In mezzo al traffico caotico del mattino i fiori rosa degli alberi di _Tabebuia rosea _illuminano il paseo de Colón a San José, la capitale della Costa Rica. È l’inizio di marzo, pochi giorni prima della chiusura delle frontiere decisa in seguito alla diffusione della pandemia di ­covid-19.

Gli uccelli cantano mentre i venditori ambulanti offrono biscotti allo zenzero e i poliziotti controllano i viali principali in bicicletta. La stampa locale riporta in prima pagina la notizia di una sparatoria con tre morti vicino alla capitale. I telegiornali parlano spesso di scontri tra gang criminali che provocano vittime o feriti, ma il paese, che ha abolito l’esercito nel 1948, ha la speranza di vita più alta dell’America Latina (79,6 anni) e un sistema universale d’istruzione e di distribuzione dell’acqua potabile per i suoi quasi cinque milioni di abitanti. La prima conduttura fu installata nel 1865 e la costituzione considera l’accesso all’acqua un diritto umano. Il sistema sanitario universale e la reazione immediata del governo dopo i primi casi di covid-19 hanno permesso di affrontare la pandemia meglio dei paesi vicini, Panamá e Nicaragua, dove il governo di Daniel Ortega non ha imposto nessuna restrizione per rallentare il contagio.

Una differenza importante

La Costa Rica, un paradiso dell’ecoturismo mondiale, ha annunciato l’apertura delle sue frontiere agli stranieri il 30 giugno, anche se ci vorranno mesi prima che il flusso dei turisti torni alla normalità.

Grazie alla tutela della natura, il paese ospita il 5 per cento della biodiversità mondiale in un territorio che corrisponde allo 0,03 per cento della superficie del pianeta. Ha due grandi aree verdi: la foresta secca sul versante Pacifico, e la foresta pluviale nella zona dei Caraibi, con una parte di foresta nebulosa sulle montagne. Insieme hanno un’estensione pari al 25 per cento del territorio nazionale, un’area protetta dal Sistema nazionale di tutela ambientale. Qui vivono un milione di specie pluricellulari, dalle orchidee ai giaguari, dai bradipi alle raganelle dagli occhi rossi e alle farfalle blu. La chiusura delle aree protette in seguito al covid-19 ha spinto animali come le scimmie cappuccino, i procioni e le iguane nere, abituati a contare sugli avanzi lasciati dai turisti, a inoltrarsi nel bosco o nei centri urbani, dove sono stati avvistati tapiri, cervi e perfino un giaguaro.

Gli abitanti della Costa Rica, detti ticos, considerano la natura un elemento essenziale della società. Secondo lo scrittore Carlos Fonseca, è questa la differenza principale con altri paesi: “La terra non è qualcosa di mansueto, destinato a essere sfruttato, ma è uno spazio pieno di vita, che racchiude anche violenza e storia. Bisogna combattere l’idea diffusa secondo cui l’America Latina fornisce solo prodotti della natura pronti all’uso, un’immagine cristallizzata dalle cosiddette “repubbliche delle banane” e dalle vicende della United Fruit Company. La terra qui non è un giardino in cui fare romantiche passeggiate, ma una parte integrante della vita. L’istruzione pubblica aiuta a diffondere questi valori”.

Nel 2019 più di tre milioni di persone hanno visitato la Costa Rica. Nell’area boschiva di Monteverde ci sono parchi da attraversare su ponti sospesi. Le piante prendono d’assalto i tronchi degli alberi, occupando ogni spazio disponibile fino a trasformarsi in un giardino verticale di orchidee, bromelie, felci e muschi. Ci sono insetti che impollinano fiori, merli che costruiscono nidi o quetzal sui rami di un albero di noce moscata. Di notte, percorrendo i sentieri in compagnia di una guida “con un titolo universitario”, nell’oscurità illuminata dal volo delle libellule, si ascolta il canto dei grilli e si sente una pioggerellina che qui chiamano “pelo di gatto”.

Per entrare nella riserva i visitatori s’impegnano a non portare via serpenti

Per entrare nella riserva di Curi-Cancha, nel nord del paese, il visitatore firma un documento in cui s’impegna a non portar via nessun serpente. Le guide spiegano che le farfalle (ce ne sono più di 14mila specie) vivono al massimo due mesi, sono animali a sangue freddo e hanno bisogno di una temperatura tra i 22 e i 35 gradi. E che un pipistrello può mangiare fino a duemila zanzare in una notte.

Fare la propria parte

Il rapporto speciale dei ticos con gli animali spiega perché un branco di procioni si sia intrufolato di notte nel palazzo presidenziale per dissetarsi. La rimozione dei procioni dal palazzo è solo un aneddoto nella fitta agenda del presidente della Costa Rica, Carlos Alvarado, 40 anni. La priorità di questo scrittore e politologo, del Partido de acción ciudadana (centrosinistra), ormai a metà del suo mandato, è portare avanti il piano per ridurre le emissioni di carbonio, soprattutto nel settore dei trasporti. “Se volessimo fare un’analogia”, dice, “potremmo paragonare il piano all’ombra di un grande albero che protegge la biodiversità e cattura molto carbonio. C’è stato un momento in cui l’albero è stato un seme e poi una pianta. Il momento della semina è fondamentale, è il seme del futuro. Siamo in questa fase iniziale, anche se il momento giusto per piantare un albero era vent’anni fa. Oggi abbiamo l’occasione di farlo. Il mondo e il nostro paese ne hanno bisogno”.

La Costa Rica può diventare un modello di sostenibilità mondiale? “Ci dicono che siamo un paese piccolo. Ma una volta un regista francese ha raccontato una storia che mi è piaciuta molto”, afferma Alvarado. “Nel bosco scoppiò un grosso incendio e tutti gli animali più grandi fuggirono tranne il colibrì. Dal loro nascondiglio, gli altri animali vedevano il colibrì prendere l’acqua da una pozzanghera e gettarla sul fuoco. ‘Cosa fai?’, gli chiesero. E lui rispose: ‘Sto facendo la mia parte’. Questo è il nostro ruolo, considerando le dimensioni che abbiamo. Possiamo dimostrare che il rimboschimento è una strada percorribile, e che è possibile unire crescita e sostenibilità. La nostra filosofia è guidare con l’esempio. Qui il colibrì sta già volando”.

Per rendere più sostenibile il settore dei trasporti è in fase di progettazione un treno elettrico interurbano, che attraverserà i centri principali di quattro province del paese e trasporterà ogni giorno migliaia di lavoratori nella capitale.

Inoltre, per portare avanti il piano di decarbonizzazione il governo ha approvato una discussa riforma fiscale che contribuirà alla stabilità delle finanze pubbliche, con un aumento dell’iva e una tassa sulle plusvalenze. Il paese ha già ottenuto un credito di 1,3 miliardi di dollari (circa 1,15 miliardi di euro) dalla banca interamericana di sviluppo, il sostegno del Green climate fund (un fondo istituito nel 2010 con il supporto delle Nazioni Unite per aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere il cambiamento climatico) e della Corea del Sud. “L’idea è di articolare il trasporto pubblico intorno a questo asse principale, migliorando le strade e riducendo i tempi di percorrenza e le emissioni. È già partito un progetto pilota sugli autobus elettrici ed è stata approvata una legge per agevolare l’acquisto di veicoli non inquinanti”, spiega Alvarado.

A chi critica le politiche ecologiche, il presidente risponde che la tutela dell’ambiente non solo non ha fatto diminuire i posti di lavoro, ma anzi ha dato impulso al settore del turismo sostenibile e all’economia. “Quarant’anni fa esportavamo caffè e banane, oggi esportiamo anche dispositivi medici e l’industria farmaceutica è in crescita”, dice Alvarado.

Più che centroamericani, per molti aspetti gli abitanti della Costa Rica sembrano nordici. Ci sono cassonetti per riciclare i rifiuti anche nella foresta e in giro non si vedono portacenere né mozziconi di sigaretta gettati a terra. Come in altri paesi (almeno prima del coronavirus), cucine all’avanguardia reinterpretano i classici nazionali. In alcuni ristoranti raffinati la tradizione culinaria indigena è valorizzata con piatti come la zuppa di pietra, una ricetta di tremila anni fa servita fumante e con tanto di sasso incluso.

Rapporti difficili

Sembra una situazione idilliaca, soprattutto se paragonata a quella di altri paesi dell’area (Honduras, El Salvador e Guatemala) dove la violenza delle gang criminali è molto diffusa.

“La Costa Rica ha una forte tradizione civile. Fin dall’ottocento ci sono state iniziative politiche importanti per indebolire l’esercito”, racconta lo storico Vladimir Cruz. “In epoca coloniale c’era una milizia ma nel 1821, quando il paese dichiarò l’indipendenza dalla Spagna, non c’era una vera forza militare contro cui combattere. Tradizionalmente in Costa Rica le crisi militari non hanno mai visto la partecipazione di grandi settori sociali o di masse popolari. L’esercito era un’istituzione debole. Poi, in seguito alle contese con il Nicaragua per il territorio di Nicoya e alla battaglia di Santa Rosa nel 1856 (un conflitto bellico tra la Costa Rica e l’esercito dell’avventuriero statunitense William Walker, che aveva preso il potere in Nicaragua), l’esercito perse la sua influenza a favore di una tradizione culturale ed educativa. Infine nel 1948 (dopo un anno di guerra civile) fu approvata una nuova costituzione e l’esercito fu definitivamente abolito”.

Si chiudeva così l’epoca delle caserme e si apriva quella delle scuole, delle università e dei musei. Da quel momento e per i successivi trent’anni le forze di polizia furono addestrate nelle accademie degli Stati Uniti, che si trovavano nella zona del canale di Panamá. “Ricevevano una formazione in varie discipline militari. La consulenza di Washington non è mai mancata, ma gli ufficiali e i componenti dei corpi speciali sono stati addestrati anche in Israele, in Cina, a Panamá o in Cile”, spiega Cruz.

Alvarado ha ragione quando dice che “il mondo che ci è toccato in sorte è molto ingarbugliato”. Ancora di più se si pensa che la Costa Rica è uno dei ponti per il narcotraffico, con le aree boschive usate come passaggio per trasportare la droga verso nord. “La forza pubblica e i guardaboschi sono stati coinvolti in scontri armati. Ci siamo protetti con il sostegno e la cooperazione di altri paesi e con le nostre risorse. Se riuscissimo a consolidare un benessere condiviso in tutta l’area si eviterebbero questi pericoli”, dice.

San José e Managua, la capitale del Nicaragua, distano appena 450 chilometri. Il rapporto con il paese vicino è sempre stato difficile: la contesa per il territorio di Nicoya, sfociata in uno scontro armato; l’uso del territorio come base della guerriglia sandinista nella lotta contro il dittatore Anastasio Somoza e poi, dopo il rovesciamento di Somoza nel 1979, come base dell’esercito controrivoluzionario (i contras), creato dal presidente statunitense Ronald Reagan. Oggi ci sono i nicaraguensi che scappano dalla repressione del governo del presidente Daniel Ortega e dalla mancanza di misure per proteggere i cittadini dal covid-19. Le cifre ufficiali parlano di più di un milione di rifugiati, circa il 20 per cento della popolazione della Costa Rica. I nicaraguensi lavorano soprattutto come braccianti, operai edili o collaboratori domestici. “Affinché cambi l’intera regione, dobbiamo creare un movimento comune”, dice Alvarado.

Monteverde, Costa Rica. Una farfalla Morpho peleides (Paul Souders, Getty Images)

Inventario

Nel 1856 nel parco nazionale di Santa Rosa, vicino alla frontiera con il Nicaragua, fu respinta l’invasione dell’avventuriero statunitense William Walker e dei suoi filibustieri partiti dal paese vicino. Qui da decenni i ricercatori lavorano per recuperare e tutelare i boschi tropicali della Costa Rica. I pipistrelli volano sul soffitto e il telefono fisso è fuori uso perché una chiocciola ha costruito il suo nido nell’apparecchio. Daniel H. Janzen e sua moglie, Winnie Hallwachs, vivono nello stesso bungalow da quando sono arrivati nel paese, 35 anni fa. Questi due ambientalisti statunitensi rinnovano il visto ogni sei mesi e non sono proprietari di nulla, neanche dell’auto. Non vogliono la doppia cittadinanza.

Dopo decenni di deforestazione, grazie al loro lavoro, l’area di Guanacaste è diventata una delle riserve tropicali di maggiore successo al mondo. La coppia ha recuperato 130mila ettari di terreno con il sostegno degli abitanti locali, che lavorano nei laboratori in cui si studia la flora e la fauna. Così, insieme all’università della Costa Rica, partecipano alla difesa dell’ultimo baluardo di foresta secca tropicale in America Centrale.

Lontano dalle grandi città e a chilometri di distanza dalle piantagioni cosparse di pesticidi, che la Costa Rica usa in abbondanza, “le zone disboscate possono ripopolarsi, lasciando espandere la natura”, dice Janzen. “Nel 1985, quando arrivammo nel paese, erano già cominciati gli espropri e il recupero di terreni usati per il pascolo degli animali. È stato facile avviare questo progetto, perché eravamo lontani da San José. All’epoca comunicavamo via radio e non c’era neanche l’elettricità”, racconta Hallwachs, seduta in veranda. Mentre parliamo un branco di scimmie si avvicina per bere acqua dalla fontana. Qui arrivano biologi e studiosi dalle università di tutto il mondo, ma soprattutto dal Canada, dagli Stati Uniti e dalla Svezia. Janzen e Hall­wachs hanno l’aria di due bambini felici che corrono dietro alle farfalle.

La coppia si divide tra l’insegnamento all’università della Pennsylvania e la ricerca in Costa Rica. Ora Hallwachs e Janzen sono impegnati nel progetto BioAlfa, una sorta di enciclopedia verde per raccogliere il dna delle specie. Non basta proteggere i boschi o avere alberi molto belli per attirare i turisti, spiega Janzen: “Dopo trentacinque anni, con un’area boschiva pari al 25 per cento del paese e un sistema di parchi che funziona bene, vogliamo fare un inventario di quello che esiste, valutare la biodiversità”. Lui e Hallwachs hanno già cominciato a formare i dipendenti di più di un centinaio di parchi per piazzare la cosiddetta trappola malaise. L’obiettivo è catturare insetti, che poi ogni settimana sono inviati in Canada per ottenere un codice a barre del loro dna. Quindici anni fa le stime parlavano di 500mila specie, oggi ce ne sono un milione, ma si calcola che supereranno il milione e mezzo, senza contare i microrganismi. L’importante non è il loro numero, ma la capacità di distinguerle.

Monteverde, Costa Rica. Una raganella dagli occhi rossi (Paul Souders, Getty Images)

“Il progetto BioAlfa, sostenuto dal governo che lo ha dichiarato di interesse nazionale, può essere paragonato a un processo di alfabetizzazione: insegnerà a leggere il bosco come se fosse un libro”, dice Janzen. “Fornirà informazioni ai cinque milioni di cittadini della Costa Rica, dall’agricoltore che le userà per far fruttare meglio il suo campo di ananas ai ricercatori che studiano il cambiamento climatico, fino all’industria farmaceutica che vuole esportare un genoma per sviluppare un medicinale. Considerando la biodiversità come una comunità di specie, con i codici a barre si possono documentare le migrazioni, la salute e la diffusione delle specie in seguito ai cambiamenti climatici. Questo monitoraggio sarà importante per mitigare gli effetti del riscaldamento globale sulle coltivazioni e sulla salute”.

Già nell’ottocento i naturalisti europei e del paese partecipavano a spedizioni per raccogliere informazioni sulle specie vegetali e animali della Costa Rica. Nel novecento il loro posto fu preso dai ricercatori e dalle istituzioni pubbliche e private, ma i loro studi erano lontani dai cittadini.

Nel 2004 il biologo canadese Paul Herbert e la sua squadra di ricercatori dell’University of Guelph, in Ontario, si sono accorti che un frammento di topo o di qualsiasi insetto bastava per estrarre un codice a barre di identificazione. Sequenziare il dna di un esemplare sarebbe servito a distinguere le specie. L’area protetta di Guanacaste è stata una delle prime a essere inclusa in questa classificazione. Ora con il contributo di altri laboratori si sta costruendo una banca dati sugli insetti.

“Ci costa un dollaro a insetto, ma quando abbiamo cominciato il costo era di venti dollari. Lo può fare qualsiasi laboratorio, anche se è un grosso lavoro. Paul Herbert lo fa per tutto il pianeta, lui e la sua squadra hanno già classificato cinque milioni di campioni. Le informazioni del suo database sono pubbliche. Oggi solo uno studioso può distinguere i vari tipi di scorpione in Africa, ma tra dieci anni ogni bambino nel mondo potrà riconoscerli con un clic”.

Il rospo dorato e altre venticinque specie scomparvero a causa di un fungo

Dopo essersi dissetate, le scimmie si allontanano dalla casa. Janzen le guarda: sono una specie minacciata dal cambiamento climatico. “Per loro il 2015 è stato un anno terribile a causa della siccità”, dice. “Qualche anno fa avrei scommesso una cassa di birra sul giorno di inizio delle piogge, oggi non lo farei più. Vedete quel piccolo arbusto? È l’albero della gomma”, spiega. “I maya e gli aztechi masticavano il lattice che esce quando lo si taglia, poi gli statunitensi lo processarono aggiungendo dello zucchero. Lo stesso per il caffè selvatico: bastava masticare un seme di caffè per ottenere qualche goccia di caffeina. Sono cose che si trovano qui, ma il mondo non può capirle. BioAlfa è un progetto per imparare la storia naturale di ogni specie”.

Più di cent’anni

Il paesaggio cambia quando dalla foresta secca si passa a quella nebulosa di Monteverde. Attraverso delle strade sconnesse si sale fino a 1.500 metri di altitudine. Sul tragitto veglia maestoso il guanacaste, un albero nativo delle zone tropicali, che spicca nei campi gialli dove pascolano mucche e cavalli. La riserva biologica di Monteverde si trova sulle montagne di Tilarán, dove si concentra il 2,5 per cento della biodiversità del mondo e il 10 per cento della sua flora endemica. La riserva è stata costruita negli ultimi trent’anni. Gli abitanti della zona hanno deciso di cambiare l’uso dei terreni, destinati soprattutto all’agricoltura o al pascolo, promuovendo la tutela ambientale, comprando altri appezzamenti e ripiantando più di un milione di alberi.

Guillermo Vargas, un ingegnere forestale di 69 anni, è stato uno dei promotori delle riserve biologiche della zona. Vive a Santa Elena, il paese centrale di quest’area con più di seimila abitanti. Nel 1985, appena laureato, Vargas tornò nel villaggio in cui era nato e insieme ad altri trecento soci cominciò il recupero di uno spazio degradato. La base giuridica per la tutela ambientale e la creazione di parchi c’era, ma mancava una cornice teorica per mantenerli. Vargas e i suoi soci comprarono terre, in molti casi con l’aiuto di donazioni, e piantarono alberi. A Monteverde non c’erano latifondisti, il terreno apparteneva ad aziende locali di piccoli proprietari, soprattutto produttori di latte e agricoltori. Si organizzarono in una cooperativa. “Non l’abbiamo fatto per attirare il turismo, ma i turisti sono arrivati”, racconta Vargas. All’inizio hanno cominciato accogliendo seimila visitatori. Oggi sono quasi duecentomila. Ci sono circa cinquecento case offerte su Airbnb, e i figli dei pastori e dei cacciatori si dedicano alla produzione di saponi di mango o hanno studiato per diventare guide.

Vargas si è concentrato sulla tutela ambientale, il commercio solidale e l’agricoltura sostenibile. Questi tre fattori caratterizzano la tenuta Life Monteverde, una cooperativa di cui fa parte, che produce 80 tonnellate di caffè all’anno. Ora la sua preoccupazione principale è la pandemia e la diminuzione del turismo: “Quanto potrà sopravvivere la Costa Rica senza il turismo? Non riesco neanche a immaginarlo”, dice.

Solo pochi mesi fa Vargas pensava che, dal punto di vista globale, la sfida più importante fosse il cambiamento climatico, che nei boschi rischia di accelerare l’estinzione di specie endemiche, sia piante sia animali. Alcune specie minacciate sopravvivono nelle riserve biologiche come il Bosque eterno de los niños, di 23mila ettari. La riserva privata più grande del paese appartiene all’Asociación conservacionista de Monteverde, che si mantiene grazie a una percentuale sui biglietti di ingresso, alle donazioni e al governo, che paga i proprietari per tutelare un’area dove prima c’erano piantagioni di caffè o terreni agricoli.

I turisti percorrono i sentieri del cosiddetto bosco secondario, circondato da farfalle blu o uccelli campana, ma la maggior parte della foresta resta chiusa al pubblico per garantirne la conservazione. Non si fanno ricerche, ma si può monitorare con le telecamere quello che succede nella riserva. Nel 1995 il rospo dorato e altre venticinque specie scomparvero a causa di un fungo, ma alcune, come la rana dagli occhi verdi, sono ricomparse. E con loro sei specie di felini, compreso il giaguaro”, spiega Lindsay Stallcup, responsabile della riserva.

La Costa Rica è anche uno dei cinque paesi al mondo in cui si può vivere più di cent’anni. Secondo il rapporto del 2007 del demografo Luis Rosero sulla salute del paese centroamericano, nella penisola di Nicoya, dove vivono i nativi chorotega, l’indice di longevità è così alto da far meritare al territorio la qualifica di zona blu (una zona dove la speranza di vita è molto più alta rispetto alla media mondiale), un titolo che hanno solo altri quattro posti nel mondo. Dei 170mila abitanti sparsi nei cinque cantoni che formano la penisola, 950 superano i novant’anni, 247 hanno più di 95 anni e 48 sono centenari.

Il potere delle idee

Dora Amparo Bustos, che ha compiuto 101 anni a marzo del 2020, vive nella sua casa di legno e lamiera a San Blas. Nel cortile si muovono tranquille le galline, e il mais è in ammollo in attesa di essere cucinato su un fuoco alimentato a legna. Dora è minuta e si muove con lentezza: indossa una gonna con una sottana e un maglione bianco. Ha i capelli raccolti. Da quando è rimasta vedova, a 29 anni, ha mantenuto i suoi sei figli vendendo biscotti e facendo le pulizie dove la chiamavano. Si fa ancora la doccia da sola, anche se ha bisogno dell’aiuto della figlia, di 73 anni, per agganciarsi il reggiseno.

“Ringrazio dio per avermi dato la forza di dare da mangiare ai miei figli. Ho subito deciso che non mi sarei risposata. Nessuno vuole prendersi una donna senza fare figli, e loro sarebbero rimasti in secondo piano”, dice. Le è sempre piaciuto ballare e ancora oggi segue il ritmo con il piede se sente un bolero o la marimba, ma il suo passatempo preferito è andare a messa.

Dora è cattolica, come la maggior parte degli abitanti della Costa Rica, anche se negli ultimi duecento anni si sono diffuse diverse chiese cristiane (luterana, calvinista, battista). Altre sono arrivate più di recente e oggi sono forti soprattutto nelle zone lontano dalla capitale San José. Nel 2018, quando Carlos Alvarado ha vinto le elezioni, il suo avversario principale era il predicatore evangelico Fabricio Alvarado.

Il presidente non potrà candidarsi per un secondo mandato, perché la costituzione lo vieta. Alvarado, però, spera nel potere delle idee e nella loro capacità di diffondersi affinché il piano per ridurre le emissioni possa essere realtà nel 2050. In Costa Rica il colibrì sta già volando.◆ fr

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Questo articolo è uscito sul numero 1374 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati