In un’aula nel sudest del Messico Verónica Yuritzi Martín Puc, otto anni, alza la mano per rispondere alla domanda. Sul suo banco c’è un foglio di carta con disegnata una semplice griglia. Ha posato due fagioli neri su un riquadro e una conchiglia di pasta su un altro. Sul banco c’è un mucchietto di fagioli, pasta e bastoncini di legno.
Yuri, è così che la chiamano, sta imparando la matematica, ma non come fa la maggior parte dei bambini. Lei segue un metodo inventato migliaia di anni fa dai suoi antenati maya. Nel tentativo di migliorare un sistema scolastico che non riesce a insegnare ai bambini i fondamenti della lingua e della matematica, gli insegnanti hanno deciso di guardare al passato. Stanno riportando in vita l’antico sistema che aveva permesso ai maya di essere tra i matematici e gli astronomi più avanzati del mondo.
Celtún, il minuscolo villaggio di capanne dal tetto di paglia in cui vive Yuri, si trova nello stato dello Yucatán, a meno di un’ora di macchina da Chichén Itzá, uno dei più spettacolari siti archeologici della civiltà maya, che si diffuse nel Messico meridionale e in America Centrale. Gli studiosi datano la sua nascita intorno al 2000 aC e il culmine del suo splendore tra il 200 e il 900 dC.
I potenziali benefìci del metodo maya nell’apprendimento delle prime nozioni di matematica sono enormi. I suoi sostenitori affermano che, appena sono in grado di contare, perfino i bambini dell’asilo riescono a fare le addizioni. Anche operazioni più complicate, come le moltiplicazioni, le divisioni e le radici quadrate, possono essere eseguite usando il tablero, la griglia dei maya.
Ma soprattutto, senza accorgersene i bambini imparano a pensare in modo analitico usando un metodo che rende concreti i concetti matematici astratti. Per i bambini apprendere la logica è anche un vantaggio emotivo e sociale, perché consente loro di notare le incongruenze quando le incontrano.
Le leggi della matematica maya sono semplici: un fagiolo vale uno, un bastoncino di legno vale cinque fagioli, la conchiglia di pasta è lo zero. I numeri si leggono in verticale, dall’alto in basso. La riga in basso nella griglia rappresenta le unità da zero a nove, quella sopra le decine, quella successiva le centinaia e così via. Quando un fagiolo si trova nella riga alla base della griglia rappresenta un’unità, al livello superiore vale 10, poi 100 e così via. Un bastoncino di legno alla base vale cinque, nella seconda riga dal basso 50 e nella terza 500.
Mary Carmen Che Chi, la maestra di Yuri, cerca di spiegare questi princìpi alla sua classe, composta di bambini dai sei agli otto anni. Chiede agli alunni di lanciare un grosso dado di carta rosa e legge il numero.
“Quattro”, grida. “Quattro fagiolini”.
I bambini – alcuni stanno distrattamente costruendo piccole torri con i loro pezzetti di legno – si mettono subito al lavoro spostando i fagioli sulla griglia che hanno davanti.
“Ma quando i fagioli sono cinque cosa succede?”, chiede Che Chi. “Diventano un bastoncino!”.
I bambini tolgono i fagioli dal loro foglio e li sostituiscono con un pezzetto di legno o un rametto. Il gioco dell’addizione continua, e il risultato di ogni lancio del dado si aggiunge al totale. Quando si arriva a 20, Yuri capisce: mette una conchiglia di pasta nell’ultima riga della griglia per lo zero e due fagioli nella riga superiore. Dopo aver lanciato un’occhiata furtiva al suo banco, un bambino che aveva messo solo i due fagioli aggiunge di nascosto la conchiglia.
“È divertente”, dice Yuri, che da grande vuole fare la maestra. “Mi piacciono le domande perché si parla di numeri. Contare è la cosa che mi piace di più”.
Pensiero critico
La scuola elementare Ignacio Ramírez Calzada, quella in cui studia Yuri, ha cominciato a usare il metodo maya a settembre. Il nuovo preside, José Manuel Cen Kauil, che insegna nell’unica altra classe ai bambini dai 9 agli 11 anni, voleva migliorare le loro competenze matematiche di base. A parte l’investimento iniziale per la formazione dei docenti, il metodo non è costato quasi nulla. La classe di Cen Kauil usa griglie disegnate su cartoncino, chicchi di granturco per le unità e striscioline di cartone al posto dei bastoncini.
“Serve a renderli autonomi”, dice Manuel Gil Antón, sociologo del Colegio de México a Città del Messico e specialista in istruzione. “L’obiettivo non è la matematica in sé”, dice. “È uno strumento, serve a consolidare le strutture elementari della logica, che favoriscono il pensiero astratto. È una matematica al servizio della struttura logica”.
Imparare i processi logici attraverso la matematica – essere in grado di capire, per esempio, che se A è maggiore di B e B è maggiore di C, A è maggiore di C – è un passaggio fondamentale nello sviluppo del pensiero critico nella prima infanzia, dice.
In un paese in cui il razzismo dilaga e c’è un abisso tra i ricchi e i poveri, questo metodo è uno strumento fantastico per ridurre le disuguaglianze
In un paese come il Messico, dove le disparità sociali sono molto profonde, è fondamentale aiutare i bambini degli strati sociali meno privilegiati ad avere fiducia in se stessi.
Il metodo ha anche permesso ai bambini indigeni della regione, che parlano maya ma oggi si sentono più a loro agio con lo spagnolo, di tornare in contatto con le loro origini. Nelle scuole indigene, come quella di Yuri, si studia sia in maya sia in spagnolo.
“Non è l’unica possibile, ma è una strategia pratica e semplice”, dice Enrique Cetina, un ispettore del sistema scolastico indigeno dello Yucatán. “Abbiamo cercato di rendere la matematica più diretta, più concreta, di farne uno strumento per la vita quotidiana”.
Cen Kauil vuole insegnare ai suoi alunni anche il gioco degli scacchi. Crede nell’importanza di imparare giocando. Nella sua piccola classe, sotto il ronzio dei ventilatori appesi al soffitto, stende tappetini colorati sul pavimento per formare una grande griglia. Adesso sono i bambini stessi a rappresentare le unità, correndo sul tappetini per formare i numeri che dice ad alta voce. I piccoli si divertono un sacco ad accalcarsi sui riquadri, correggendosi a vicenda e ridendo. “Sto cercando di insegnargli a ragionare senza che se ne rendano conto”, dice. “Non ho la bacchetta magica, e i risultati non si vedono in un giorno, ma dobbiamo insistere ed essere pazienti”.
Nostalgia di casa
Se oggi Yuri e i suoi compagni di classe possono usare la matematica maya è grazie a una scoperta fatta per caso quarant’anni fa. Nel 1979, quando Luis Fernando Magaña stava frequentando il dottorato in fisica presso la McMaster University di Toronto, arrivò in città una delegazione dello Yucatán. Magaña, ancora sconvolto dal clima glaciale del Canada, accolse con piacere quella ventata d’aria di casa. Il gruppo mostrò ai canadesi le sue danze, la sua raffinata cucina, l’artigianato e i libri.
Durante uno di questi eventi, Magaña si ritrovò tra le mani una copia del libro Relacion de las cosas de Yucatán, un’opera fondamentale del cinquecento sulla cultura e le tradizioni dei maya, come le aveva osservate il vescovo Diego de Landa, un ex inquisitore e uno dei primi missionari francescani arrivati nello Yucatán.
Magaña aprì per caso il libro al capitolo 24, che conteneva una descrizione del metodo di calcolo maya, e ne rimase folgorato. “Smisi di scrivere la mia tesi e passai un mese in biblioteca”, dice ridacchiando, seduto in quello che oggi è il suo studio all’Università nazionale autonoma del Messico (Unam).
Cominciò a leggere tutto quello che trovava sul sistema vigesimale (cioè a base 20) straordinariamente sofisticato che, secondo gli studiosi, i maya avevano sviluppato a partire dal numero delle dita.
“I maya furono i primi a scoprire lo zero, seicento anni prima delle culture indiane”, dice il professore. Altri studiosi sono incerti su quale civiltà fu la prima a usarlo, ma concordano nel dire che i maya arrivarono al concetto di zero prima di quasi tutti gli altri popoli, probabilmente intorno al quarto secolo dC o anche prima. Inoltre pare che ci siano arrivati da soli. “Quando gli europei conobbero lo zero, i maya lo usavano da secoli”, dice Magaña.
I maya svilupparono anche uno dei primi sistemi di scrittura dell’area mesoamericana (la regione abitata dalle civiltà indigene dell’America Centrale prima dell’arrivo degli spagnoli): è considerato il più sofisticato e contiene ottocento simboli. “Nella scrittura erano molto più avanti degli altri”, dice Elizabeth Graham, un’archeologa specializzata in cultura mesoamericana dell’University college di Londra. “Sicuramente portarono l’astronomia ai massimi livelli”. Osservando le stelle a occhio nudo e con l’aiuto di bastoni, furono capaci di calcolare la durata dell’anno con incredibile precisione: 365,242 giorni. Nelle griglie dei maya la base arrivava a 20, la seconda riga era costituita da multipli di 20, la terza da multipli di 400 e la terza da multipli di 8.000.
Una volta tornato in Messico il professor Magaña, che è anche laureato in matematica, decise di condividere quello che aveva scoperto. Alla fine degli anni ottanta teneva un corso serale di meccanica quantistica e si accorse che dopo la prima ora gli studenti tendevano a distrarsi. “Così cominciai a insegnare la matematica maya”, dice, come una sorta di diversivo intellettuale per le loro menti ben allenate. “Ne rimasero affascinati, volevano saperne di più. Erano come bambini curiosi”.
Ben presto fu invitato a parlare della matematica maya in Spagna e in Italia, e gli venne l’idea di adattare il metodo al sistema decimale per renderlo più comprensibile agli studenti. Ma fu solo una decina di anni fa, a un congresso nella città spagnola di Murcia, che Magaña si rese conto che la matematica maya avrebbe potuto essere d’aiuto ai bambini con difficoltà di apprendimento.
A Murcia conobbe un matematico che aveva una figlia dislessica di sei anni. Tornato a casa, il matematico provò a usare quel metodo, e “nel giro di un pomeriggio la bambina imparò a fare le addizioni, le sottrazioni e le moltiplicazioni”, ricorda. Quel successo diede un’ulteriore spinta a Magaña. “Mi sentivo in colpa: perché non introdurlo in Messico?”.
Statistiche incoraggianti
Il posto più ovvio per cominciare era lo Yucatán, dov’era nato, ma prima avrebbe dovuto convincere i funzionari ministeriali che si occupavano dell’istruzione indigena. La loro principale obiezione era che Magaña aveva modificato la base vigesimale.
“Se vogliamo recuperare la nostra storia, dobbiamo renderla utilizzabile”, rispose. I funzionari si lanciarono in un’accesa discussione in maya. “Stavo per andarmene, quando il responsabile dell’educazione indigena alzò la mano e disse: ‘Quando vuole cominciare?’. ‘Domani’, risposi”.
Era il 2009. Magaña chiese ai funzionari di trovargli una decina di insegnanti da formare. Loro ne convocarono trecento. L’anno successivo, le scuole indigene dello Yucatán cominciarono ad aggiungere la matematica maya ai loro programmi. Nel 2015 , quando l’amministrazione dello stato è cambiata, il processo ha avuto un ulteriore impulso.
L’insegnamento della matematica maya ha un futuro oltre le scuole indigene dello Yucatán? I professionisti del settore ritengono che, se ci fosse la volontà politica, il sistema potrebbe essere esteso a tutto il Messico. I nuovi programmi nazionali di studio, resi noti nel 2017, elencano tra gli obiettivi da raggiungere “il ragionamento matematico” e la spinta ad avere “un atteggiamento positivo” nei confronti della matematica nella scuola primaria. Le linee guida consigliano tra i vari metodi “laboratori di giochi matematici”.
Secondo l’ultimo rapporto Pisa dell’Ocse, che valuta i risultati scolastici degli studenti di 15 anni, la matematica è una delle materie in cui gli studenti messicani vanno peggio. Anche se è la seconda economia dell’America latina, il Messico è all’ultimo posto tra i paesi dell’Ocse, e al 58° su 72 paesi presi in considerazione.
Circa il 57 per cento degli studenti messicani non riesce ad acquisire le competenze matematiche di base, molto peggio della media dell’Ocse (23 per cento). Nello Yucatán le scuole statali indigene sono sempre state tra le peggiori: nel 2006 solo lo 0,1 per cento dei loro studenti aveva ottenuto una valutazione “eccellente” in matematica, mentre quasi la metà era risultata “insufficiente”.
Nel 2010 la situazione non era molto cambiata: il 3,1 per cento degli studenti aveva ottenuto “eccellente” e il 41,3 “insufficiente”. Ma poi le cose hanno cominciato a cambiare. Nel 2011, l’8,3 per cento degli studenti delle scuole statali indigene era risultato “eccellente” in matematica (al secondo posto solo dopo le scuole private), mentre la percentuale di “insufficienti” era scesa al 29,4.
È difficile stabilire con certezza se il motivo di questo miglioramento sia stato l’introduzione della matematica maya nelle scuole indigene, ma in quello stesso anno i risultati migliori e peggiori degli studenti di tutti gli altri tipi di scuole non erano praticamente cambiati.
Più sicuri
Qualunque cosa dicano le statistiche, gli insegnanti in prima linea con la matematica maya sono convinti che l’esperimento stia avendo un effetto positivo. Guillermina Pérez insegna alla Escuela modelo, una scuola privata di Mérida, la capitale dello Yucatán, e usa questo metodo dall’inizio del 2012. È rimasta piacevolmente sorpresa nel vedere che gli studenti che hanno difficoltà a comprendere un concetto con la matematica tradizionale, con quella maya lo capiscono subito. “Li aiuta a prendere decisioni, li fa sentire sicuri, gli permette di riflettere e decidere cosa fare. È un processo molto importante”, dice.
Trinidad Díaz, la direttrice della Escuela modelo, dice che quando ha sentito parlare del sistema del professor Magaña cercava da tempo un metodo più efficace per insegnare la matematica. Nella sua scuola si insegna il sistema maya parallelamente a quello tradizionale, all’asilo e alle elementari. Ha scoperto che aiuta sia gli alunni più bravi sia quelli in difficoltà.
“I ragazzi superano il livello al quale sarebbero con la matematica convenzionale”, spiega. “Per esempio, se abbiamo lavorato sull’addizione e la sottrazione e ormai le hanno imparate, gli studenti chiedono di andare avanti, e l’insegnante passa alla moltiplicazione e alla divisione, anche se non è previsto dal programma. Riusciamo a fare molte più cose entro la fine della primaria”.
Quello che entusiasma di più il professor Magaña è il fatto che i bambini diventano più sicuri di sé. Oggi, dice, in un paese in cui il razzismo dilaga e c’è un abisso tra i ricchi e i poveri, questo metodo di duemila anni fa è uno strumento fantastico per ridurre le disuguaglianze sociali. I bambini delle comunità indigene povere spesso non hanno molte possibilità di ricevere un’istruzione e hanno pochissime opportunità di lavoro.
“Chi impara a pensare correttamente e in modo analitico non può più essere manipolato. È questo il punto”, continua Magaña. “Perciò è uno strumento importante in un paese come il Messico, e non solo. Un modo sbagliato di insegnare la matematica diventa un’ulteriore causa di disuguaglianza”. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati