi Calzelunghe.
L’azienda di famiglia
“Pippi è il nostro prodotto di punta”, dice Olle Nyman, 51 anni, nipote di Astrid Lindgren a capo della Astrid Lindgren Company. All’inizio i diritti delle opere di Lindgren erano gestiti da due o tre persone, oggi invece una ventina di dipendenti si occupa delle licenze per i diritti su libri, illustrazioni, film, musica e teatro, e del merchandising. L’azienda possiede anche una propria casa editrice, la Astrid Lindgren Text, con cui la famiglia pubblica i testi per il pubblico adulto, per esempio i diari di Lindgren durante la seconda guerra mondiale. Ci sono anche un parco a tema – Il mondo di Astrid Lindgren – e un museo. Nell’ultimo bilancio annuale della Astrid Lindgren Company il fatturato del “marchio Lindgren” ammontava a 24 milioni di euro. La famiglia vigila attentamente sul marchio. Gli eredi fanno cercare e ritirare i plagi. “Poi gli facciamo causa” è una frase che nei corridoi dell’azienda viene pronunciata con grande naturalezza. Al momento è in corso un procedimento contro la versione tedesca della canzone di Pippi: né Lindgren né gli eredi hanno partecipato ai proventi.
Quando non è possibile fare causa, le cose si complicano. Per esempio con le citazioni sbagliate: è successo che si facesse viva una donna tedesca che voleva la versione originale in svedese di una frase di Pippi – “sii selvaggia, sfrontata e meravigliosa” – per farsela tatuare. Solo che quella frase non è di Lindgren: si è diffusa in Germania attraverso una cartolina postale non approvata. Alla fan tedesca non ha dato fastidio, agli eredi invece moltissimo: le cartoline si possono vietare, ma una frase non si può certo togliere dalla circolazione.
La famiglia si arrabbia soprattutto quando ci sono tentativi di servirsi della capostipite per qualche causa ignobile. Nel 2019, quando il presidente dell’Alternativ för Sverige, un partito nazionalista di destra, ha dichiarato che avrebbe sempre preferito un Emil biondo a un bimbo rifugiato, Olle Nyman ha protestato inviando una lettera aperta ai mezzi d’informazione: niente è più lontano dai valori di sua nonna della xenofobia. Per il 75° anniversario di Pippi gli eredi hanno organizzato una raccolta fondi per le bambine rifugiate.
Astrid Lindgren s’impegnava molto per mantenere il controllo sulla sua opera. Un adattamento teatrale di Pippi Calzelunghe? Il copione lo scriveva lei. Un adattamento cinematografico di Ronja. Figlia di brigante? La sceneggiatura la scriveva lei. Serviva un testo che accompagnasse la musica? Le parole le scriveva Lindgren. Secondo gli eredi, non amava che altri maneggiassero la sua opera. Pare che a volte desse “suggerimenti” molto precisi ai traduttori. E se un bambino le scriveva una lettera rivelandole di aver rielaborato una sua storia, lei rispondeva: “Non farlo mai più!”.
Per Lindgren i libri furono sempre la cosa più importante, ma, per quanto siano diventati tutti dei classici, non si vendono da soli. Il mercato editoriale insegue le novità, spiega Nyman. Visto che Lindgren non può più scrivere libri, bisogna dare una “veste” nuova a quelli vecchi: colorando le illustrazioni degli anni sessanta, realizzando nuove illustrazioni, prendendo un estratto da un romanzo per ricavarne un libro illustrato. E poi ci sono i nuovi mercati: secondo Nyman, oggi non c’è un altro paese dove i libri di Lindgren si vendano bene come in Cina.
Che con l’autrice svedese si guadagni bene lo sa anche la casa editrice tedesca Oetinger: Lindgren contribuisce al 20 per cento del suo bilancio annuale. L’acquisto di Pippi Calzelunghe da parte di Friedrich Oetinger nel 1949 fu vantaggioso per entrambe le parti: per Lindgren la traduzione tedesca fu l’inizio del successo internazionale e per l’editore di Amburgo significò mettere sotto contratto la maggiore autrice per l’infanzia del dopoguerra. Oggi, però, anche Oetinger deve fare i conti con i piani di commercializzazione globali degli eredi. In occasione del suo 75° anniversario usciranno per la prima volta in Germania le storie di Pippi con le illustrazioni originali svedesi. Se dipendesse da Olle Nyman, Pippi dovrebbe avere lo stesso volto in tutto il mondo, il suo vecchio volto svedese. È una scelta vincente dal punto di vista del marketing, ed è redditizia: dal momento che detengono i diritti, gli eredi ci guadagnerebbero il doppio.
“È incredibile la montagna di soldi che ho guadagnato. Ho paura. Io i soldi non li voglio”, scriveva Lindgren sul suo diario a Natale del 1972. Ma il gruppo dei suoi discendenti punta sulla crescita, gli affari e cose come il marchio e le strategie globali: Astrid Lindgren lo capirebbe? “Era una donna intelligente, con il senso degli affari”, dice Nyman. “Ma probabilmente avrebbe anche pensato che in fondo sono tutte cose poco importanti”. Lindgren stessa aveva stabilito delle regole molto severe, per esempio sul merchandising: se era proprio necessario, allora dovevano essere oggetti con cui i bambini potessero divertirsi davvero. I giochi didattici le facevano orrore. E oggi?
“Per me è importante riuscire a guardare mia nonna negli occhi dopo ogni decisione presa”, dice Nyman rivolto verso la parete di fronte alla scrivania dove, come ad ammonirlo, è appeso un ritratto di Lindgren in bianco e nero a grandezza naturale. Ma quando nell’atrio ci s’imbatte nel pupazzo di Pippi Calzelunghe che arriva fino alla vita e comincia a parlare se premi un bottone, sorge il sospetto che in alcuni casi Nyman prenda le decisioni senza guardare la foto della nonna.
Una figlia marinata
Alla vigilia del compleanno di Lindgren, due donne sedute su un divano in una casetta di Stoccolma ricordano la scrittrice che ha influenzato la vita di tante persone, compresa la loro. A prima vista si potrebbe credere che lì seduta ci sia proprio Astrid Lindgren: in realtà si tratta della figlia Karin, 85 anni, che con l’età ha cominciato a somigliare alla madre.
Senza Karin Nyman, Pippi Calzelunghe non sarebbe mai esistita. Nell’inverno del 1941 quella che allora era una bambina di sette anni era a letto con la polmonite e chiedeva alla madre di raccontarle storie su storie. Una sera Karin esclamò: “Raccontami di Pippi Calzelunghe!”. È così che nacque il personaggio della letteratura per l’infanzia più forte di qualsiasi adulto: da un nome inventato di sana pianta da una bambina. Non ci si sarebbe potuti inventare niente di meglio.
Il lettino bianco con gli intarsi di legno in cui dormiva Karin Nyman da bambina è ancora al suo posto nell’appartamento di Lindgren a Stoccolma. “Sitt inte här. Tack!” (si prega di non sedersi, grazie), ammonisce un foglio appoggiato sulla trapunta a quadri blu. Una foto alla parete mostra Karin adulta e l’anziana madre Astrid che si stringono nel lettino.
Molte delle esperienze della scrittrice si ritrovano nelle sue storie
Questa sera Karin Nyman siede vicino a Silke Weitendorf, 79 anni, che a sua volta ha un rapporto stretto con Pippi: è la figliastra di Friedrich Oetinger, l’editore di Amburgo, ed è stata la prima bambina tedesca a leggere Pippi. I Lindgren e gli Oetinger sono sempre stati più che semplici soci in affari: Astrid Lindgren dormiva a casa del suo editore, i due si scrivevano lettere personali. E le figlie hanno continuato a coltivare una sorta di amicizia. Mentre Weitendorf ha gestito la casa editrice di Amburgo per molti anni, Karin Nyman non ha mai lavorato per la Lindgren Company. Eppure aleggia su ogni cosa come una specie di entità onnipotente. Secondo il figlio Olle, nessuno sa meglio di lei cosa avrebbe voluto Astrid; è stata “marinata” nei valori e nei pensieri della nonna. Anche se con ogni generazione che passa, ammette Olle, la marinatura si annacqua sempre di più. “È incredibile come si è trasformato il nostro piccolo ufficio. È un po’ inquietante che Astrid diventi sempre più grande”, dice Karin Nyman. Weitendorf ribatte: “Penso sia opera dei tuoi figli, Karin. Si danno tanto da fare!”. Cosa direbbe Lindgren? “Sarebbe contenta, ma anche un po’ spaventata”, dice Karin. “Ricordo che negli ultimi anni vedeva male e leggevamo ad alta voce per lei. Un giorno le lessi le lettere di alcuni ammiratori, che le spiegavano quanto i suoi libri fossero stati importanti e d’aiuto per un’infanzia infelice. Astrid m’interruppe, mi guardò e disse: ‘Non lo trovi straordinario?’. Era davvero commossa”. Niente di tutto questo sarebbe successo se Karin, ormai quasi ottant’anni fa, non avesse inventato quel nome: Pippi Calzelunghe. Karin ride. Pippi l’ha accompagnata per tutta la vita, “ma io non ero una ragazzina forte. Ero piuttosto Annika”.
Astrid Lindgren aveva i superpoteri. Kerstin Kvint, 83 anni, ne è convinta. E qualcosa di quella magia, racconta, è rimasto nel suo armadio. Quando le serve un pizzico di fortuna, Kvint lo apre e accarezza le maniche di un golfino rosa che apparteneva a Lindgren e che lei ha conservato in ricordo dei cinquant’anni passati insieme. Kvint conobbe la scrittrice nel 1952: a 15 anni, aveva appena cominciato a lavorare come kontorsflicka (tuttofare) per la casa editrice Rabén & Sjögren, che ancora oggi pubblica i libri per bambini di Lindgren e dove la scrittrice all’epoca dirigeva la collana di letteratura per l’infanzia. In seguito Kvint si occupò della vendita dei romanzi di Lindgren all’estero e quando l’autrice era ormai anziana, andava a trovarla due volte alla settimana in via Dalagatan, per leggerle la posta e rispondere alle lettere. A fine giornata, quando Kvint le diceva: “Oggi sì che ci siamo date da fare”, Lindgren in genere rispondeva: “Sì, soprattutto tu!”.
Lindgren era felice quando non aveva impegni. Kvint ricorda un episodio che avvenne a casa sua: Astrid era seduta con le gambe allungate sul divano, c’era la musica accesa, lei canticchiava e ogni tanto si appisolava. Poi, mentre mangiavano, disse: “Ma quando sarò proprio vecchia, posso venire a vivere qui?”. Kvint racconta malinconica che negli ultimi tre anni di vita Lindgren era cambiata molto. “Aveva avuto un ictus e per qualche tempo si ammutolì. Capiva quello che le dicevano gli altri ma si rifiutava di parlare”. Poi, all’improvviso, l’antico senso dell’umorismo riemerse. Quando compì 65 anni, Kvint disse a Lindgren: “Ma ti rendi conto, sono in pensione!”. E lei rispose: “Mica vorrai farti mettere in pensione anche da me”. E Kvint disse: “Noi ci separeremo solo con la morte”. Ride mentre racconta. “Ah è questo che pensi?”, le avrebbe detto Lindgren ammiccante, “e io poi che dovrei fare? Strapparmi i capelli per la disperazione?”. Un mese dopo fu lei a morire.
La casa di Pippi
Astrid Lindgren è stata sepolta trecento chilometri a sud di Stoccolma, nella sua città natale, Vimmerby, nella provincia dello Småland. Riposa accanto ai genitori e al fratello Gunnar, senza statue né sfarzo: c’è solo una grande lapide in pietra grezza con incisa la sua firma svolazzante. La tranquillità che Lindgren desiderava tanto l’ha trovata qui. Il 28 gennaio 2020, anniversario della morte di Lindgren, è un giorno freddo e piovoso. Qualche figura piegata attraversa in fretta la piazza principale della piccola cittadina. La statua della scrittrice è ancora seduta alla macchina da scrivere e dal naso di bronzo pende una grossa goccia di pioggia. Nel cimitero non c’è nessuno. Nessun mare di fiori, solo due piccole corone autunnali sulla tomba. La candela nella lanterna si è inclinata. Passano le ore senza che nessuno la raddrizzi o l’accenda.
Mentre i contorni della tomba di Lindgren sfumano all’imbrunire, a un chilometro e mezzo di distanza un edificio risplende sotto la luce abbagliante dei riflettori: è villa Villacolle, la casa di Pippi Calzelunghe. Sorge nel Mondo di Astrid Lindgren e in questi giorni di gennaio è un grande cantiere. Nel parco a tema – per metà teatro all’aperto e per metà parco giochi nel bosco – il 75° compleanno di Pippi si festeggia ricostruendo villa Villacolle. Tre piani e una facciata apribile: presto sulle gradinate prenderanno posto duemila spettatori, ma al momento gli operai con il caschetto lavorano sotto la pioggia, martellando stoici in barba al maltempo. Lena Möller, che gestisce il settore marketing del parco a tema, guida la sua macchina sulle stradine, di solito attraversate solo da carretti. In una specie di safari dalla villa Villacolle di Pippi si passa al poggio di giugno di Martina, al castello di Ronja e alla valle delle rose dei fratelli Cuordileone, e infine alla fattoria di Katthult.
Gli antenati di Lindgren coltivavano il terreno dove oggi sorge il parco a tema. Möller indica un muretto di rocce ricoperte di muschio e dice: “Fu il nonno di Astrid a sistemarle qui”. E passando davanti a uno stagno putrido osserva: “È qui che Astrid imparò a pattinare”. D’estate qui migliaia di visitatori passeggiano e assistono agli spettacoli teatrali senza immaginare nulla di tutto ciò. Nell’ultima stagione il parco ha contato più di mezzo milione di spettatori: ottimi profitti per il gruppo Lindgren. Si pensava di superare questo record con la festa di Pippi di quest’anno, ma poi è arrivato il covid-19: il parco ha chiuso e non si sa quando potrà riaprire.
Möller si dirige verso un capanno di legno al centro del parco: negli anni ottanta sorgeva, ancora solitario, in mezzo al bosco. L’avevano costruito tre famiglie di Vimmerby chiedendo a Lindgren il permesso di mettervi in scena le storie di Emil. Nel corso degli anni il capanno si era trasformato in un villaggio fiabesco, crescendo fino a diventare un parco a tema. Nel 2010 gli eredi di Lindgren hanno deciso che toccava a loro assumersene la “responsabilità” e hanno comprato il parco. Qualcuno a Vimmerby l’ha presa male, perché l’hanno pagato decisamente poco. Ma gli eredi avevano la legge dalla loro parte: secondo i periti, il valore del parco era determinato dalle storie di Lindgren, e quelle erano già di loro proprietà.
Oggi gli eredi si sforzano di curare la propria immagine di buoni partner e datori di lavoro: in genere d’estate impiegano seicento stagionali, mentre per la gastronomia puntano sui prodotti della regione. La maggior parte dei visitatori, però, non si ferma in paese, ma dorme negli alloggi del parco, che in totale hanno 1.100 posti letto. E Vimmerby deve accontentarsi di chi occasionalmente finisce nel centro storico e si beve un caffè. Lindgren era molto affezionata alla sua cittadina natale e per tutta la vita continuò a tornare nel luogo in cui da bambina era stata tanto felice. Negli anni sessanta comprò la fattoria che i genitori avevano in affitto e cominciò a collezionare mobili, tappeti e utensili da cucina che corrispondevano ai suoi ricordi di quella casa. Se proprio dev’esserci un museo Lindgren, allora dovrebbe essere questo qui. I visitatori possono entrare nella vecchia cucina contadina dalla porta sul retro e poi sentono la voce registrata di Lindgren che racconta di quando lei e i suoi fratelli giocavano qui e rubavano le lettere d’amore alla domestica.
Molte delle esperienze della scrittrice si ritrovano nelle sue storie: nel giardino c’è l’olmo nodoso che ha ispirato l’albero della limonata di Pippi; nella camera da letto padronale Astrid e i suoi fratelli giocavano a non toccare mai terra, il gioco che Pippi insegna a Tommy e Annika, i bambini ubbidienti dei vicini di casa. E nel salotto buono c’è un organo. Un aneddoto dell’infanzia di Lindgren che lo riguarda fa capire da dove sia spuntata Pippi: la famiglia amava molto la musica, ma la scrittrice odiava le ore passate all’organo. Per evitare le lezioni, faceva la verticale accanto allo strumento finché non le faceva male la testa.
Quando è morta sembrava che della biografia di Lindgren fosse noto ogni dettaglio. Eppure ci sono cose che sono state scoperte solo dopo: per esempio il motivo per cui, subito dopo la sua nascita, lasciò il figlio Lasse a una famiglia affidataria. Il padre del bambino, caporedattore del quotidiano locale Vimmerby Tidning, stava affrontando un divorzio difficile. Se la sua paternità fosse venuta fuori, avrebbe rischiato una condanna severa. Quando due anni fa è stato fatto un film proprio su questo periodo della sua vita, la famiglia di Lindgren se l’è presa molto: “Se fosse ancora viva, mia madre sarebbe andata su tutte le furie”, dice la figlia Karin.
Però ci sono altre cose che Lindgren voleva far sapere al mondo dopo la sua morte. La studiosa di letteratura Lena Törnqvist ha passato dieci anni nella Regia biblioteca di Stoccolma a catalogare il suo lascito, che occupa 160 metri di scaffali nello scantinato dell’imponente edificio. Durante la sua vita Lindgren aveva donato alla biblioteca lettere e manoscritti, ma un’altra parte l’aveva conservata negli scatoloni in soffitta, che solo dopo la sua morte sono stati trasferiti lì. Törnqvist ha catalogato tantissime carte: gli originali delle storie, i biglietti di saluti e le fatture degli editori stranieri. Si è districata faticosamente tra 75mila lettere indirizzate alla scrittrice (un terzo da bambini), centomila ritagli di giornale, pile di locandine teatrali, disegni e fotografie. È il più grande archivio che uno svedese abbia mai prodotto. Nel 2005 è entrato a far parte del patrimonio mondiale dell’Unesco.
Törnqvist, nata nello stesso anno di Pippi, è in pensione da dieci anni. Non ha più accesso agli scantinati della biblioteca, ma nella sala lettura può consultare alcuni documenti che lei stessa ha catalogato, come la fotocopia del manoscritto di Pippi Calzelunghe che Lindgren regalò alla figlia Karin per il decimo compleanno (l’originale è nella cassaforte degli eredi). Da una pila di fogli scritti a macchina
Törnqvist estrae un volume rosso scintillante: il manoscritto di Ronja. Figlia di brigante, l’ultimo libro di Lindgren. In un grosso faldone ci sono le lettere dei bambini tedeschi. “Magari se Astrid non avesse ricevuto tanta posta avremmo qualche libro in più”, dice la bibliotecaria.
Nell’archivio c’è anche il pezzo forte dell’opera di Lindgren, 658 taccuini formato A5 pieni di indecifrabili geroglifici: sono le storie stenografate. Lindgren, che aveva una formazione da segretaria, usava questo metodo per i suoi manoscritti e trascriveva a macchina solo quando era del tutto soddisfatta del testo. Quindi, spiega Törnqvist, le correzioni sono pochissime. Probabilmente Lindgren lavorava e faceva le sue modifiche in stenografia, solo che non c’è quasi nessuno che sappia leggerla. Infatti le stenografe più brave, come Lindgren, tracciano segni che sono praticamente una scrittura segreta. Con l’aiuto di un’esperta di stenografia, Törnqvist è riuscita a decifrare solo le scritte sulle copertine dei taccuini. Può essere che questi taccuini celino degli inediti? “Chissà”, dice Törnqvist. Ma ha sentito dire che Johan Palmberg sta studiando stenografia.
Nell’appartamento di Astrid Lindgren, Palmberg solleva il cordone davanti al divano del soggiorno e si siede dicendo: “Oggi la transenna la ignoriamo”. Si muove con naturalezza in queste stanze, che ormai sono un museo. “Mio fratello e io facevamo lezioni di pianoforte qui vicino. Mentre uno era a lezione l’altro aspettava qui dalla bisnonna”, racconta. “All’epoca non vedeva né sentiva più molto bene. Quindi dovevo chinarmi su di lei e presentarmi: ‘Sono io, Johan’. E lei rispondeva: ‘Oh, Johan!’, e mi accarezzava la guancia”. Se lo ricorda ancora. Ma per il resto non distingue tanto bene tra le sue esperienze con la bisnonna, quello che ha sentito raccontare e quello che ha scoperto lavorando nell’azienda di famiglia.
La famiglia nega che ci siano ancora degli inediti. Ma prima di rispondere esitano un po’. Può essere che alcuni segreti non usciranno mai dalla cerchia familiare, in barba al senso degli affari. E forse ci sono cose che neanche i discendenti riusciranno a scoprire. Una è appesa sopra il piccolo letto davanti al quale le impronte dei piedi di Lindgren si sono impresse nel tappeto. È la fotografia di una casetta, forse nell’Europa meridionale. Lindgren la vedeva ogni mattina quando apriva gli occhi. “Non abbiamo idea di dove sia e che significato possa avere”, dice il pronipote. Tutti i mobili, le opere d’arte, le sculture dell’appartamento sono state catalogate. Ma questa piccola foto resta un mistero. Johan trova bello che qualche mistero ci sia ancora: “Astrid aveva la sua vita e noi non la metteremo tutta sotto i riflettori”. Poi spegne la luce e chiude la porta. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati