La Corea del Sud è stata molto lodata per come ha gestito l’epidemia di Covid-19. L’attenzione si è concentrata sul fatto che Seoul ha scelto di fare tamponi a tappeto. Si è invece parlato meno dell’imponente uso della tecnologia di sorveglianza, nello specifico delle telecamere a circuito chiuso e del tracciamento di carte di credito e telefoni cellulari, per individuare i soggetti a cui dare la precedenza nei tamponi. È una lezione importante per paesi più liberali che sperano di ripetere il successo della Corea del Sud nella lotta all’epidemia ma potrebbero sopportare meno facilmente misure così invasive della privacy.
Se Taiwan e Singapore hanno ottenuto risultati eccellenti nel contenere il virus, la Corea del Sud e la Cina rappresentano i migliori esempi di come si può fermare l’epidemia quando il contagio si è già esteso a molte persone. La Cina ha messo in quarantena soggetti infettati e probabili contagiati e ha limitato i movimenti dei cittadini e i voli internazionali. La Corea del Sud ha raggiunto simili livelli di controllo del contagio e un tasso di mortalità basso (attualmente all’1 per cento) senza ricorrere a misure così drastiche e autoritarie. Sembrerebbe senz’altro questo il modello per le democrazie liberali.
Il fulcro della strategia messa in campo da Seoul è abbastanza semplice: testare, testare e ancora testare. Il paese ha imparato la lezione dell’epidemia di Mers del 2015 e ha riorganizzato i protocolli per il controllo delle malattie. Ha un buon sistema sanitario e un’industria biotecnologica avanzata che può produrre rapidamente i kit per fare i test. Questi fattori consentono al paese di fare 15mila tamponi al giorno, posizionandolo al secondo posto dopo la Cina per numero assoluto di tamponi fatti e al terzo posto per rapporto tra tamponi effettuati e popolazione complessiva. Ma dato che nella maggior parte dei casi il Covid-19 si manifesta con sintomi lievi, solo un numero esiguo di pazienti contatta le autorità sanitarie per sottoporsi al tampone. Molti malati con sintomi lievi, soprattutto i più giovani, non si rendono nemmeno conto di essere contagiati e di poter contagiare gli altri. Se non si individuano queste persone la capacità di fare i test non serve a molto. Ed è qui che entra in gioco l’infrastruttura tecnologica.
Distribuzione capillare
L’obiettivo è capire dove sono stati i contagiati e fare il tampone a tutti quelli con cui potrebbero essere entrati in contatto. Le persone vengono rintracciate in tre modi. Primo, grazie alle carte di credito e di debito. La Corea del Sud ha il più alto numero di transazioni senza contanti del mondo. Tracciandole è possibile disegnare su una mappa i movimenti del titolare di una carta.
Secondo, attraverso lo smartphone. Nel 2019 la Corea del Sud era tra i paesi con più cellulari pro capite al mondo (nel paese ci sono più telefoni che persone). La localizzazione degli smartphone viene registrata automaticamente con assoluta precisione perché i dispositivi sono connessi in qualunque momento a un numero compreso tra uno e tre ripetitori. Ci sono più o meno 860mila ripetitori 4g e 5g che coprono in modo capillare tutto il paese. Cosa fondamentale, le compagnie telefoniche obbligano tutti i loro clienti a fornire la propria identità e un documento. Questo significa che è possibile tracciare quasi tutti seguendone la localizzazione sui telefoni.
**Giappone **Il 24 marzo il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha annunciato il rinvio delle Olimpiadi di Tokyo. Poche ore prima il primo ministro giapponese Shinzō Abe, che per settimane aveva continuato a dire che i giochi si sarebbero svolti nel 2020 nonostante la pandemia, aveva chiesto al Cio di rinviarli. Nel paese, tra i pochi a non aver ancora imposto misure drastiche per contenere il virus, a parte la chiusura delle scuole, le cifre ufficiali dei decessi per il contagio e dei tamponi fatti sono molto basse. Ma la governatrice di Tokyo Yuriko Koike il 24 marzo ha ipotizzato il blocco totale della capitale.
**India **Il 24 marzo il primo ministro Narendra Modi ha annunciato il blocco di tutto il paese per 21 giorni. Con 450 persone per chilometro quadrato, l’India è uno dei paesi più densamente popolati al mondo e si teme che l’epidemia, in una popolazione di 1,3 miliardi di persone, possa avere effetti catastrofici.
**Grecia **Nei campi di detenzione per migranti nelle isole greche dell’Egeo il Covid-19 non è ancora arrivato. Ma il rischio che l’epidemia possa colpire le migliaia di profughi che vivono in strutture sovraffollate e in condizioni igieniche e sanitarie precarie è altissimo. Per questo le ong che lavorano sul campo chiedono l’evacuazione delle strutture. “Il governo greco”, commenta il quotidiano Efimerida ton Syntakton, “sembra occuparsi solo della salute dei greci, lasciando i migranti in campi strapieni e senza servizi igienici. La politica di Atene nei loro confronti si fonda sul principio dell’immunità di gregge, in base a cui, in questo caso, i soggetti più a rischio soccomberanno mentre i più forti sopravviveranno”.
Infine, anche le telecamere a circuito chiuso hanno consentito alle autorità di individuare le persone che sono state in contatto con malati di Covid-19. Nel 2014 nelle città sudcoreane c’erano più di otto milioni di telecamere a circuito chiuso, una ogni 6,3 abitanti. Nel 2010 chiunque nel paese veniva ripreso una media di 83,1 volte al giorno e, se si stava spostando, una volta ogni nove secondi. È probabile che questi numeri siano saliti. Date le dimensioni del paese, si può affermare che la Corea del Sud ha una delle più alte concentrazioni di tecnologia per la sorveglianza del mondo.
◆ Il successo della Corea del Sud nel contenere l’epidemia è frutto di una combinazione di diversi elementi: il fatto che il primo focolaio sia stato una setta religiosa, tra l’altro composta da persone con età media di 30 anni, ha permesso di rintracciare rapidamente i potenziali infetti; un sistema di risposta immediata alle epidemie, eredità delle crisi di Sars (2003) e Mers (2015), che prevede test sanitari a tappeto, strutture separate dagli ospedali dove ricoverare i pazienti positivi, trattamento tempestivo dei primi sintomi, assistenza a distanza per i pazienti meno gravi isolati a casa, raccolta di dati sui risultati di misure e terapie. E poi c’è stato anche un colpo di fortuna: a dicembre l’intero sistema era stato collaudato con una simulazione. Asia Times
La combinazione di questi tre strumenti significa due cose. In primo luogo, le autorità sanitarie possono scoprire con chi è entrata in contatto una persona contagiata dal virus. Ci sono punti ciechi senza telecamere a circuito chiuso o senza segnale per i cellulari negli edifici pubblici, ma non sono molti. Quasi tutti i potenziali contagiati possono essere individuati e sottoposti al tampone in questo modo. In secondo luogo, il movimento di un nuovo contagiato può essere messo a confronto con quelli di chi si è ammalato in precedenza usando i sistemi informativi territoriali (gis). Questo confronto svela con precisione dove, quando e da chi è stato contagiato. Se queste persone non sono riconducibili a un paziente noto, significa che ci sono pazienti di cui non si sa nulla, che possono essere individuati attraverso il gis. Il numero di questi pazienti non registrati indica se la malattia si sta diffondendo ancora e se emergeranno altri casi nei giorni successivi, o se la situazione è sotto controllo.
Le informazioni raccolte dal sistema di tracciamento non solo servono alle autorità sanitarie ma sono anche rese pubbliche attraverso i siti web del governo centrale e di quelli locali, le app che geolocalizzano i contagi e gli aggiornamenti via sms sui nuovi casi in una determinata località. In questo modo i cittadini possono evitare le zone rosse del contagio. Per molti versi si tratta di una diffusione eccessiva di informazioni private sui movimenti dei cittadini. Ma per le autorità questo è anche un modo efficace per conquistare la loro fiducia, un aspetto importante per prevenire la diffusione del panico tra la gente. Si può dire che avevano ragione, perché la Corea del Sud è uno dei pochi paesi in cui l’epidemia di Covid-19 non ha provocato l’assalto ai supermercati.
Ma gli altri paesi che stanno prendendo in considerazione provvedimenti di questo tipo devono affrontare un grosso problema. È improbabile che un tale livello di sorveglianza e questa diffusione delle informazioni personali siano accettati con facilità dalla maggior parte delle altre società democratiche liberali.
La differenza tra l’approccio sudcoreano e quello dei paesi europei non può essere ricondotto semplicemente allo stereotipo del collettivismo orientale contrapposto all’individualismo occidentale. Di fatto, la condivisione delle informazioni può evitare di togliere ai cittadini la libertà di movimento. Quindi i governi di tutto il mondo hanno davanti una scelta difficile tra due violazioni dei diritti individuali: la diffusione delle informazioni e la restrizione alla libertà di movimento. La Corea del Sud ha scelto la prima, ma Francia e Italia hanno dovuto scegliere la seconda. La prima richiede l’infrastruttura necessaria e una cultura che tollera un certo livello di sorveglianza, e nessuna di queste due cose può essere creata dall’oggi al domani. ◆ gim
Jung Won Sonn _ insegna sviluppo
economico urbano allo University college
di Londra._
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1351 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati